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Grandi Dimissioni: una nuova sfida per le Direzioni HR 

Nell’ultimo anno il tasso di turnover è aumentato per il 73% delle aziende. Il fenomeno delle Grandi Dimissioni interessa anche il nostro Paese: il 45% degli occupati nell’ultimo anno dichiara infatti di aver cambiato lavoro o di avere intenzione di farlo da qui a 18 mesi. Dopo il blocco del mondo del lavoro a seguito della pandemia le direzioni HR sono tornate a concentrarsi sui temi dell’employer branding e dell’attrazione dei talenti. Ma il mercato del lavoro è profondamente mutato, e per il 44% delle aziende la propria capacità di attrarre candidati è notevolmente diminuita. Nel 2021 è proprio questo l’ambito su cui le Direzioni HR hanno avuto maggiori criticità. A preoccupare le organizzazioni sono però anche le difficoltà in termini di capacità di motivare, coinvolgere e trattenere le persone già presenti al loro interno. 

Cresce tra i giovani il numero dei ‘dimissionari’ 

Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano. I numeri dei ‘dimissionari’ crescono per i giovani (18-30 anni), per determinati settori (ICT, Servizi e Finance) e alcuni profili (professionalità digitali). E tra chi ha cambiato lavoro, 4 su 10 lo hanno fatto senza un’altra offerta al momento delle dimissioni. Chi cambia lavoro lo fa principalmente per cercare benefici economici (46%), opportunità di carriera (35%), una maggiore salute fisica o mentale (24%), inseguire le proprie passioni personali (18%) o una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro (18%).

Diminuisce il livello di engagement

Ma emergono anche altri elementi di malessere sul lavoro. Analizzando tre dimensioni del benessere lavorativo (fisica, sociale e psicologica), solo il 9% degli occupati dichiara di stare bene in tutte e tre. L’aspetto più critico è quello psicologico: 4 su 10 hanno avuto almeno un’assenza nell’ultimo anno per malessere emotivo. Preoccupazioni che si riflettono anche sullo stato fisico, con difficoltà a riposare bene e/o insonnia (55%). Questo malessere, però, sembra quasi totalmente sconosciuto alle aziende, che solo nel 5% dei casi lo considera un aspetto problematico. A questo si accompagna una diminuzione del livello di engagement: rispetto al 2021 i lavoratori pienamente “ingaggiati” passano da un già basso 20% a un preoccupante 14%. E solo il 17% si sente incluso e valorizzato all’interno dell’organizzazione.

Come portare l’organizzazione a un modello di lavoro “sostenibile”?

L’utilizzo della leva tecnologica e dei dati per la presa di decisioni è fondamentale per l’evoluzione della Direzione HR, che deve portare l’organizzazione a un modello di lavoro “sostenibile”, con al centro il benessere dei lavoratori, l’engagement e l’impiegabilità. Sono questi, infatti, gli aspetti chiave su cui deve basarsi il nuovo ruolo del Connected People Care, un approccio alla gestione del capitale umano sempre più orientato alle esigenze specifiche di ogni persona, capace di far leva sull’utilizzo di nuovi canali di relazione, e strumenti che raccolgono ed elaborano una moltitudine di dati provenienti da diverse fonti.

Quando ci si rivolge ad un investigatore privato?

Le ragioni per le quali potremmo rivolgerci ad un investigatore privato sono molteplici e certamente più di quelle che di solito potremmo immaginare.

In realtà, ad avere bisogno di un investigatore privato possono essere sia aziende e amministrazioni pubbliche che il privato o normale cittadino.

Le ragioni per le quali potremmo aver bisogno di un investigatore privato sono molteplici e riguardano sia l’ambito lavorativo che quello familiare.

Si potrebbe infatti aver bisogno di un investigatore privato per far luce su determinati comportamenti di un familiare, così come eventuali atti fraudolenti commessi da parte di un dipendente della propria azienda.

