Vivere da ricchi o modestamente, la percezione cambia in base al reddito

La percezione della prosperità cambia in base al reddito, e gli standard da parte di chi ha quanto basta, chi ha molto e chi moltissimo cambiano parecchio. Lo studio Living on different income in London, condotto dalla Loughborough University e dalla University of Birmingham per l’associazione di beneficenza inglese Trust for London, ha stilato la lista dei beni e servizi essenziali per l’anno 2020 in base alle diverse tasche. Per i super ricchi, ad esempio, la lista comprende molte case (senza mutuo) in diversi Paesi, jet privati, supercar e yacht, mentre per chi vive con un reddito minimo cibo, vestiti e un riparo.

Super ricchi e ricchi

Imprenditori, celebrities, manager-inventori di alto profilo, calciatori di serie A e proprietari di squadre di calcio sono i super ricchi di oggi, mentre fra i ricchi rientrano banchieri di fascia alta, avvocati, persone con proprie attività commerciali, proprietari di più immobili in affitto, azioni e dividendi, investimenti offshore e cospicue eredità. I ricchi possiedono case grandi, con camere extra, oltre a una casa per le vacanze, al mare o in un altro Paese. Hanno un auto in più e fanno almeno 5 vacanze all’anno. I bambini vanno in scuole private di prestigio.  Rientra invece nella categoria di coloro che vivono comodamente chi possiede una casa (anche con mutuo) con camere da letto sufficienti per ogni componente della famiglia e servizio di portineria.

Vivere comodamente

Chi vive comodamente si rivolge a consulenti finanziari per la gestione dei propri soldi e spende soprattutto in beni di consumo, come abbigliamento e accessori, a volte, di lusso. Hanno la tv on demand, tablet e cellulari delle marche più prestigiose e li sostituiscono appena escono i nuovi modelli. A casa ordinano spesso il cibo a domicilio, e vanno al ristorante una volta alla settimana. Fanno una vacanza estiva di due settimane in un luogo da raggiungere con un volo di lungo raggio, e una vacanza invernale di 7-10 giorni. Hanno un’assicurazione privata per le spese sanitarie e pagano servizi extra per il benessere, riporta Ansa.

Sopravvivere comodamente o con un reddito minimo

Possedere una piccola casa in periferia pagando il mutuo basta a rientrare nella categoria di chi sopravvive comodamente. A questo si somma qualche risparmio per le emergenze. Mangiare qualche volta fuori casa si può, così come andare al cinema una volta alla settimana, avere un abbonamento in palestra e uno alle piattaforme tv. La spesa però si fa nelle grandi catene di supermarket, e l’auto si compra ogni 5-10 anni a rate.

Per chi invece vive con il livello minimo di reddito si tratta di avere ciò di cui si ha bisogno. Come abitare in cohousing o in monolocali in affitto, comprare smartphone con contratti a basso costo, e avere accesso ai canali tv free. Non si possiede un’auto. A cena fuori si va per le occasioni speciali, e si fa una settimana di vacanza l’anno affittando appartamenti sulle piattaforme online.

Tripadvisor, arriva il Centro Recensioni per i ristoratori

Tripadvisor lancia il Centro Recensioni, il nuovo portale interattivo che dà la possibilità ai proprietari di ristoranti di rispondere alle recensioni. Non solo di Tripadvisor, ma anche di TheFork, Google, Facebook e altri ancora. Il tutto da un’unica piattaforma. Il 90% dei consumatori afferma infatti che le recensioni contano nella scelta del posto dove mangiare, ed è importante per i ristoranti prestare attenzione ai feedback online dei clienti. Quando i proprietari rispondono, il 63% dei consumatori è più propenso a prenotare. E con il nuovo servizio Tripadvisor intende aiutare i ristoranti a gestire meglio il proprio business, e a prendere il controllo della reputazione online.

