Made in Italy: nel 2025 l’export alimentare vale quasi 23 miliardi 

Nel Made in Italy che piace al mondo volano le eccellenze dell’alimentare italiano. Da gennaio a dicembre 2024 il settore alimentare ha esportato beni per circa 57 miliardi di euro, di cui 23 miliardi sono delle Aziende dei settori Unione Italiana Food.

Lo conferma Unione Italiana Food. In occasione della seconda Giornata Nazionale del Made in Italy (15 aprile), l’Associazione ha reso noti i dati dell’export 2024 dei settori rappresentati, che nello stesso anno hanno sfiorato 23 miliardi di euro, per una crescita superiore all’11% in valore.
Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Spagna e Polonia, attratti dalla qualità e autenticità della tradizione gastronomica italiana, si confermano i principali mercati di destinazione. 

Boom dei prodotti simbolo dell’Italia nel mondo 

Più in dettaglio, il 2024 ha visto crescere soprattutto l’export di pasta, cresciuto del +4,8%, per un valore di 4,02 miliardi di euro, il caffè (+ 8,9%, per un valore di 2,66 miliardi di euro), i prodotti da forno (+ 13,3%, 4,3 miliardi), oltre a cacao e cioccolato (+17,2%, 2,88 miliardi).

Performance particolarmente brillanti anche per altri comparti, come brodi, minestre, salse e sughi (+13,4%), cereali da prima colazione (+18,4%), chips e snack (+44,6%), confetteria (+20,5%), gelati (+10,8%) e integratori (+12,4%). Prodotti che raccontano quel mix di tradizione, innovazione, sicurezza alimentare, qualità e alto contenuto di servizio che rappresenta la cifra stilistica del Made in Italy.

Dal piatto al cuore: il food tricolore conquista con le emozioni

Secondo Unione Italiana Food, il successo del Made in Italy alimentare non si basa solo sulla qualità dei prodotti, ma anche sull’esperienza emotiva che genera.
Il ricordo di un piatto gustato in Italia crea un legame con il prodotto che spinge il consumatore internazionale a ricercarlo anche nel proprio Paese.

Secondo le stime di Istat, sono oltre 250 milioni i turisti stranieri che nel 2024 hanno visitato l’Italia, e un’indagine del Touring Club Italia rivela che 7 ristoratori italiani su 10 hanno riscontrato una crescita nella cultura enogastronomica degli ospiti internazionali, particolarmente interessati a conoscere la provenienza degli ingredienti (28%), la storia (25%) e le tecniche di preparazione dei piatti che consumano (14%).

Dazi USA: “necessario dialogo per proteggere l’export” 

Sul futuro del Made in Italy pesa l’incertezza determinata dalle misure daziarie stabilite dall’Amministrazione americana.

“Si confida quindi non solo nell’azione diplomatica della UE per una positiva composizione della vicenda, ma anche nel ruolo incisivo che sta svolgendo la nostra Premier per scongiurare contromisure UE che potrebbero rivelarsi per le nostre imprese tanto dannose quanto le misure stesse – spiega Unione Italiana Food -. La preoccupazione maggiore è quella legata alle variazioni dei mercati finanziari mondiali, che rischia di travasarsi sull’economia reale, imprese e consumatori, rallentando i consumi a livello globale, in un contesto in cui il nostro mercato interno ha iniziato a flettere da inizio anno”.

Telemarketing in Italia: tra fastidio, sospetti e qualche opportunità

Ricevere telefonate non richieste da call center è diventato un fenomeno quasi quotidiano per milioni di italiani. A volte si tratta di proposte legittime, altre volte di offerte poco trasparenti o, peggio, di tentativi di truffa.

A fare il punto su come gli italiani vivono questo bombardamento telefonico è un’indagine pubblicata da Radar di SWG, che monitora costantemente comportamenti, abitudini e percezioni della popolazione.

Un fenomeno poco gradito

Le chiamate promozionali raggiungono praticamente tutti. Secondo i dati raccolti, il 63% delle persone prova fastidio alla ricezione di queste telefonate, mentre un altro 24% le affronta con indifferenza.

Solo una piccola minoranza – il 9% – si dichiara irritata, e appena il 4% mostra una qualche forma di apertura, tra interesse e divertimento.