Alla stessa maniera si potrebbe avere bisogno di un investigatore privato per far luce su determinati episodi che riguardano furti o sottrazione di materiale tecnico da uffici o altri luoghi in cui è possibile vi siano custoditi beni di un certo valore.

Via è poi il caso classico che è quello che riguarda il sospetto di tradimento da parte del coniuge per il quale si va a richiedere l’intervento di un agenzia investigativa, oppure il controllo sui minori.

Vediamo in dettaglio quali potrebbero essere i casi tipici per i quali si richiedono i servizi di un investigatore privato.

Indagini aziendali

Oggi non è raro ad esempio sentir parlare di assenteismo sul luogo di lavoro: si tratta di quel malcostume diffuso per il quale un lavoratore si assenta in maniera ingiustificata dal luogo in cui si svolge l’attività lavorativa per dedicarsi a faccende personali o per andare a sbrigare delle commissioni.

In questo caso si va a creare un danno all’azienda, perché una risorsa in meno che lavora comporta chiaramente la diminuzione della velocità di produzione e comunque la qualità del servizio erogato ne risente.

Vi può essere poi anche il caso dei furti in azienda: nell’eventualità in cui il patrimonio aziendale venga minacciato da un eventuale dipendente infedele che sottrae attrezzatura di un certo valore in maniera non autorizzata, anche in quel caso l’intervento di un investigatore privato può essere risolutivo per riuscire ad arrivare alla verità.

Indagini familiari

Il caso classico per il quale ci si rivolge ad un esperto di investigazioni private in ambito familiare è il sospetto che il coniuge possa tradire. È proprio in questa evenienza che si decide di rivolgersi ad un’agenzia investigativa che metterà in campo le proprie risorse, così da verificare se effettivamente questi sospetti possano essere fondati o meno.

Vengono a tal proposito protette tutta una serie di prove, le quali sono sufficienti a dimostrare l’eventuale infedeltà di coppia. C’è poi anche la tutela dei minori, in quanto i genitori possono essere preoccupati delle frequentazioni dei figli quando questi non sono in casa.

Eventuali cattive compagnie possono infatti indurre i più giovani a fare delle leggerezze, e per questo i genitori fanno bene ad ingaggiare un professionista che possa verificare in maniera discreta cosa facciano e chi frequentino i figli quando si trovano fuori casa.

Indagini su molestie

In questo caso si tratta di comportamenti fastidiosi e continuati nel tempo che in questo caso il cliente subisce e per questo decide di rivolgersi ad un’agenzia investigativa.

Il caso classico è quello dello stalker, che con i suoi comportamenti invadenti entra nella vita di una persona infastidendola e causando uno stress non indifferente.

In questo caso vengono messe in campo delle pratiche volte a valutare la minaccia e mettere a punto un profilo dello stalker, prima di raccogliere delle prove inconfutabili degli atti compiuti dallo stesso al fine di poterli presentare in sede legale a supporto di una denuncia.

Conclusione

Dunque i motivi per i quali potremmo aver bisogno di rivolgerci ad un’agenzia investigativa sono veramente tanti e riguardano sia la sfera personale che quella lavorativa. Grazie ad un valido professionista sarà possibile ottenere tutte le prove necessarie da utilizzare come si preferisce in sede legale.

Come acquisteranno Gen Z e Gen Alpha?

Come acquisteranno i giovani della Gen Z e i giovanissimi della Gen Alpha? Risponde la ricerca L’evoluzione del Consumer Engagement di domani, condotta dagli studenti del MAFED, il Master in Fashion, Experience & Design Management di SDA Bocconi, e promossa da Salesforce. L’indagine porta alla luce alcune nuove tendenze: innanzitutto il negozio fisico diventa un centro di esperienza, non più necessariamente di acquisto. Il 53% degli intervistati appartenenti alla Gen Z acquista ancora in negozio, un’abitudine che continua anche tra la Generazione Alpha, che vede però sempre meno una linea di demarcazione netta tra e-commerce e shopping fisico.