Una panoramica dei punteggi da diverse piattaforme 

“Pochi ristoratori hanno tempo di entrare in ognuno dei vari siti di ristoranti per rispondere alle recensioni dei loro clienti – ha commentato Bertrand Jelensperger, senior vice president of Restaurants, Tripadvisor – e il Centro Recensioni è l’ultimo esempio degli sforzi di Tripadvisor per rendere più semplice la gestione e il marketing online dei ristoranti per i proprietari”. Ma come funziona Centro Recensioni? Centro Recensioni mostra una panoramica dei punteggi e delle recensioni di diverse piattaforme e dà la possibilità ai proprietari di esplorare in modo approfondito l’andamento delle recensioni, permettendo così di vedere cosa funziona, e dove si può migliorare l’esperienza dei clienti. Questo, grazie a una gamma completa di recensioni di diversi siti.

Gestire la reputazione online è più facile

I proprietari dei ristoranti possono quindi rispondere velocemente a ogni recensione con una risposta ponderata della direzione, ringraziare gli ospiti per i loro feedback e condividere la loro versione dei fatti. La risposta della direzione che condivideranno viene quindi automaticamente postata sul sito, o sull’app, su cui la recensione originariamente è stata pubblicata dal cliente, rendendo la gestione della reputazione online più facile e veloce. Centro Recensioni è un servizio in abbonamento, disponibile per i proprietari di ristoranti, operatori e team di digital marketing. L’iscrizione può essere mensile o annuale, ed è disponibile in tutti i mercati in cui opera Tripadvisor. 

L’importanza di rispondere al cliente

Uno Studio IPSOS Mori, dal titolo Il potere delle recensioni, mostra che oltre il 90% dei clienti sostiene che le recensioni dei ristoranti siano importanti nella scelta di un posto in cui mangiare. Un dato che mostra quanto sia importante prestare attenzione a cosa dicono i consumatori online. Anche perché le recensioni online non solo mostrano le esperienze dei clienti passati, ma danno anche ai proprietari la possibilità di mostrare il meglio della loro attività a possibili clienti futuri. Dallo studio emerge poi che 6 su 10 intervistati (63%) affermano di essere più propensi a prenotare se i proprietari rispondono alla maggior parte delle recensioni. E quando un proprietario lascia una risposta personalizzata alle recensioni, sono oltre tre quarti dei rispondenti (77%) a sostenere di essere più propensi a prenotare.

Record per il Made in Italy sulle tavole di tutto il mondo, 3,5 miliardi di euro

Il Made in Italy vola sulle tavole delle feste di tutto il mondo. L’export dei prodotti tipici del nostro comparto agroalimentare hanno segnato un vero e proprio record. In tutto il mondo l’export italiano di vini, spumanti, panettoni, formaggi, salumi, ma anche caviale nostrano, nel periodo di Natale e Capodanno 2019 ha raggiunto infatti complessivamente i 3,5 miliardi di euro. Un aumento del 7% rispetto alle festività del 2018. Tra i grandi protagonisti del cibo Made in Italy sulle tavole delle feste straniere si conferma lo spumante, che grazie a un aumento in valore del 4% fa segnare un nuovo record, in linea con la crescita dell’intero settore vitivinicolo, anch’esso in aumento del 4%.

Tutti pazzi per panettoni, tortellini, formaggi e cotechini

Non solo spumante, ma anche dolci, salumi, e pasta ripiena. Da quanto emerge da un’analisi della Coldiretti, sulla base delle proiezioni relative al mese di dicembre 2019 effettuate sui dati Istat del commercio estero, a essere richiesti all’estero sono infatti anche i nostri dolci nazionali, come i panettoni e gli altri prodotti della pasticceria tipica delle feste, complessivamente in aumento dell’11% in valore. Sempre più gettonata poi anche la pasta farcita tradizionale del periodo invernale, come i tortellini e i cappelletti, che hanno segnato una crescita del +8%. Ma è in salita anche la domanda dei formaggi italiani, che hanno fatto registrare un aumento in valore delle esportazioni pari al 12%, così come quella di prosciutti, cotechini e altri salumi, cresciuti del +3%.

Boom per il caviale italiano, all’estero +18%

La vera sorpresa però è il successo del caviale Made in Italy, che a dicembre 2019 ha fatto segnare una crescita boom sui mercati internazionali, con un +18% nelle esportazioni, riporta Askanews.

“Il record fatto segnare sulle tavole delle feste è significativo delle grandi potenzialità che ha l’agroalimentare italiano, che traina la ripresa dell’intero Made in Italy, peraltro in una situazione resa difficile a causa delle tensioni internazionali, ha affermato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Tutelarsi dai prodotti taroccati della “agropirateria”

Ma secondo il presidente della Coldiretti “l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare da una più efficace tutela nei confronti della agropirateria internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati – sottolinea Ettore Prandini – che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale”.