Rispondere o rifiutare: gli italiani sono divisi

Di fronte a un numero sconosciuto, come si comportano gli italiani? Circa un terzo sceglie di non rispondere affatto, per principio. Tuttavia, il 29% ammette di rispondere sempre o quasi, lasciando aperta la possibilità che la chiamata contenga una proposta utile.

Questo comportamento è più comune tra i giovani, mentre la generazione più adulta si mostra più prudente.

Tra scetticismo e qualche apertura

Non tutte le telefonate vengono percepite allo stesso modo. Le offerte che promettono facili guadagni, investimenti o posti di lavoro sono le più sospette: la maggior parte degli intervistati le considera potenziali frodi.

Diversa, invece, l’attitudine verso le proposte relative a telefonia, energia o assicurazioni: in questi casi si tende a valutare l’offerta con più attenzione.

Teleselling: cosa pensa chi ha accettato? 

Sebbene la maggioranza rifiuti, una fetta della popolazione decide di fidarsi e acquistare tramite telefono. Il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver accettato almeno una proposta ricevuta via teleselling. Gli uomini e i giovani sono i più inclini ad aderire, dimostrandosi più aperti rispetto alla media.

Soddisfazione “media”, ma comunque c’è chi è contento 

Dopo aver accettato una proposta, il grado di soddisfazione è generalmente moderato. Pochi si dichiarano completamente entusiasti, ma nemmeno delusi: la maggioranza parla di un’esperienza “abbastanza positiva”, pur con alcune riserve.

Le chiamate da parte dei call center continuano a rappresentare un elemento controverso nella quotidianità degli italiani. Se da un lato provocano irritazione e diffidenza, dall’altro non mancano casi in cui si rivelano utili. Il vero nodo resta la trasparenza: solo offrendo proposte chiare e oneste il teleselling potrà sperare di recuperare credibilità.

Mutui più leggeri? Gli scenari dopo il taglio dei tassi BCE

Nonostante le tensioni commerciali e l’incertezza sui mercati internazionali, gli analisti guardano con fiducia al prossimo futuro. La riunione della Banca Centrale Europea ha portato un nuovo intervento sui tassi di interesse: un taglio di 25 punti base che può offrire un po’ di respiro ai titolari di mutui a tasso variabile.

Secondo le stime di Facile.it e Mutui.it, una riduzione simile si dovrebbe tradurre in un calo della rata media da 640 a 623 euro, con un risparmio mensile di circa 17 euro per un mutuo standard.

Mutui variabili: tendenze in calo per tutto il 2025

Le proiezioni sui futures Euribor a 3 mesi, aggiornate all’11 aprile 2025, anticipano un ulteriore calo graduale dell’indice: dal 2,07% previsto a metà anno, si arriverebbe all’1,76% entro dicembre. Se queste stime si realizzeranno, la rata di un mutuo tipo potrebbe scendere fino a 598 euro, portando un beneficio annuo complessivo di oltre 40 euro al mese rispetto ai livelli attuali.

Gli effetti delle tensioni globali sui mutui a tasso fisso

Il recente braccio di ferro commerciale tra USA e Cina ha avuto un impatto indiretto anche sul mercato europeo dei mutui, in particolare su quelli a tasso fisso. L’impennata dei rendimenti dei titoli di Stato americani ha trascinato verso l’alto anche i titoli europei, facendo aumentare leggermente il valore dell’IRS, cioè il parametro su cui si calcolano i mutui fissi.

Tuttavia, come precisano gli esperti di Facile.it, si tratta di “oscillazioni temporanee, che negli ultimi giorni sembrano già rientrare”.

Fisso o variabile: una scelta da valutare con attenzione

Attualmente il mutuo a tasso fisso resta leggermente più vantaggioso: le migliori offerte partono da un Tan del 2,76%, corrispondente a una rata mensile di 582 euro, contro un Tan del 2,97% e una rata di 596 euro per i variabili.
Ma lo scenario potrebbe cambiare: l’Euribor è sceso sotto l’IRS e, con un eventuale aggiustamento degli spread, i mutui variabili potrebbero tornare competitivi.

Mutui flessibili e surroga: opportunità da considerare

La decisione sul tipo di tasso dipende da molti fattori: reddito, durata del mutuo, propensione al rischio. “Il tasso fisso offre stabilità, il variabile può dare un vantaggio economico, ma va seguito con attenzione”, spiegano da Facile.it.

