Appuntamenti amorosi? Solo con chi è vaccinato per il 48% degli italiani

Isolamento e restrizioni imposte dalla pandemia hanno aumentato il livello di attenzione che gli utenti prestano a salute e sicurezza personale, anche durante gli appuntamenti amorosi. Secondo l’indagine di Kaspersky dall’inizio della pandemia gli utenti sono più ansiosi a incontrare qualcuno di persona, tanto che il numero di utenti che preferisce non organizzare incontri offline è raddoppiato, passando dal 22% al 41%. Il 48% degli italiani, la percentuale più alta in Europa, preferisce organizzare incontri offline solo con persone che possiedono un certificato di vaccinazione, mentre i meno preoccupati sono gli olandesi (13%) e i tedeschi (15%).

Cresce il numero di utenti sulle piattaforme di incontri online

Gli eventi causati dalla pandemia hanno cambiato radicalmente molte attività quotidiane, e gli appuntamenti romantici non fanno eccezione. Nei mesi in cui è stato imposto l’autoisolamento, le persone hanno trascorso più tempo sulle app di incontri e il numero di utenti di queste piattaforme è cresciuto. La necessità di chiedere a un potenziale partner il certificato di vaccinazione è un’ovvia conseguenza della pandemia, ma le preoccupazioni che nascono quando arriva il momento di incontrare il proprio match offline non si limitano al solo fatto di ammalarsi. Il 39% degli italiani ha dichiarato che quando arriva il momento del primo incontro dal vivo si sente agitato, mentre il 28% prova insicurezza.

Essere consapevoli dei dati che si condividono con il potenziale partner

Per alleviare alcune di queste preoccupazioni, il 71% degli utenti italiani di queste app preferisce iniziare da un approccio telefonico o da una videochiamata prima di accettare un incontro offline.“Le politiche e le restrizioni vigenti in tutto il mondo hanno dato agli appuntamenti online un ruolo importante nella vita delle persone. Tuttavia, il passaggio da ‘online’ a ‘offline’ è per molti un ‘atto di fede’ – commenta David Jacoby, security expert di Kaspersky -. Per continuare a godersi gli appuntamenti online e offline in tutta sicurezza, è importante essere consapevoli dei dati che si condividono con il potenziale partner perché nel caso in cui si cambi idea sull’incontro è sempre possibile avere il controllo della situazione, sapendo quante informazioni personali sono state condivise e come possono essere utilizzate”.

Incontrarsi di persona dopo mesi di isolamento è un bisogno intrinseco

“In fondo, incontrarsi di persona dopo mesi di isolamento è un bisogno intrinseco negli esseri umani – commenta la terapista Birgitt Hölzel dello studio Liebling + Schatz di Monaco -. Certo, le app di incontri hanno permesso di entrare in contatto con nuove persone durante la pandemia, ma solo virtualmente. Un incontro fisico è tutta un’altra cosa”.Un’alternativa che può essere d’aiuto per tutelarsi fino a quando non ci si sente sicuri a incontrare qualcuno che non abbia ancora fatto il vaccino, è quello di organizzare una videochiamata un po’ più “intima” ma sicura.

Mercato del libro in Italia, +44% nei primi 5 mesi del 2021

Secondo le ultime rilevazioni GfK nei primi cinque mesi del 2021 il mercato italiano del libro ha registrato una crescita a valore del +44% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per un giro d’affari di oltre 564,2 milioni di euro. Ma il trend è positivo anche nel confronto con le vendite registrate durante lo stesso periodo del 2019. In questo caso la crescita a valore è del +23%. Dopo un 2020 positivo anche quest’anno quindi è iniziato con una forte crescita, in particolare, GfK evidenzia le performance del Fumetto, che ha segnato una crescita del +182% a valore. Quanto alle copie vendute, complessivamente, nel periodo compreso tra i mesi di gennaio e maggio 2021 nel nostro Paese ne sono state vendute 39,7 milioni. 