Sostenibilità, da ‘nice to have’ a condizione necessaria 

Più si va avanti con le nuove generazioni, nel negozio fisico non è più fondamentale acquistare. Nei negozi di domani, i commessi non saranno più semplici store assistant, ma sono destinati a diventare ‘manager di aspettative’, in grado di fornire un vero e proprio servizio di consulenza personalizzato. E se prima la sostenibilità era ritenuta un ‘nice to have’, adesso è una condizione necessaria, e per le nuove generazioni è scontato che i brand da cui acquistano abbiano un forte commitment in termini di sostenibilità ambientale e di sostenibilità sociale.
Tuttavia, per i più giovani il costo in più della sostenibilità deve essere parte della value proposition del brand, e non un markup a carico del cliente.

Da virtuale a reale: identità sonora e metaverso

Cresciuti con una stimolazione multisensoriale rispetto all’universo digitale (vedi gli assistenti vocali come Alexa o Google Assistant), i giovanissimi si aspettano che anche i brand da cui acquistano abbiano un’identità sonora. Questo per i brand significa necessariamente dover dare una nuova importanza anche alla capacità di costruire stimoli basati sul senso della voce anche per la modalità di acquisto e assistenza.
Inoltre, la realtà dev’essere aumentata anche per il brand. Il metaverso, e le nuove piattaforme di gaming e di AR/VR diventano quindi essenziali. Non solo per saper comunicare con le generazioni più giovani, ma anche perché danno alle aziende la possibilità di creare prodotti digitali essenziali per creare awareness. Ad esempio, creando collezioni in edizione limitata da mettere in vendita solo in alcuni negozi.

Il mass market fa da apripista ai nuovi servizi

Dalla velocità nelle consegne all’importanza crescente del second-hand fino alla necessaria trasparenza dei programmi di fidelizzazione, i marchi della moda e del lusso devono imparare a intercettare i trend di cui le nuove generazioni non possono più fare a meno. Le nuove generazioni hanno un tempo di attenzione sempre più limitato, per loro il concetto di e-commerce coincide con il concetto di consegna immediata.  Per il 42% degli intervistati della Gen Z, poi, il reselling è una pratica consueta.  E le nuove generazioni identificano la community anche con la possibilità di fare scambi, noleggi o vendite di prodotti second-hand. Una modalità di sharing dei propri abiti, o di accessori e prodotti che fanno parte della loro vita.

Nel mirino del cybercrime anche auto e ospedali

La digitalizzazione ha aperto scenari rivoluzionari, come l’interconnessione di macchinari all’interno della catena di produzione, che possono essere monitorati e gestiti in tempo reale, oppure il controllo remoto della propria casa. Ma la digitalizzazione porta con sé anche grandi sfide per la sicurezza.
Due mondi che si incontrano portano tanti vantaggi, ma anche ‘nemici’. Così il mondo cyber entra in quello fisico dalle porte di ingresso digitali, e sono diventati realtà attacchi che solo fino a poco fa erano pensabili solo nella fantascienza. Come quello che a marzo ha penetrato la rete idrica della Florida e ha manomesso i livelli di acidità dell’acqua potabile. Automobili, aerei, ospedali e centrali elettriche ora sono altamente digitalizzati e il pericolo che possano essere controllati da malintenzionati dall’esterno esiste concretamente.

Il pericolo cyber physical

Come vere e proprie armi, anche gli invisibili bit possono prendere il controllo o colpire cose reali. Sono alcuni pericoli della digitalizzazione e di cui c’è ancora troppa poca consapevolezza. L’85% degli attacchi informatici supera infatti le difese a causa di disattenzioni umane.
“Spesso si pensa agli attacchi cyber come una sola questione di dati, come ricatti o furti di informazioni, ma ora sono in crescita anche attacchi capaci di bloccare o distruggere infrastrutture reali – spiega Stefano Bordi, Direttore della Cyber & Security Academy di Leonard -. Un settore che va sotto il nome di cyber physical”. Un fenomeno reso appunto possibile dall’incontro di due mondi, digitale e analogico.