Infine, la surroga resta una possibilità concreta: si può iniziare con un fisso, più sicuro, e valutare un passaggio al variabile se in futuro le condizioni saranno davvero favorevoli.

Data Privacy Benchmark Study: nell’era dell’AI la gestione dei dati personali diventa più complessa

Il panorama odierno della privacy è complesso, con i fornitori globali, apprezzati per le loro capacità, da una parte, e dall’altra lo storage locale, percepito come più sicuro.

In pratica, la richiesta di conservazione dei dati a livello locale si interseca con l’utilizzo delle competenze di fornitori internazionali. E sebbene siano aumentati i costi operativi derivanti dalla localizzazione dei dati, il 90% delle organizzazioni italiane ritiene che la conservazione locale sia intrinsecamente più sicura. Ma allo stesso tempo, l’88% pensa che affidarsi a un provider globale offra una migliore protezione dei dati. 
Sono alcuni dati evidenziati dall’ottava edizione del Data Privacy Benchmark Study 2025 di Cisco.

Creare fiducia attraverso la conformità

Le normative in materia di privacy restano una pietra miliare della fiducia dei clienti. L’84% degli intervistati italiani ha notato un impatto positivo sulla propria azienda. Nonostante i costi associati alla conformità, un 97% delle imprese italiane dichiara che i ritorni sono nettamente superiori agli investimenti.

Questo orientamento è confermato dall’aumento della consapevolezza e della fiducia dei consumatori nelle leggi sulla privacy. Il 62% dei consumatori italiani conosca infatti le leggi sulla privacy del Paese.
Tra questi, l’89% si sente sicuro della capacità di proteggere i propri dati, rispetto ad appena il 43% di coloro che non conoscono le normative.

Un’AI responsabile nell’era dell’AI Generativa

Con l’aumento della familiarità verso l’AI (il 63% degli intervistati afferma di avere ormai molta dimestichezza con la GenAI, l’Intelligenza artificiale generativa), anno dopo anno le preoccupazioni rimangono le stesse.
Molte organizzazioni segnalano di aver ricevuto benefici significativi dalla GenAI, ma la privacy dei dati resta ancora un rischio considerato importante. 

In particolare, il 64% degli intervistati si preoccupa di condividere inavvertitamente informazioni sensibili pubblicamente o con i concorrenti, ma quasi la metà ammette di immettere dati personali dei dipendenti, o non pubblici, negli strumenti GenAI.

Raddoppiano i budget IT da destinare all’AI

Questa lacuna evidenzia la necessità di strumenti in grado di proteggere le aziende dall’uso improprio dell’AI e dalla perdita di dati.
Al contempo, la ricerca evidenzia un focus crescente su investimenti nei processi di governance dell’AI.

Il 99% degli intervistati italiani prevede infatti di riallocare parte delle risorse destinate alla privacy verso iniziative di AI nel prossimo futuro.
Una tendenza confermata anche dal report AI Readiness Index 2024 di Cisco, che sottolinea come le allocazioni di budget IT nel prossimo anno quasi raddoppieranno, grazie all’implementazione sicura di tecnologie AI.

Giovani e acquisto della prima casa: perché è così difficile?

Un tempo, comprare casa era un passaggio naturale verso l’indipendenza. Oggi, invece, per molti giovani italiani si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere. Secondo un’indagine condotta da Facile.it in collaborazione con mUp Research, il 62% dei Millennials tra i 29 e i 39 anni non ha ancora acquistato una casa.

Chi è riuscito a farlo negli ultimi cinque anni ha spesso beneficiato del supporto dei genitori: quasi un terzo degli acquirenti ha ricevuto un aiuto economico familiare, dimostrando quanto sia complesso affrontare questa spesa senza un sostegno esterno. Inoltre, più di un milione di giovani tra i 29 e i 39 anni vorrebbe lasciare la casa di famiglia, ma non dispone delle risorse finanziarie per farlo.

Il mutuo: uno strumento indispensabile, ma non sempre accessibile

Per la maggior parte dei giovani, l’unico modo per acquistare un’abitazione è accendere un mutuo. Un desiderio che si scontra contro la dura realtà: i contratti di lavoro precari e il basso livello di risparmi rendono difficile ottenere finanziamenti. Un aiuto arriva dal Fondo di Garanzia Prima Casa, che consente agli under 36 di ottenere mutui fino al 100% del valore dell’immobile.