Un trend positivo anche nel confronto con le vendite registrate nel 2019

La positività del mercato non è solo un effetto del confronto con il periodo del primo lockdown, che era coinciso con le chiusure di librerie e negozi. Infatti, analizzando l’andamento delle prime dieci settimane del 2021 si registra una crescita del +30% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020, ovvero prima dell’inizio dell’emergenza Covid-19. Ma il trend è positivo anche se si confrontano le vendite registrate tra gennaio e maggio 2021 con quelle dello stesso periodo del 2019, e in questo caso la crescita a valore è del +23%.

La Top 10 dei libri più venduti registra una crescita del +47%

Analizzando nel dettaglio i dati relativi al primo quadrimestre 2021, crescono del +13% le nuove pubblicazioni, le nuove referenze uscite nell’anno, che includono sia i titoli nuovi sia le nuove edizioni di titoli già pubblicati in passato. La Top 10 dei prodotti più venduti registra invece una crescita del +47%. Per quanto riguarda il prezzo medio di vendita è stato pari a 14,20 euro, con una crescita del +1,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un effetto, questo, dell’entrata in vigore a marzo 2020 della nuova legge per la promozione e il sostegno alla lettura, che ha ridotto lo sconto ordinario massimo applicabile dal 15% al 5% del prezzo di copertina.

L’andamento positivo coinvolge un po’ tutti i comparti

In termini di contenuto, si evidenzia una crescita generalizzata che coinvolge un po’ tutti i comparti, dall’editoria per Bambini, che segna un +33%, alla Narrativa (+42%), la Saggistica (+52%) e la Manualistica (+37%). Particolarmente significativa risulta la crescita del Fumetto, che registra un trend a valore pari al +182% rispetto al 2020.

I benefici del verde in città sulla salute e sul pianeta

I vantaggi degli spazi verdi e pubblici in città sono tanti, e favoriscono il benessere psico-fisico e la qualità della vita di chi vive nei grandi centri urbani. In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, il 5 giugno, Greenpeace ha lanciato il rapporto Greening the Cities, che oltre a evidenziare i benefici del verde in città, mette in risalto la necessità per gli amministratori e le amministratrici delle città italiane di investire di più nelle aree verdi e pubbliche ad accesso equo per tutte e tutti i cittadini. Il rapporto di Greenpeace mira quindi a promuovere una vera transizione ecologica nelle città, indispensabile per affrontare la crisi climatica e sanitaria.  

Vivere green fa bene al corpo e alla mente

Dalla riduzione del rischio di numerose malattie croniche in età adulta, come diabete e condizioni cardiovascolari, obesità e asma, all’accelerazione del recupero dopo un intervento chirurgico, alla riduzione dei ricoveri ospedalieri e alla mortalità prematura fino a migliori esiti della gravidanza sono questi i benefici di una città più green per tutti. Lo studio menziona però anche di un miglioramento delle funzioni cognitive e della salute mentale, legato a miglioramenti nello sviluppo comportamentale, come difficoltà ridotte, sintomi emotivi e problemi di relazione tra pari.

Solo poche città soddisfano lo standard Oms sulla quantità di spazio verde pro capite

“Aumentare le aree verdi e pubbliche significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e garantire un tessuto sociale sano e attivo – dichiara Chiara Campione, coordinatrice del progetto Hack Your City di Greenpeace -. Rendere più verde lo spazio pubblico aiuta a combattere la disuguaglianza, promuove l’inclusione della comunità e rende le città più sicure e più resilienti ai cambiamenti climatici in corso”.Sebbene la disponibilità e l’accessibilità di spazi verdi urbani nelle grandi città del mondo sia aumentata rispettivamente del 4,11% e del 7,1% negli ultimi 15 anni, solo una manciata di città ha soddisfatto pienamente lo standard dell’Oms sulla disponibilità che stabilisce un minimo di 9 metri quadri di spazi verdi per abitante, per non parlare del valore ideale di 50 m² pro capite. 