Aziende più attrattive, Ferrero, Ferrari, Intesa Sanpaolo sul podio

Tra le aziende più ambite e attrattive del 2019 i professionisti scelgono soprattutto quelle italiane, come Ferrero, Ferrari, Intesa Sanpaolo, Luxottica, UniCredit, Eni, Enel, Ferrovie dello Stato Italiane e Lamborghini. In particolare Ferrero, Luxottica, Intesa Sanpaolo e FSI sono tra le 5 più ambite dalle giovani manager, e Ferrero è la prima per gradimento per tutte le donne, indipendentemente dal profilo accademico, che sia business o stem.

È quanto emerge dalla ricerca Universum Most Attractive Employers Italy 2019 Professionisti: le aziende dei desideri dei giovani professionisti italiani, realizzata da Universum Global, la società svedese di progetti di ricerca e consulenza in campo employer branding.

Google è il datore di lavoro che meglio parla ai giovani

La ricerca, giunta alla quarta edizione, ha coinvolto più di 8.000 tra giovani professionisti provenienti da 35 settori sparsi su tutto il territorio nazionale, e quasi 4.000 professionisti senior. Per i professionisti di curriculum economico, 6 delle prime 10 aziende più attrattive sono italiane. Tra le prime cinque, a eccezione del colosso di Mountain View, che conquista il primo posto, si piazzano in testa Ferrero, seguita da Intesa Sanpaolo, Luxottica e UniCredit. A livello generazionale, Google è il datore di lavoro che meglio parla ai giovani professionisti, mentre le figure senior si identificano maggiormente con Ferrero.

Lamborghini e LVMH fanno per la prima volta il loro ingresso tra le TOP 10 della classifica.

Ferrero la più desiderata dalle giovani manager italiane

Per i professionisti formatisi nell’area ingegneristica sono 6 le italiane a occupare le prime dieci posizioni, Ferrari, ENI, Ferrero, ENEL, Ferrovie dello Stato Italiane e Lamborghini. Ferrero rimane stabile in prima posizione per il pubblico femminile, ed è l’azienda più desiderata dalle giovani manager italiane. Luxottica, che recupera 3 posizioni, e Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato Italiane le altre italiane nella top 5 di gradimento, rispettivamente per profili economici e scientifici. Forte rappresentanza del settore Moda per le giovani manager che hanno studiato business: oltre a Luxottica, anche LVMH, Giorgio Armani, Calzedonia e Valentino tra le 15 aziende più desiderate. Rimangono salde ai primi posti Intesa Sanpaolo e UniCredit Group, separate da pochi punti percentuali.

Eni, Enel e Fincantieri aumentano la propria attrattività

Per le giovani donne stem il farmaceutico continua ad aumentare la propria attrattività, ma sono sempre più desiderate dalle donne anche le italiane Eni, Enel e Fincantieri. In generale, sia i professionisti più giovani sia i senior, indipendentemente dal proprio percorso accademico, vogliono essere coinvolti e dare un proprio contributo in un posto di lavoro stimolante, prima caratteristica da loro ricercata, mentre i professionisti di profilo business collocano al primo posto l’avere opportunità di essere un leader, e i profili Stem danno maggiore importanza alla meritocrazia. Le tendenze, riporta Adnkronos, continuano su direzioni diverse per fasce di esperienza. I giovani professionisti riconoscono l’importanza di avere un obiettivo a cui ispirarsi. Le figure senior, invece, premiano un ambiente di lavoro creativo e dinamico.

Saper leggere e scrivere protegge il cervello

Gli analfabeti, coloro che non hanno mai imparato a leggere e scrivere, presentano un rischio quasi tre volte maggiore di sviluppare una demenza rispetto chi è in grado di farlo. Leggere e scrivere infatti si rivelano un vero e proprio “scudo” contro la demenza. Almeno, secondo uno studio americano pubblicato su Neurology.