Nel 2024, grazie a questo fondo, sono stati concessi oltre 80.000 mutui. Secondo l’indagine, il 69% degli acquirenti tra i 29 e i 39 anni si è rivolto a una banca per ottenere un finanziamento, una percentuale che arriva al 74% nel Nord Italia.

L’aiuto determinante dei genitori

Molti giovani sanno fin dall’inizio che senza il supporto economico dei genitori non potrebbero permettersi l’acquisto di una casa. Ben 830.000 intervistati hanno dichiarato di aver ricevuto un aiuto finanziario, che è stato fondamentale per ottenere il mutuo, ridurre l’importo da richiedere alla banca o coprire le spese accessorie.

Sette giovani su dieci tra quelli che hanno comprato casa negli ultimi cinque anni hanno beneficiato del supporto familiare, e 276.000 fortunati hanno potuto acquistare senza ricorrere a un mutuo grazie all’intervento economico dei genitori. Curiosamente, il 56% di chi ha ricevuto aiuti non prevede di restituire la somma, considerandola un regalo, percentuale che sale al 61% tra le donne.

L’andamento delle richieste di mutuo

Secondo i dati dell’osservatorio Facile.it – Mutui.it, nei primi mesi del 2025 il costo medio degli immobili acquistati con un mutuo è stato di 192.826 euro. Gli acquirenti hanno richiesto in media 142.000 euro, coprendo il 79% del valore dell’immobile, con un piano di rimborso di circa 26 anni.

L’età media dei richiedenti è stata di 38 anni, e un quarto delle domande di mutuo è stata accompagnata da una richiesta di accesso al Fondo di Garanzia Prima Casa, percentuale che sale al 50% per gli under 36.

Per concludere

Comprare casa è una sfida sempre più complessa per i giovani italiani. L’accesso al credito è spesso ostacolato dalla precarietà economica, e il sostegno della famiglia diventa essenziale. Senza misure più incisive, l’acquisto di un’abitazione rischia di rimanere un lusso per pochi.

Software: un motore di crescita per 9 aziende italiane su 10

Non più relegato a compiti secondari, entro il 2030 il software darà un contributo significativo ai ricavi aziendali, tanto che si parla ormai di ‘softwarizzazione’ diffusa. Un’espressione che riassume la tendenza a investire sullo sviluppo software per creare prodotti e servizi di valore. Tanto che 9 imprese italiane su 10 hanno scelto lo sviluppo software per la crescita del proprio business.

Lo confermano i numeri del report ‘The art of software: The new route to value creation across industries’ del Capgemini Research Institute, per il quale il 90% delle aziende intervistate sta già sviluppando strategie basate sul software per vincere le sfide del mercato. 

Softwarizzazione: molto più di un avanzamento tecnologico

I benefici della trasformazione aziendale incentrata sul software hanno permesso all’86% delle imprese di ottenere nuove fonti di ricavo attraverso prodotti ‘software-defined’, mentre il 73% ha beneficiato del software per l’accelerazione dei settori R&S.
Inoltre, la trasformazione digitale guidata dal software si traduce in un aumento della quota di mercato per il 62% delle aziende, e in una riduzione dei costi per oltre la metà di esse. 

“La softwarizzazione è molto più di un avanzamento tecnologico – spiega Giacomo Donzelli, practice head software di Capgemini Engineering -. Si tratta di un cambiamento culturale e strategico”.
Un impatto orizzontale, che coinvolge vari segmenti industriali. Il 90% delle aziende automobilistiche, ad esempio, ha già introdotto nuovi servizi basati sul software.

“È necessario un cambio di paradigma per differenziarsi e innovare”

Anche nei beni industriali e capital goods il 59% delle imprese ha ottenuto significativi risparmi grazie a strategie digitali mirate. Nel settore finanziario e retail, la rivoluzione software è altrettanto evidente: il 77% di banche e assicurazioni ha ridotto i tempi di sviluppo dei prodotti, mentre il 59% delle realtà del commercio al dettaglio ha abbassato i costi operativi.

E la tendenza è destinata a crescere. “Siamo entrati in una nuova era di trasformazione aziendale incentrata sul software – afferma Riccardo Dolfi, managing director di Capgemini Engineering – è necessario un cambio di paradigma se le aziende vogliono differenziarsi, innovare e rimanere competitive”.

Come attuare la trasformazione?