Un investimento per la salute pubblica e sociale

Anche nelle città che soddisfano alcuni di questi standard, riferisce Adnkronos, ciò non si traduce necessariamente in parità di accesso allo spazio verde per tutta la cittadinanza. Più della metà della popolazione mondiale, 4,2 miliardi di persone, vive nelle città. Questo numero è destinato ad aumentare al 70% entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica, e rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra. Per l’organizzazione ambientalista gli spazi verdi devono essere considerati non solo un investimento per la salute pubblica e sociale, ma un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura, rallentare la crisi climatica e proteggerci da future pandemie.

Lombardia, il manifatturiero pronto a ripartire

Un anno dopo, uno studio per “fare il punto” sullo stato di salute delle imprese in Lombardia, su cosa è cambiato e su quali sono le principali criticità delle aziende.  La Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e Unioncamere Lombardia hanno indagato le conseguenze della pandemia e le strategie di reazione adottate dalle imprese nell’ambito delle attività trimestrali di monitoraggio del manifatturiero, a distanza di un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Le interviste sono state realizzate nella prima metà di aprile 2021, quando le imprese si sono trovate in zona rossa e arancione. 

Clienti e ordinativi le criticità prevalenti

Nel manifatturiero le criticità prevalenti sono legate a problemi con i clienti e gli ordinativi (problema segnalato dal 32,4% delle imprese industriali di Milano, il 28,6% di Monza Brianza, il 25% di Lodi). A Lodi il dato più importante sono i problemi di approvvigionamento/organizzazione col 29,5%, che per Milano e Monza Brianza sono rispettivamente il 22,8% e 26,4%. Con la ripresa della domanda mondiale stanno inoltre emergendo anche difficoltà di reperimento dei materiali e significativi rincari delle materie prime e semilavorati. 

Il miglioramento (e le perdite non recuperabili) secondo gli imprenditori

Dalle dichiarazioni degli imprenditori emerge una situazione difficile, anche se in lento miglioramento. La percentuale che dichiara di non avere alcun problema è abbastanza elevata (16,2% per Milano, 14,3% per Monza e Brianza, ancora più alta, con il 22,7%, per Lodi). Le imprese che sostengono di aver subito perdite difficilmente recuperabili sono il 10,1% per Milano, 14,3% per Monza Brianza, 9,1% per Lodi. Le imprese in questo periodo di difficoltà hanno fatto largo impiego degli ammortizzatori sociali: il 37,3% per Milano, il 29,3% per Monza Brianza, il 27,3% per Lodi dichiara di aver utilizzato recentemente la Cassa Integrazione. Questo strumento ha permesso di limitare il ricorso a provvedimenti con impatti maggiormente negativi sull’occupazione come la riduzione dell’organico e il mancato rinnovo dei contratti in scadenza.

Bene l’industria e lo smart working

Nell’industria il 26,3% delle imprese di Milano, il 32,1% di Monza Brianza, il 36,4% a Lodi ha dichiarato di non aver avuto ripercussioni o di avere aumentato l’organico, con imprese in espansione (22,8% a Milano, 20% a Monza Brianza, 18,2% a Lodi).
Interessanti i dati sullo smart working: oltre la metà delle imprese lo ha adottato durante la pandemia nell’industria (62,1% a Milano, 59% a Monza Brianza e 55% a Lodi). Non tutte le imprese sembrano comunque intenzionate a rendere strutturale questa modalità di lavoro: non lo sono il 52% a Milano, il 64,6% a Monza Brianza, il 54,2% a Lodi.

Pasta, i consumi tornano a livelli pre Covid

Alla pasta non si rinuncia, e per noi italiani è sicuramente un must della dieta. Anche nei mesi più duri del primo lockdown e poi durante le limitazioni imposte dalla pandemia, che hanno rallentato l’attività di locali e ristoranti, il consumo di pasta e prodotti a base di grano ha comunque tenuto. L’analisi di questo specifico comparto è stato messo sotto la lente nel corso dei Durum Days 2021, l’evento che ogni anno riunisce tutti i partecipanti della filiera.