“Essere in grado di leggere e scrivere consente alle persone di impegnarsi in più attività – spiega Jennifer J. Manly, della Columbia University Vagelos College of Physicians di New York e autrice dello studio – come leggere giornali e aiutare figli e nipoti a fare i compiti”. E se precedenti ricerche dimostrano che queste attività possono ridurre il rischio di demenza “il nostro nuovo studio – aggiunge Manly – fornisce ulteriori prove del fatto che leggere e scrivere possono essere fattori importanti per mantenere un cervello sano”.

Uno studio americano su 983 persone con bassi livelli di istruzione

Lo studio ha coinvolto 983 persone con età media di 77 anni e bassi livelli di istruzione. I ricercatori hanno chiesto loro se avessero mai imparato a leggere o scrivere, dividendoli poi in due gruppi, 237 analfabeti e 746 alfabetizzati.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a esami medici e hanno sostenuto test di memoria e cognitivi, sia all’inizio dello studio sia nel corso di follow-up fissati ogni 18-24 mesi. I test includevano la capacità di ricordare il maggior numero di parole relative a determinate categorie, dalla frutta agli abiti.

Dopo quattro anni il 48% degli analfabeti si è ammalato di demenza

I ricercatori hanno scoperto che fra gli analfabeti 83 persone su 237 (il 35%) soffrivano di demenza all’inizio dello studio. Nell’altro gruppo il dato era di 134 persone su 746, ovvero il 18%. Dopo aver adattato i dati tenendo conto di età, stato socioeconomico e malattie cardiovascolari, è risultato che gli anziani che non sapevano leggere e scrivere avevano una probabilità quasi tre volte maggiore di demenza. Tra i partecipanti cognitivamente sani all’inizio dello studio, infatti, dopo quattro anni il 48% degli analfabeti si era ammalato di demenza, contro il 27% dell’altro gruppo.

L’alfabetizzazione è legata a punteggi più alti anche su memoria e test cognitivi

I ricercatori hanno concluso quindi che chi non era in grado di leggere e scrivere aveva il doppio delle probabilità di sviluppare una demenza, riporta Adnkronos. E fin dall’inizio del monitoraggio anche la capacità di linguaggio e ragionamento sono risultate ridotte negli anziani analfabeti.

“L’alfabetizzazione era legata a punteggi più alti sulla memoria e nei test cognitivi in generale, non solo ai punteggi di lettura e linguaggio – commenta Manly -. Anche se hanno solo pochi anni di istruzione alle spalle, le persone che imparano a leggere e scrivere possono beneficiare di vantaggi per tutta la vita rispetto a chi non ha imparato mai”.

Continua la crescita del valore aggiunto delle imprese italiane

Da quanto emerge dai dati di un report dell’Istat nel 2017, per il quarto anno consecutivo, continua a crescere il valore aggiunto delle imprese. In particolare nel 2017 l’aumento è del 3,9% sul 2016, arrivando a 779,468 milioni di euro. Alla crescita del valore aggiunto si associa una domanda di lavoro positiva, che ha generato circa 419 mila addetti aggiuntivi, di cui oltre il 60% nelle imprese appartenenti a gruppi, con incrementi in tutte le classi dimensionali, ma più intensi nelle imprese con 10 addetti e oltre. I costi del personale invece aumentano del 5,5% per le imprese appartenenti a gruppi e del 2,2% per le imprese indipendenti.

Margine operativo lordo +3,5%

Marcata la performance in termini di redditività, con il margine operativo lordo, che a seguito di una crescita del costo del lavoro (+4,2%) nel 2017 segna un aumento del 3,5%, un impatto significativo sulla crescita del sistema produttivo è determinato dalle imprese organizzate in gruppi, che generano il 56,7% del totale del valore aggiunto. Nelle imprese organizzate in gruppi l’aumento del valore aggiunto è del 5,8%, e quello del margine operativo lordo è del 6,2%, contro +1,4% e +0,7% registrato dalle imprese che non appartengono a gruppi.

Le imprese appartenenti a gruppi sono più produttive di quelle indipendenti

I costi del personale aumentano del 5,5% per le imprese appartenenti a gruppi e del 2,2% per le imprese indipendenti. Il 19,9% dei gruppi di impresa, con almeno un’impresa residente nel territorio nazionale, ha natura multinazionale, e il 10,1% è controllato da un soggetto residente all’estero. I gruppi domestici (80,1%) controllano il 79,8% delle imprese appartenenti a gruppi e assorbono il 41,4% degli addetti. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti: il valore aggiunto per addetto ammonta a 77 mila 350 euro ed è 1,5 volte maggiore di quello delle imprese nel complesso (47 mila 150 euro).