Il mercato nero di armi digitali

“Esattamente come nel mondo reale – ha aggiunto Bordi – esiste un mercato nero di armi cyber in vendita per compiere azioni criminali di ogni tipo”.
Per contrastare i cyber criminali, come nel mondo reale esistono tante contromisure, ma uno dei grandi problemi è la mancanza di consapevolezza. È anche questo uno dei motivi della nascita della Cyber & Security Academy di Leonardo, un centro che ambisce a fornire le competenze e le capacità necessarie per fronteggiare le minacce alla sicurezza e supportare la transizione digitale a settori quali Difesa, Pubblica Amministrazione, infrastrutture critiche e imprese.

Servono strumenti di difesa sempre più efficaci

All’interno della Cyber & Security Academy di Leonardo, riferisce Ansa, sono a disposizione strumenti molto potenti, come le piattaforme Cyber Range e Cyber Trainer, in cui replicare scenari di ‘battaglia cyber’ per addestrare personale, identificare eventuali debolezze delle infrastrutture e formare quante più persone possibile in Italia e in Europa.
“Servono strumenti di difesa sempre più efficaci, ma soprattutto più consapevolezza a tutti i livelli nel curare la sicurezza – commenta Bordi -. Un settore visto ancora spesso come un costo”. Ma serve anche tanta formazione.

Clima di fiducia, in calo per consumatori e imprese

Dopo mesi in cui sembrava tornato l’ottimismo, febbraio segna un passo indietro per quanto riguarda il clima di fiducia di consumatori e imprese. Il raffreddamento dei numeri è frutto delle stime dell’Istat che, come ogni mese, monitora il sentiment di cittadini e aziende. Più nel dettaglio, a febbraio 2022 si stima una diminuzione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 114,2 a 112,4, mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese sale da 105,3 a 108,2.

Il sentiment dei consumatori

Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in calo ad eccezione del clima futuro, rivelando quindi un cauto ottimismo per i prossimi mesi. Più in dettaglio, il clima economico scende da 129,7 a 129,4, il clima personale e quello corrente registrano una flessione più accentuata passando, rispettivamente, da 109,0 a 106,8 e da 114,7 a 109,6. Infine, il clima futuro aumenta (da 113,5 a 116,6).

E quello delle imprese

Con riferimento alle imprese, segnali eterogenei provengono dai quattro comparti indagati. In particolare, l’indice di fiducia diminuisce nel comparto manifatturiero (da 113,7 a 113,4) e in quello del commercio al dettaglio (da 106,6 a 104,9) mentre aumenta nelle costruzioni (da 158,8 a 159,7) e, in misura marcata, nei servizi di mercato (da 94,9 a 100,5).
Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura peggiorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese sulla produzione in presenza di un decumulo delle scorte; nel commercio al dettaglio i giudizi sulle vendite si deteriorano, le scorte sono giudicate in accumulo mentre le attese sulle vendite sono in aumento. Per quanto attiene il comparto delle costruzioni e quello dei servizi, tutte le componenti sono in miglioramento.
In relazione all’andamento della fiducia nei macrosettori produttivi esaminati per ciascun comparto, nel manifatturiero si segnala una diminuzione nei beni strumentali a fronte di un aumento dell’indice nei beni intermedi e una stabilità nei beni di consumo. Per le costruzioni si evidenzia un incremento nel settore della costruzione di edifici e, in particolare, in quello dei lavori di costruzione specializzati.
Con riferimento ai servizi, l’indice di fiducia aumenta in tutti i macrosettori con una risalita più decisa nel trasporto e magazzinaggio e nell’informazione e comunicazione. Relativamente ai circuiti distributivi del commercio al dettaglio, l’indice di fiducia registra una caduta nella distribuzione tradizionale e un aumento nella grande distribuzione. Non resta che attendere le prossime settimane per verificare se ci sarà maggior positività.