Livelli di produzione antecedenti al Covid

Dopo aver vissuto la forte turbolenza causata dalla prima ondata di pandemia, la filiera del grano duro e della pasta sembra essere tornata ai livelli antecedenti l’epidemia, e l’andamento relativo sia alla produzione sia al consumo è perfettamente in linea con il 2019. Anche il mercato sta tornando alla piena normalizzazione, grazie anche al sensibile allentamento della pressioni sui prezzi che invece aveva caratterizzato le ultime due campagne. Durante l’evento, un rapporto di ricerca elaborato dall’istituto di ricerca Areté ha mostrato che nonostante il lungo lockdown del settore ho.re.ca, la produzione di pasta della filiera italiana nel 2020 è aumentata dell’11% rispetto al 2019. In alcuni periodi dell’anno si sono addirittura raggiunti picchi superiori al 40%. Si prevede che ritorni ai livelli pre-pandemia nel 2021, con una produzione superiore dell’1% rispetto al 2019. 

I consumi si stanno normalizzando

Anche per quanto i consumi si sta tornando a livelli pre epidemia. La domanda, infatti, si sta normalizzando: nel primo trimestre del 2021 il consumo di pasta ha registrato valori inferiori del 15,1% rispetto allo stesso periodo del 2020 (probabilmente nel primo lockdown i nostri connazionali hanno scelto la pasta proprio come comfort food, per “scacciare” le preoccupazioni). Rispetto al 2020, la stima per il 2021 è di -3,4%, che porterà il livello dei consumi a dati del tutto analoghi a quelli del 2019 (anche se è prevista una crescita stimata a +1%). Per quanto riguarda le scelte di acquisto dei consumatori, queste continueranno a essere orientate verso prodotti di qualità e soprattutto totalmente Made in Italy. E proprio questo è uno dei principali trend del mercato, che vedrà anche nei prossimi mesi la forte ascesa dei piccoli brand di nicchia. Insomma, anche per quanto riguarda la scelta di un “semplice” piatto di pasta gli italiani privilegiano la bontà del prodotto piuttosto che il prezzo.

La “Generazione Z” riscopre l’agricoltura sostenibile

Giovani sì, ma con i piedi per terra. In base al nuovo Osservatorio del mondo agricolo, dal titolo “La riscoperta dell’agricoltura nella youth economy” condotto dalla Fondazione Enpaia (l’Ente Nazionale di Previdenza per gli Addetti e per gli Impiegati in Agricoltura) e il Censis si scopre un nuovo rapporto fra giovani e la terra. Sono proprio loro, i cosiddetti Millennial (i nati fra la metà degli anni Ottanta e Novanta) e la Generazione Z (i nati nel decennio successivo)  i protagonisti di una vera e propria rivoluzione nel settore dell’agricoltura. Che dovrà essere  necessariamente sostenibile.

Speranza per il futuro e opportunità di occupazione

In base all’Osservatorio, per nove giovani su dieci la sostenibilità ambientale e la lotta al riscaldamento globale sono le priorità dell’agenda italiana; in particolare spicca il ruolo dell’agricoltura, che sa interpretare meglio di altre queste urgenze. Infatti, per il 60% della GenZ (composto da giovani di età compresa tra 15 e 24 anni), gli agricoltori sono impegnati a rendere sostenibile la filiera alimentare, contro il 48% dei Millennial. Agricoltura sostenibile per i giovani significa anche opportunità di lavoro immediate e future: l’88,7% di loro crede che si possano creare occasioni di lavoro di alta qualità e tra le generazioni più giovani tale valore raggiunge l’89,5%. Per il 51,7% dei ragazzi, il settore agricolo ripartirà prima degli altri dopo il Covid-19, mentre per l’82% -85% di GenZ questa ripresa giocherà un ruolo decisivo anche per alti comparti oggi in difficoltà, come il turismo e il food.

Il “colpo è stato duro”

Nonostante l’ottimismo, il 60,2% dei giovani è ritiene che la strada verso lo sviluppo nel dopo pandemia sarà lunga e complicata, perchè “il colpo subito è stato duro e ci ritroveremo con i soliti problemi aggravati”. Ad esserne più sicuri sono i Millennial (63,8%), probabilmente perché hanno già vissuto sulla propria pelle la crisi del 2008.