Il 60% delle aziende riconosce che il tema del software è ormai una priorità. Tuttavia, solo il 40% ha già una strategia chiara e strutturata.
Serve infatti un ripensamento radicale dell’organizzazione dei processi, che deve essere flessibile, scalabile e orientata all’interoperabilità.

Ed è la stessa cultura aziendale a doversi evolvere per diventare ‘digital-native’, ridisegnando i processi e aumentando la velocità di sviluppo, riporta ANSAcom. Va però colmata un’evidente carenza di talenti.
“È necessario adottare un approccio olistico: dalla creazione di partnership strategiche alla definizione di una roadmap di trasformazione precisa – aggiunge Dolfi – in modo da garantire che l’architettura su cui si basa il software sia solida, sostenibile e scalabile”.

DE&I: come comunicare le iniziative aziendali in ambito sociale?

Nelle strategie aziendali, il tema della Diversity, Equity & Inclusion (DE&I) ha assunto progressivamente un ruolo centrale. Le imprese hanno compreso che la valorizzazione delle differenze non è solo una questione etica, ma rappresenta un significativo vantaggio competitivo.
Eppure, nonostante questa consapevolezza, molte aziende continuano a interrogarsi sull’opportunità di comunicare esternamente le proprie iniziative in ambito DE&I, prediligendo una comunicazione interna delle stesse.

Viceversa, alcuni brand hanno deciso di schierarsi apertamente nella promozione dei principi DE&I, ottenendo però una risposta incerta, e non pienamente efficace da parte del pubblico.
Questo perché le sensibilità e le attese sui questi temi sono molteplici e sfaccettate, sia per quanto riguarda il genere sia la fascia d’età.

Perché le imprese dovrebbero parlare di parità di genere?

Come uscire, allora, da questa impasse?
Considerando la parità di genere, uno dei temi che rientrano nell’ambito delle politiche DE&I, una ricerca di Eumetra mostra come l’impegno delle imprese nell’affrontare la parità di genere, oltre a essere richiesto dal pubblico (62% donne, 39% uomini), contribuisca positivamente a migliorare la reputazione aziendale (40% donne, 29%).

Sempre secondo il sondaggio, per favorire un ambiente più inclusivo e collaborativo, incrementare il benessere e coinvolgimento dei dipendenti, esprimere l’impegno a favore della collettività, attrarre le nuove generazioni.
Tutto ciò si traduce anche in benefici economici, perché un ambiente più equo e motivante aumenta la produttività, riduce il turnover, attira talenti e investitori, rafforza la fidelizzazione e il vantaggio competitivo.

Il rischio social washing in pubblicità

Tuttavia, comunicare male o in modo incoerente provoca la percezione che si tratti solo di una moda o di social washing, mettendo a rischio la credibilità e l’autenticità dell’impegno dichiarato.
Inoltre, oggi in generale le persone si sentono poco rappresentate dalla pubblicità, in termini di genere e di età. Solo 1 persona su 5 ritiene che le pubblicità rappresentino il proprio genere.

E il quadro peggiora in riferimento alle età: GenZ e Boomer sono le generazioni che si riconoscono meno nella comunicazione pubblicitaria dei brand, forse perché in molti settori fa ancora largo uso di luoghi comuni.
Al contrario, le campagne che evitano stereotipi ispirano maggiore fiducia nel marchio.
Lo sostiene il 66% degli intervistati, soprattutto donne e appartenenti alla Gen Z.

Verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni

Per valutare le campagne di comunicazione in ambito DE&I, Eumetra ha sviluppato una metodologia basata su dati relativi al rapporto tra consumatori e imprese nei temi della Corporate Social Responsibility (CSR) per identificare gli asset più rilevanti e le aree di miglioramento.

L’applicazione della metodologia Eumetra consente di verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni, poiché misura quanto il brand stia agendo in modo efficace. 
Attraverso questa valutazione, le aziende possono comprendere quanto il loro brand sia percepito come inclusivo, quali elementi migliorare, e quali risultati aspettarsi da una strategia di comunicazione più inclusiva ed efficace.

Logistica ed e-commerce: nel 2025 mobilita 217 miliardi di pacchi e per oltre 20 trilioni di dollari 

Nel 2025 il valore totale delle transazioni globali toccherà 20,36 trilioni di dollari. Alla crescita continua dei pagamenti digitali si affianca il boom delle spedizioni online, che nel 2025 supereranno 217 miliardi di pacchi, con una previsione di crescita dell’8% rispetto al 2024.