Il 5% delle imprese è organizzato in strutture di gruppo

Le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,4 milioni e occupano 16,5 milioni di addetti, di cui 11,7 milioni dipendenti. La dimensione media è di 3,8 addetti. Il 5% delle imprese è organizzato in strutture di gruppo che occupano circa un terzo degli addetti. Sono infatti 219.769 le imprese organizzate in gruppi d’impresa (99.268 gruppi), con 5,7 milioni di addetti, 5,6 milioni di dipendenti e una dimensione media di 26 addetti, che raggiunge i 75,2 addetti nel caso dei gruppi multinazionali.

Formazione, troppo costosa per 1 piccola impresa su 4

Tutti riconoscono il ruolo della formazione aziendale, ma per alcune piccole realtà è eccessivamente costosa, elitaria e troppo complicata da gestire all’interno delle microimprese. A dirlo è l’indagine dell’Osservatorio Statistico Consulenti del Lavoro in collaborazione con FonARCom, Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua.

Le piccole imprese sono il 93,3% delle aziende italiane

Pur riconoscendo il ruolo e il valore della formazione per restare competitivi sul mercato, questa è difficile per gran parte delle microimprese. Realtà produttive piccole e piccolissime che rappresentano il 93,3% delle aziende italiane, pari ad oltre 1 milione e mezzo di realtà, e che occupano 5,1 milioni di addetti (il 36,1% del totale dei dipendenti del settore privato extra agricolo).  In base ai risultati dell’indagine, emerge che l’attività formativa in Italia è essenzialmente di tipo “obbligatorio”, come quella su sicurezza sul lavoro e ambiente, e riguarda principalmente i giovani da poco entrati nel mondo del lavoro (il 65,5% dei partecipanti a iniziative di formazione ha meno di 34 anni, gli ultracinquantenni sono appena il 10,9%). L’attività formativa non obbligatoria, invece, interessa soprattutto i dirigenti e i quadri aziendali (64,6%), fra cui rientrano maggiormente i lavoratori anziani. Ne consegue che i giovani sono sostanzialmente esclusi dalla formazione non obbligatoria, poiché nella gran parte dei casi non ricoprono ruoli di management. Un altro dato messo in luce dalla ricerca è che “la propensione a svolgere corsi formativi aumenta al crescere delle dimensioni dell’impresa: in un’azienda con più di 50 dipendenti è oltre 6 volte maggiore (81,3%) rispetto ad un’impresa con meno di 10 dipendenti (13,4%)”.

I principali ostacoli

Il rapporto spiega che, sulle risposte ottenute dal questionario, siano emerse diverse difficoltà. In particolare, i maggiori blocchi alla volontà di fare formazione sono di carattere economico e procedurali: gli imprenditori titolari di micro e piccolissime imprese non sono affatto convinti dell’utilità della formazione, le poche esperienze avute non sono state particolarmente “esaltanti”, la formazione non viene vista come un investimento, ma come un costo e gli sforzi economici vengono indirizzati più sul binomio produzione/vendita.

Più formazione se fosse meno costosa

Con questi presupposti, non stupisce che il il 78,6% degli intervistati farebbe più formazione se costasse meno farla, se non fosse scollegata dalle reali esigenze produttive dell’azienda (74,1%) e, ancora, se vi fossero più finanziamenti mirati (69,6%). Fra le imprese che fanno formazione, invece, prevale l’approccio pratico al training on the job (28,3%), la formazione sul campo e le attività sono realizzate essenzialmente ricorrendo a fondi interprofessionali (45,2%) o a società private di consulenza (42,1%). L’impresa che destina risorse ad un fondo paritetico interprofessionale, infatti, ha la garanzia che il suo investimento possa tornare utile alla qualificazione professionale dei propri dipendenti, ottenendo un costante miglioramento della loro competenza e preparazione.