L’agricoltura “giovane” è tecnologica

Negli ultimi anni, l’agricoltura in cui sono impegnati i giovani è un’industria ad alta intensità tecnologica e le aziende hanno potuto sfruttare le opportunità delle TIC. Pertanto, è necessario concentrarsi sull’innovazione tecnologica per aiutare lo sviluppo del mondo rurale. Per i giovani, la sostenibilità rimane lo standard a cui fare riferimento per l’eccellenza economica e sociale. Infatti, tenuto conto del Covid-19, il 62,8% degli intervistati presterà maggiore attenzione alla riduzione degli sprechi. Il rapporto tra GenZ (60,7%) e Millennial (63,5%) è simile; il 46,4% farà la raccolta differenziata, mentre il 32,2% acquisterà prodotti locali e a chilometro zero per limitare l’inquinamento. Infine, il 32,1% delle persone eviterà di acquistare prodotti in plastica (43,8% tra la GenZ e 27,9% tra i Millennial).

Gli arredi luxury per valorizzare il tuo living

Il lusso è certamente una continua ricerca del bello e della qualità per quel che riguarda gli arredi. Sicuramente esso rappresenta un tipo di raffinatezza e ricercatezza che altri elementi di arredo non sono in grado di regalare.

Quello del lusso infatti non è esclusivamente da intendere come una necessità di mostrare agli altri sfarzo ed eccessi, ma soprattutto bellezza coniugata a praticità d’uso e materiali resistenti.

Qualità dei materiali e durata nel tempo

Dunque possiamo dire che un arredo di lusso non deve unicamente essere accattivante alla vista ma rispondere anche a determinate capacità di utilizzo e resistenza. Parliamo dunque di armonia delle forme, creatività e funzionalità che possono essere adoperate solo da artigiani veramente capaci e che trovano applicazione in arredi di ogni tipo, dunque destinati ad arricchire ogni ambiente di casa.

Puoi trovare alcuni esempi di arredo luxury sul sito di baudesign.it e scoprire In che modo puoi andare a valorizzare con creatività il tuo living, trasformandolo in un ambiente perfetto per ricevere gli amici o vivere dei piacevoli momenti di benessere in famiglia.

Qui puoi trovare inoltre complementi e idee per l’illuminazione della camera da letto, soluzioni in grado di conferire un aspetto decisamente più originale sin dal momento in cui vengono inseriti.

I complementi di Bau Design sono un inno alla bellezza e alla ricercatezza, in grado di rendere la tua casa un luogo molto più elegante ed in grado di richiamare gli stili più belli ed importanti esistenti.

 I suoi bravissimi artigiani si occupano infatti di realizzare ogni singolo pezzo di questi bellissimi elementi d’arredo mantenendo sempre alta la qualità dei prodotti e della lavorazione, così da fare in modo che ogni singolo pezzo sia destinato a durare nel tempo.

Lavare in lavatrice è ancora poco ‘eco’ per due terzi degli europei

Alcune abitudini sono dure morire, e non al passo con i problemi climatici e le possibilità offerte dalle apparecchiature moderne. Eppure, riducendo la temperatura di lavaggio da 40°C a 30°C, si risparmierebbe in un anno l’equivalente di 27 kg di CO2 per elettrodomestico. In Europa questo equivarrebbe al risparmio di 4,9 milioni di tonnellate di CO2 e sarebbe come togliere dalle strade più di un milione di auto. Se poi il 15% di coloro che in Europa lavano regolarmente i loro capi a 50°C o più cambiasse le proprie abitudini, il risparmio totale di CO2 corrisponderebbe a 6 milioni di tonnellate all’anno. È quanto emerge da The Truth About Laundry – La Verità sul Lavaggio, lo studio europeo sulle abitudini di lavaggio realizzato da Electrolux.

Due terzi degli europei lava ancora a 40°C o più

Quasi 6 persone su 10 (59%) fanno il bucato in modo automatico, senza pensarci sopra, e dichiarano di farlo come gli è stato insegnato dalle precedenti generazioni, mentre circa due terzi degli europei (63%) lava ancora a 40°C o più, nonostante da più di 10 anni si incoraggi a lavare a 30°C o meno. Dallo studio emerge poi che le donne preferiscono lavare a 40°C rispetto agli uomini (50% vs 45%), mentre gli uomini preferiscono lavare a 60°C (13% vs 8%).