Nel settore della Logistica, l’e-commerce continua a registrare una crescita esponenziale anche in Italia, dove oltre il 24% delle spedizioni riguarda il settore Abbigliamento, Sport e Accessori, mentre Informatica ed Elettronica rappresentano oltre il 18% del totale.
Sono alcune evidenze presentate a Milano in occasione di Netcomm Focus Payment & Logistics 2025, evento annuale del Consorzio del commercio digitale in Italia.

Innovazione e crescita dei volumi

L’analisi delle categorie merceologiche emersa dalla ricerca Delivery Index di Netcomm, in collaborazione con Poste italiane, rileva anche una forte concentrazione di spedizioni tra i principali 10 merchant. Costoro, detengono quote superiori all’80% in categorie come Editoria, Arredamento e Informatica ed Elettronica.

Questo scenario richiede una maggiore attenzione a una gestione logistica sempre più efficiente e integrata, con soluzioni che vanno dalla multicanalità all’automazione al fine di migliorare l’efficienza e ridurre i costi operativi. Tecnologie come l’Intelligenza artificiale e la Business Intelligence si rivelano sempre più cruciali, permettendo di analizzare dati logistici in tempo reale e ottimizzare la pianificazione della supply chain.

Sostenibilità e impatto dei resi

Con l’aumento dei volumi di spedizione, la sostenibilità si pone oggi come una priorità per i merchant omnicanale.
Particolare attenzione va riservata ai resi, che in Italia nel 2024 impattano particolarmente sulle zone del Sud, con una percentuale del 7%, (+0,3 rispetto al 2023), seguito dal Nord-Est (6%, +0,5%) e dal Nord-Ovest e le Isole, che registrano aumenti più contenuti, rispettivamente del +5,3% (+0,3) e del +5% (+0,6).

In questo contesto, l’evoluzione della logistica ‘last mile’ incentiva sempre più i retailer ad adottare soluzioni più sostenibili, come i punti di ritiro e i locker.

Nuove modalità di consegna e spedizione

Queste opzioni di ritiro stanno guadagnando popolarità tra i consumatori italiani, e ormai costituiscono la modalità di consegna preferita nel 20% dei casi. Si tratta di sistemi che non solo riducono l’impatto ambientale, ma ottimizzano anche il flusso delle consegne, rendendo la logistica più efficiente e meno costosa.

Le aziende stanno anche investendo in packaging innovativo, utilizzando materiali ecocompatibili e design minimalisti per ridurre gli sprechi e migliorare l’esperienza del consumatore.
Allo stesso tempo, la crescente domanda di spedizioni veloci e flessibili sta facendo emergere nuove soluzioni logistiche, come l’utilizzo di droni, robot e veicoli autonomi per ottimizzare le consegne.

Rischi digitali: il 40% degli adolescenti ha paura dei deepfake

Sono sempre di più più gli adolescenti preoccupati dai temi della sicurezza online e della diffusione di notizie false. Secondo un’indagine condotta da Telefono Azzurro e Bva-Doxa, il 40% dei ragazzi teme il fenomeno delle fake news, mentre un numero analogo si dichiara spaventato dai deepfake, immagini e video manipolati dall’intelligenza artificiale.

Ma fanno paura anche  la tutela della privacy e dei dati personali (34%), il cyberbullismo (32%) e il rischio di adescamento online (31%). I risultati dello studio sono stati presentati all’Università Cattolica di Milano in occasione del Safer Internet Day 2025.

L’impatto della dipendenza da smartphone 

L’uso sempre più intenso degli smartphone sta modificando profondamente il comportamento dei giovani, influenzando le loro relazioni sociali e la percezione di sé. Molti ragazzi non sono consapevoli dei rischi, tra cui la dipendenza tecnologica e le conseguenze negative sull’autostima.

Il 63% degli adolescenti intervistati ha ammesso di provare emozioni contrastanti mentre naviga sui social: il 24% sente invidia per la vita degli altri, il 21% prova un senso di diversità e il 19% si sente inadeguato.

Intelligenza Artificiale, utile o minacciosa? 