Il ruolo dei Consulenti del Lavoro

“Dall’indagine emerge l’esigenza di proseguire nell’importante percorso di diffusione della cultura della formazione continua, soprattutto nelle piccole e medie imprese” dice Andrea Cafà, Presidente di FonARCom.“Mai come oggi, ciò appare indispensabile in ragione dei grandi cambiamenti determinati dall’innovazione tecnologica e dall’introduzione di nuovi modelli organizzativi aziendali. La formazione intesa, quindi, come valore qualitativo per accrescere le competenze dei lavoratori e la competitività delle aziende. In quest’ottica è auspicabile una stretta e concreta sinergia anche con il mondo delle professioni, affinché supportino tale processo all’interno delle imprese, nell’ambito di un moderno modello di relazioni industriali, capace di rispondere in modo efficace alle grandi trasformazioni del mondo del lavoro”.

 

Realizzare siti web professionali

Già… qualsiasi web agency si riempe la bocca di grandi parole e grandi progetti web: siti web impeccabili, responsive, perfetti, posizionati nella top 10 di Google. Già … peccato che almeno il 95% di esse non sarà in grado di farvi realizzare nulla attraverso il canale web. Perchè? Perchè se l’utente non si fida di voi, se non ha ben chiaro cosa fare quando naviga il vostro sito, se non ha la chiara percezione di un sito web professionale … beh, andrà altrove.

Cosa intendiamo per sito web professionale? Parecchie cose. Intanto un sito privo di evidenti lacune, difetti, problemi di navigazione e bug tecnici, che possano essere facilmente notati dall’utente finale e quindi penalizzare l’esperienza di navigazione. Poi preciso, completo, ricco di informazioni o, comunque, di contenuti di qualità: originali, ben scritti, strutturati nel modo giusto. Un sito che consenta una facile interazione con l’utente, una ricerca precisa all’interno delle pagine, una navigazione veloce ed esaustiva. Potremmo andare avanti ancora molto, le caratteristiche possono comunque essere riassunte in: un sito che genera conversioni.

Non è assolutamente semplice generare conversioni, ecco perchè WebSenior rappresenta un pò un’eccezione nel panorama delle web agency di Monza e Brianza. Realizza e posiziona siti web professionali in grado di generare contatti profilati, e di trattenere il visitatore per tutto il tempo necessario a massimizzare le possibilità che generi una richiesta. Team professionale, polivalente, molto disponibile e soprattutto continuamente aggiornato su SEO, SEM e web marketing in generale. Provate ad affidarvi a loro, e tornate su queste pagine per farci sapere com’è andata!

Fornitura idrica, nuove regole e standard sulla morosità

Lo annuncia l’Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambiente (Arera): dal 1° gennaio 2020 saranno introdotte regole certe e uguali in tutta Italia nel caso di mancati pagamenti da parte degli utenti per la fornitura dell’acqua. Con la delibera 311/2019/R/idr vengono infatti definiti i tempi e le modalità standard per la costituzione in mora, la rateizzazione degli importi, la sospensione della fornitura dell’acqua e la risoluzione del contratto. Il tutto salvaguardando le utenze vulnerabili in documentato stato di disagio economico sociale, e quelle pubbliche non disalimentabili, come scuole e ospedali.

Cosa cambia nel caso di mancato pagamento per le utenze domestiche residenti

Dopo un’ampia consultazione la delibera 311/2019/R/idr introduce quindi misure idonee ad assicurare all’utente l’adeguatezza e la trasparenza dell’informazione in merito alle azioni messe in atto dal gestore a tutela del proprio credito, ma anche la certezza delle modalità e delle tempistiche per il loro svolgimento. Più in dettaglio, nei casi di morosità delle utenze domestiche residenti non vulnerabili la fornitura potrà essere sospesa soltanto dopo il mancato pagamento di fatture per importi superiori al corrispettivo annuo dovuto per la fascia di consumo agevolato. O quando tecnicamente fattibile, solo successivamente alla limitazione del flusso dell’acqua, assicurando soltanto il quantitativo minimo vitale, che equivale a 50 litri per abitante al giorno.

Quando in mora è il condominio

Per la medesima categoria di utenza, la disattivazione della fornitura, con la risoluzione del contratto, potrà essere effettuata dal gestore solo nel caso in cui, a seguito della limitazione o sospensione e nel proseguirsi della mora, venga manomesso il misuratore, o nel caso in cui le stesse utenze non abbiano provveduto a pagare i relativi oneri per il recupero della morosità pregressa.