In Europa, se il 45% delle persone tra i 18 e i 34 anni lava i propri capi a 30°C questa percentuale scende al 31% tra i 45 e i 54 anni, e al 28% oltre i 55 anni.

Come cambiare le abitudini di lavaggio

In merito alle ragioni per cui si sceglie di non lavare a temperature più basse, il 47% degli intervistati dichiara di non essere sicuro che il bucato venga pulito, il 39% esprime dubbi sul fatto che l’acqua fredda possa rimuovere le macchie e il 21% dice di farlo per abitudine. Le consuetudini nel fare il bucato potrebbero essere anche la spiegazione del perché il 53% degli intervistati non sia a conoscenza del collegamento tra lavare ad alte temperature e far durare più a lungo i capi. Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, sarebbe proprio questo l’elemento chiave per far cambiare le abitudini di lavaggio.

Con il bucato eco tutti risparmiano

“Quello che il nostro report mostra è che le persone si prendono cura dei propri capi e la maggior parte di loro riconosce che ci sono benefici ambientali nel farli durare più a lungo – spiega Vanessa Butani, director of Sustainability, Electrolux Europe -. Se possiamo educare e incoraggiare le persone a fare un piccolo, ma significativo passo avanti aggiornando il modo di fare il bucato, i risparmi sarebbero significativi. Risparmi per le persone in quanto utilizzerebbero di più i loro capi e avrebbero più denaro per acquistarli. Risparmi per quanto riguarda la loro impronta ambientale. E ancora più importante – aggiunge Butani – i milioni di tonnellate di CO2 risparmiati al pianeta”.

Felicità e lavoro, donne meno appagate degli uomini

Il 44% delle donne italiane non è appagato dalle opportunità di carriera. Dai dati dell’Osservatorio sulla Felicità condotto dall’Associazione Ricerca Felicità emerge che le donne si sentono meno felici sul lavoro rispetto agli uomini. Una sensazione confermata dal 41% delle intervistate, che si dichiara insoddisfatta del proprio compenso, mentre l’insoddisfazione per l’opportunità di sviluppo di carriera è per le donne maggiore di 9 punti percentuali rispetto agli uomini (35%). Del resto, l’insoddisfazione femminile nell’ambito professionale è il punto di partenza per una felicità equa nel mondo del lavoro.

Poca soddisfazione per compenso e opportunità lavorative

Il barometro della felicità misura la soddisfazione della popolazione italiana attiva nel mondo del lavoro basandosi su un sistema di misurazioni oggettive effettuate a cadenza annuale. L’obiettivo è aiutare le organizzazioni a considerare il tema della felicità in ambito lavorativo. I temi indagati dalla seconda edizione dell’Osservatorio riguardano la soddisfazione sul compenso e sulle opportunità lavorative. E i risultati parlano chiaro: le donne risultano meno soddisfatte rispetto agli uomini, il 41% del compenso, contro il 28% degli uomini, e il 44% per le opportunità di sviluppo di carriera, contro il 35% degli uomini.

Un punto di partenza su cui si è chiamati a riflettere

“I dati raccolti non hanno la pretesa di voler fornire risposte, si tratta di un punto di partenza su cui noi tutti siamo chiamati a riflettere – dichiara Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità -. Il nostro obiettivo è quello di captare i segnali provenienti dal mondo del lavoro, affinché si possano trovare gli strumenti utili per il raggiungimento di un benessere collettivo. Non sappiamo con assoluta certezza perché il 41% delle donne non siano soddisfatte del proprio compenso e il 44% non siano appagate dalle proprie opportunità di sviluppo di carriera sul lavoro, ma supponiamo possa esistere nella donna un certo grado di difficoltà nell’esprimere il proprio disagio in ambito lavorativo, e in questa ricerca penso abbiano voluto farlo presente”.