E l’Intelligenza Artificiale dove si inserisce in questo contesto? Se da un lato l’AI è considerata come uno strumento utile per facilitare le attività quotidiane, dall’altro suscita dubbi e timori su questioni etiche e sociali. La preoccupazione principale riguarda la capacità dell’intelligenza artificiale di generare e diffondere contenuti falsi o dannosi.

I deepfake, in particolare, rappresentano un pericolo concreto nel contesto dello sfruttamento online e della diffusione di materiale lesivo per l’immagine dei minori. Quattro ragazzi su dieci temono che un deepfake possa compromettere la loro reputazione e le relazioni sociali.

Verso un web più sicuro

Insomma, serve un impegno collettivo per sensibilizzare sul tema e affrontare i cambiamenti tecnologici con più consapevolezza. Secondo Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, la creazione di un ambiente digitale più sicuro richiede investimenti in infrastrutture, normative adeguate e una maggiore responsabilità da parte delle piattaforme online.

I controlli però non bastano: è essenziale fornire ai giovani strumenti educativi per renderli consapevoli dei pericoli della rete e capaci di difendersi. 

Professioni del prossimo futuro: quali sono le più richieste in Italia?  

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mercato del lavoro, offrendo nuove opportunità ma mettendo in luce anche una carenza di professionisti qualificati. Nonostante gli stipendi elevati e le prospettive di carriera molto promettenti, molte aziende italiane faticano a trovare esperti in questo settore. Attualmente, si stima che in Italia operino circa 50.000 specialisti in ambito IA, ma la crescente digitalizzazione e l’automazione industriale stanno facendo aumentare esponenzialmente la richiesta di nuove competenze.

Esperti di data science, di IA e di machine learning 

Tra le professioni più ambite in questo settore, gli esperti di data science rivestono un ruolo cruciale, occupandosi dell’analisi dei dati e della creazione di modelli predittivi, con stipendi che possono arrivare fino a 8.000 euro al mese. Accanto a loro, gli specialisti in intelligenza artificiale, con competenze nello sviluppo di soluzioni personalizzate per le aziende, possono guadagnare fino a 5.000 euro.

Un altro profilo molto richiesto è quello degli ingegneri del machine learning, responsabili della progettazione di algoritmi avanzati di apprendimento automatico, con retribuzioni che possono raggiungere i 12.000 euro. Anche gli AI engineer, che sviluppano infrastrutture e software basati sull’intelligenza artificiale, sono sempre più richiesti, con stipendi che arrivano a 6.000 euro al mese.

Sviluppatori e analisti 

La gestione e l’interpretazione di grandi quantità di dati sono affidate agli analisti di big data, figure fondamentali per trasformare le informazioni raccolte in strategie aziendali efficaci, con compensi che possono toccare i 4.000 euro mensili. Allo stesso modo, gli sviluppatori di algoritmi IA, responsabili della creazione di modelli avanzati per software e applicazioni, possono guadagnare fino a 10.000 euro.

Un altro ambito strategico è quello della sicurezza informatica, dove gli esperti di cybersecurity giocano un ruolo chiave nella protezione dei sistemi aziendali da minacce informatiche, con stipendi che possono arrivare a 5.000 euro.

Consulenti di etica e ingegneri fintech

L’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnologica, ma pone anche importanti sfide etiche e normative. I consulenti di etica dell’IA, incaricati di valutare le implicazioni morali e legali di queste tecnologie, possono percepire fino a 4.000 euro mensili. Nel settore finanziario, gli ingegneri fintech stanno integrando l’intelligenza artificiale nei servizi bancari e assicurativi, con stipendi fino a 5.000 euro.

Infine, la robotica è un altro ambito in forte espansione, con professionisti specializzati nella progettazione e manutenzione di robot per applicazioni industriali e domestiche che possono guadagnare fino a 6.000 euro al mese.

Un booster per l’economia nazionale

Secondo le previsioni di Susini Group StP, riferisce Adnkronos, l’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale potrebbe far crescere il PIL italiano di 110 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, con un incremento stimato del 6,4%. Entro il 2030, il numero di professionisti impiegati nel settore potrebbe raggiungere le 500.000 unità, a dimostrazione del ruolo cruciale che l’IA avrà nello sviluppo economico del Paese.

Per affrontare questa trasformazione, diventa essenziale investire nella formazione di nuove competenze e nella riqualificazione del personale, rendendo l’IA non solo una rivoluzione tecnologica, ma una leva fondamentale per la competitività dell’Italia nel panorama globale.