Suggerimenti importanti per le persone con allergie ai pollini

Se soffri della tipica allergia ai pollini, e quando esci di casa non smetti più di starnutire, grattarti gli occhi, lacrimare o tossire, è fondamentale per te mettere in atto una serie di accorgimenti che possono aiutarti a vivere più semplicemente la tua vita di tutti i giorni anche in questi periodi dell’anno.

Di seguito di forniamo allora delle informazioni utili per aiutarti ad individuare l’esatta natura della tua allergia ed i consigli per riuscire a mitigarne gli effetti.

A quali pollini sei allergico?

La cosa più importante è conoscere i pollini ai quali sei allergico. Puoi avere un’allergia ad un singolo polline o a più di uno contemporaneamente (si tratta di piante diverse in questo caso), e sarà l’allergologo a confermarlo tramite i suoi test.

Ripetiamo che conoscere bene i pollini ai quali sei allergico è fondamentale per poter curare la tua allergia. Se hai dubbi in merito, e desideri ricevere il consulto di un esperto, puoi richiedere anche un teleconsulto medico e ricevere il parere di un esperto.

I periodi di fioritura

Ogni pianta rilascia polline in determinati periodi dell’anno, e se conosci la pianta alla quale sei allergico, è possibile sapere in anticipo quando questa rilascia polline e quindi quali sono i giorni in cui devi stare particolarmente attento. 

Ecco i periodi di fioritura più comuni:

  • Inverno: Cipresso, Frassino e Salice
  • Marzo-Aprile: Betulla, Quercia e Pino
  • Maggio-Giugno: Erbe e Ulivi
  • Autunno e Primavera: Parietaria
  • Autunno: Artemisia

I consigli per chi è allergico

  1. Utilizza maschere nasali o filtri per evitare di respirare i granuli di polline. Allo stesso modo, adopera occhiali da sole per limitare il contatto diretto del polline con gli occhi. Le persone che indossano lenti a contatto dovrebbero evitare di indossarle durante quei giorni poiché il polline si accumula intorno e può causare gravi danni agli occhi. 
  2. È raccomandato l’utilizzo di lacrime artificiali che contengono acido ialuronico, per pulire e idratare bene l’occhio.
  3. Mantieni sempre un’estrema igiene delle mani e del viso, pulendo frequentemente il naso e gli occhi con acqua fresca. Quando torni a casa, togli i vestiti, mettili a lavare e fai una doccia per rimuovere i resti di polline.
  4. Segui le prescrizioni dal medico. Non dimenticare che esistono farmaci antistaminici che possono causare sonnolenza, quindi tienine conto quando guidi o se devi svolgere attività che richiedono concentrazione.
  5. Evita il contatto diretto con piante che producono polline a cui sei allergico. Nelle persone più sensibili il contatto può produrre eczemi e orticaria sulla pelle.
  6. Viaggiare in macchina con i finestrini chiusi. Evita di uscire in moto o in bicicletta in quei giorni.
  7. Utilizza filtri antipolline nel sistema di aria condizionata dell’auto e controllali prima della stagione della fioritura.
  8. A casa rimuovi la polvere con un panno umido, usa un aspirapolvere, fai arieggiare la casa per poco tempo (bastano 5 minuti circa) e meglio a mezzogiorno, quando la concentrazione di polline è più bassa. La concentrazione più alta la si ha di notte.
  9. Presta particolare attenzione ai giorni ventosi, poiché le concentrazioni di polline in quel caso aumentano notevolmente.
  10. Non appendere i vestiti all’esterno poiché il polline può attaccarsi al tessuto.