Nel caso di utenze condominiali invece il gestore non potrà limitare/sospendere/disattivare la fornitura idrica se entro la scadenza dei termini previsti nella comunicazione di messa in mora, sia stato pagato almeno metà dell’importo dovuto in un’unica soluzione. Potrà invece procedere con le azioni sulla fornitura se l’utenza condominiale non effettui il saldo entro i successivi sei mesi, riporta Askanews.

I gestori dovranno garantire la rateizzazione degli importi su 12 mesi

I gestori dovranno garantire, quando previsto, la rateizzazione degli importi oggetto di costituzione in mora su 12 mesi, informando in modo chiaro l’utente dei tempi e delle modalità per ottenerla. Il gestore dovrà poi inviare la costituzione in mora almeno 25 giorni solari dopo la scadenza della fattura, ma non prima di aver inviato un sollecito bonario con allegato il bollettino per il pagamento.

Obbligo di riattivazione della fornitura limitata, sospesa o disattivata per morosità, entro due giorni feriali dall’attestazione dell’avvenuto saldo da parte dell’utente finale. Previsti poi indennizzi automatici da 10 a 30 euro nel caso in cui non vengano rispettate, in tutto o in parte, tali modalità.

Raccolta differenziata, si ricicla di più, ma non è facile

Tra gli italiani la raccolta differenziata è sempre più diffusa. Per l’86% dei nostri connazionali si tratta di un’abitudine che indica senso civico, poiché va a beneficio di tutti pur in assenza di un ritorno economico diretto. Riciclare correttamente i propri rifiuti però non è sempre facile. Soprattutto per la difficoltà a interpretare i simboli per la raccolta differenziata che si trovano sui prodotti confezionati. Tanto che se il 38% degli italiani dichiara di capirli “più o meno bene”, il 18% afferma di non capirli bene, e il 7% non li capisce affatto. Al contrario, li capisce molto bene il 25%, ed estremamente bene, il 12%.

Il 90% degli italiani differenzia vetro e plastica

Lo rileva l’indagine sull’economia circolare elaborata da Ipsos per Conou, presentata durante EcoForum. Secondo la ricerca gli italiani differenziano sempre di più, in particolare il vetro e la plastica, che nel 2018 sono stati raccolti dal 90% degli italiani. Una percentuale in crescita  rispetto al 2005, quando venivano riciclati rispettivamente dal 71% (vetro) e dal 63% (plastica).

L’87% raccoglie invece con costanza carta e lattine, contro il 65% e il 42% del 2005, e sta crescendo molto anche l’abitudine a differenziare l’umido, raccolto dall’82% dei consumatori nel 2018 contro il 36% del 2005.

Il problema è il packaging

A preoccupare gli italiani, però, è il packaging, ovvero l’imballaggio dei prodotti. L’87% dei consumatori intervistati si dichiara infatti preoccupato per l’impatto che questo può avere sull’ambiente.

Ma chi deve farsi carico del problema? In particolare, chi dovrebbe preoccuparsi di ridurre la quantità di materiale utilizzato per le confezioni? Per il 30% degli italiani dovrebbero essere le aziende stesse, anche se il 39% afferma che dovrebbero occuparsene congiuntamente aziende, governo, e consumatori, riporta Adnkronos.

Aumentare la gamma dei prodotti riciclabili e introdurre sanzioni

Gli italiani però sono pronti ad agire in prima persona, non solo acquistando prodotti realizzati con materiali riciclati (53%) e riutilizzando gli articoli monouso (48%), ma anche smettendo di acquistare beni con imballaggi non riciclabili (41%), o smettendo di acquistare nei negozi che vendono molti prodotti con imballaggi non riciclabili (24%). Inoltre, sono anche disposti a pagare di più per prodotti con packaging green (9%). Per ridurre l’utilizzo della plastica e dei materiali non riciclabili, in molti poi sarebbero favorevoli alle sanzioni. Per il 46% degli intervistati le amministrazioni dovrebbero essere obbligate ad aumentare la gamma dei prodotti riciclabili, e per il 33% andrebbero tassati i negozi che utilizzano prodotti non sostenibili.