Meno divario per il rispetto e il riconoscimento dei propri meriti

Quanto a rispetto e riconoscimento dei propri meriti il divario tra uomo e donna è minore. Infatti, alla domanda “mi trattano con rispetto, senza discriminazione”, le risposte negativo da parte delle donne sono il 14%, mentre quelle degli uomini il 10%. Alla domanda “riconoscono sempre i miei meriti”, le risposte negative delle donne sono il 31%, contro il 28% di quelle degli uomini. Tuttavia, l’11,9% degli intervistati riconosce come falsa l’affermazione “mi aiuta a capire me stesso” in ambito lavorativo, così come è ritenuta falsa dal 12,2% l’affermazione “l’ambiente mi fa sentire compreso”.

Complessivamente, il campione ritiene di essere considerato dagli altri più felice di quanto si senta. Una sensazione lievemente più evidente per le donne (39% vs 36% uomini), anche rispetto a sentirsi veramente felici (26% vs 31% uomini).

Un sondaggio mondiale sull’uguaglianza e la violenza di genere

La violenza domestica è aumentata a causa delle misure di sicurezza a contrasto della pandemia? Le restrizioni hanno avuto implicazioni sull’uguaglianza di genere? A rispondere è l’Annual WIN World Survey (WWS – 2020), che monitora proprio i dati globali sulla violenza e l’uguaglianza rilevando i cambiamenti avvenuti rispetto agli anni precedenti. La ricerca di WIN International, di cui BVA Doxa è membro italiano e socio fondatore, esplora le opinioni di 29.252 cittadini di 34 paesi in tutto il mondo, ed evidenzia che in linea con quanto rilevato a livello globale, anche in Italia la percentuale di donne che dice di aver subìto violenze di tipo fisico o psicologico si attesta al 17%.

La situazione italiana

Per quanto riguarda le molestie subìte nell’ultimo anno, in Italia il 5% di donne ammette di esserne stata vittima, un dato leggermente più basso rispetto alla media globale (8%) ed europea (6%). Anche in Italia poi il luogo in cui l’uguaglianza di genere è maggiormente percepita è la casa (74%), un dato allineato anche con la media europea (71%). Si distanziano di molto però le percentuali di coloro che in Italia credono che l’uguaglianza di genere sia stata raggiunta in altri ambiti: solo il 41% al lavoro e il 42% in politica, che come a livello mondiale si riconfermano gli ambienti meno equi.

Il monitoraggio sulla violenza

Rispetto agli anni precedenti, c’è poco o nessun miglioramento in termini di violenza subita dalle donne, e i risultati sono purtroppo stabili (17% 2020, 16% 2019). Sebbene riscontrino un miglioramento rispetto allo scorso anno le donne nel continente americano (23%) e le donne in Africa (24%) hanno subìto violenze fisiche o psicologiche più delle donne di altre aree.  Come nelle precedenti rilevazioni, poi, le donne tra i 18 ei 24 anni subiscono la più alta incidenza di violenza fisica e psicologica (24%), ma la percentuale di donne in India che subisce violenza è più alta che in altri paesi (48%), seguite da donne cilene e argentine (36%). Le percentuali più basse si trovano invece in Vietnam (1%), Cina e Corea del Sud (5%).

Le molestie sessuali

Nonostante le campagne in tutto il mondo, i risultati mostrano scarsi miglioramenti: l’8% delle donne ha subìto molestie sessuali nell’ultimo anno (2020), rispetto al 9% nel 2019 e al 10% nel 2018. In relazione ad altre regioni, le donne nelle Americhe riferiscono di aver subito molestie sessuali in misura maggiore, anche se la percentuale scende di 4 punti rispetto allo scorso anno (20% vs 16%). In generale, se le differenze che emergono fra le diverse aree geografiche vanno interpretate nel contesto di riferimento le donne di età compresa tra 18 e 24 anni registrano ancora il più alto tasso di molestie sessuali (18%). India (29%), Messico (28%) e Brasile (21%) nel 2020 segnalano le più alte percentuali di molestie sessuali, mentre Vietnam (1%), Slovenia (1%) e Indonesia (2%) le cifre più basse.