Oltre a cercare di attenerti a tutti questi consigli, l’ideale sarebbe il poter effettuare un adeguato trattamento con vaccini specifici che prevengono la progressione della malattia allergica, evitando che quella che in origine era solo una rinite possa diventare asma, e quella che era un’allergia ad un singolo polline possa diventa un’allergia a più pollini diminuendo la qualità della vita della persona interessata.

In Italia nel 2021 le auto elettriche sono raddoppiate

Nel corso dell’anno appena finito le auto Pev, ovvero le Plug-in Electric Vehicle, somma di Bev (elettriche a batteria) e Phev, hanno registrato una crescita del 128,34%, con 136.754 mezzi immatricolati. Più in particolare, sono state immatricolate 67.255 auto Bev, +107% rispetto al 2020, e 69.499 Phev (+153,75%). Le auto con la spina raggiungono quindi una penetrazione del 9,35% sul mercato automobilistico totale, contro il 4,33% dell’anno precedente. Sono alcuni dati rilasciati da Motus-E, l’associazione che raggruppa tutti gli stakeholders della mobilità elettrica, che fa il punto sulle immatricolazioni delle auto elettriche in Italia nel 2021.

A dicembre raggiunta una quota record di mercato del 13,55%

Nel solo mese di dicembre, invece, le auto Pev immatricolate “registrano un calo del 13,21% rispetto a dicembre 2020, con 11.833 unità vendute – spiega Motus-E -. Le auto Bev calano invece del 15,24%, a 6.158 unità immatricolate, mentre le Phev diminuiscono del 10,90%, con 5.675 unità immatricolate.
Nonostante questi cali, “complice un total market che a dicembre fa registrare minimi storici con solo 87.338 auto vendute, le auto elettriche raggiungono una quota record di mercato del 13,55%”, sottolinea Motus-E.

La fine degli incentivi preoccupa il mercato e l’intera filiera

Sono diversi i fattori che hanno contribuito al calo delle immatricolazioni nel mese di dicembre, “dai ritardi di consegna dovuti alla crisi delle materie prime, dei semiconduttori e dei microchip, alla possibilità di immatricolare entro giugno 2022 le auto acquistate tramite prenotazione dell’Ecobonus e all’effetto, visibile, della fine degli incentivi per auto elettriche, avvenuta nel mese di ottobre 2021- continua l’associazione -. Proprio la fine degli incentivi e una mancata programmazione degli stessi per il triennio a venire preoccupano il mercato e l’intera filiera” riporta Adnkronos.

Si auspica un intervento di Mise e Mef all’inizio dell’anno

“In assenza di ulteriori supporti, è plausibile ipotizzare che i valori delle Bev immatricolate nei primi mesi del 2022 saranno inferiori a quelli dei primi mesi del 2021 – sostiene Motus-E -. La mancanza di bonus all’acquisto farà dirottare i pochi mezzi elettrici prodotti in Italia verso mercati più appetibili. È davvero incomprensibile che il governo abbia deciso di ignorare completamente il settore, in un rimbalzo di responsabilità tra governo e Parlamento che sfiora il grottesco, e che vedrà riflettersi nella drammatica riduzione di immatricolazioni di vetture elettriche e ibride plug-in nel 2022”, afferma ancora l’associazione di settore. Augurandosi “un intervento di Mise e Mef all’inizio di quest’anno”. 

La pandemia fa crollare le barriere dell’omnicanalità

La ricerca NielsenIQ, condotta in occasione dell’Osservatorio Multicanalità 2020, evidenzia come in 13 anni, dal 2007 al 2020, sono sempre di più i consumatori italiani che esprimano un atteggiamento favorevole ai contesti digitali. Il connubio tra mondo digitale e mondo fisico è infatti ormai un fenomeno di massa, e le barriere dell’omnicanalità sono definitivamente crollate, grazie anche all’accelerazione causata dalla pandemia. Insomma, ciò che prima costituiva una barriera all’adozione di strumenti digitali, oggi lo è sempre di meno. Lo testimonia la penetrazione di internet: oggi, l’88% degli italiani si connette alla rete. Non tutti i consumatori, però, adottano gli stessi comportamenti in un contesto omnicanale.

Diversi comportamenti in base alle categorie merceologiche di acquisto

Per comprendere i trend e quali decisioni strategiche adottare, NielsenIQ ha segmentato la popolazione italiana in base al comportamento in ambito digitale, ottenendo 5 cluster, dai meno ai più digital: Digital Unplugged, Digital Rookie, Digital Bouncer, Digital Engaged e Digital Native. Considerato l’approccio omnicanale eterogeneo dei consumatori è quindi fondamentale comprendere le differenze di comportamento in base alle categorie merceologiche di acquisto. La stessa persona, infatti, può avere un profilo digitalmente ‘base’ per il Largo Consumo, ma evoluto per la categoria dei viaggi. Ciò dipende da numerosi fattori, tra i quali la propensione al digitale, il vissuto della categoria e il livello di maturità dell’offerta, che deve adeguarsi alle nuove esigenze dei consumatori se vuole cogliere tutte le opportunità di crescita. 

Il ‘contagio digitale’ spinge la multicanalità

Guardando ai dati, in Italia nel Largo Consumo i cluster che vivono appieno o frequentemente l’omnicanalità sono sottorappresentati rispetto alla media (41% vs 50%), mentre in settori come le ITC o i Travel sono tra il 60 e il 70%.   Ma cosa succederebbe se i settori con pratiche digitali più diffuse riuscissero a far beneficiare quelli meno sviluppati nel contesto omnichannel? Prendendo a prestito la terminologia dell’attuale situazione sanitaria, l’effetto ‘spillover’ sarebbe la misura di quanto la diffusione di pratiche digitali su determinate industry potrebbe influenzare le aspettative e le abitudini nelle restanti categorie. In altre parole, sarebbe una sorta di ‘contagio digitale’. 

Mettere il consumatore in condizione di preferire un approccio omnicanale

Se il contesto italiano guarda spesso a Cina, Stati Uniti o Francia per cercare di capire quali trend potrebbero manifestarsi nell’immediato futuro, anche il settore del Largo Consumo dovrebbero guardare alle industry che già riescono a sfruttare l’omnicanalità in maniera ottimale. Questo, per migliorare velocemente la propria offerta, rispondendo alle esigenze dei consumatori. È proprio questo il punto sul quale manufacturer e retailer dovrebbero concentrarsi per ripensare e riadattare le loro strategie: se un individuo si comporta da Digital Engaged o Digital Native in alcune categorie di determinate industry, ciò significa che potrebbe essere pronto a farlo anche nel largo consumo, nel Pharma o nel Beauty. Ed è più probabile che lo faccia se l’offerta sarà in grado di rispondere alle sue esigenze, mettendolo in condizione di preferire un approccio omnicanale a quello puramente fisico.

Specialità regionali protagoniste nel carrello della spesa, +6,4% di fatturato

Nel corso del 2020 supermercati e ipermercati segnalano oltre 9.200 prodotti food & beverage con l’origine di provenienza riportata in etichetta, e con un giro d’affari da 2,6 miliardi di euro, +6,4% annuo, le specialità regionali diventano protagoniste nel carrello della spesa degli italiani.  Lo rileva la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che traccia una vera e propria mappa del regionalismo in tavola. Al primo posto per valore delle vendite si piazza il Trentino-Alto Adige (+7%), al secondo la Sicilia (+5,1%) e al terzo il Piemonte (+3,7%), la regione con il maggior numero di prodotti (1.152 referenze). L’Osservatorio disegna anche la geografia delle vendite dei panieri regionali all’interno del territorio nazionale, per individuare dove sono più apprezzati, riferisce Ansa.

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino e Friuli

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania, Molise e Calabria i prodotti del territorio locale restano preponderanti e sviluppano più vendite rispetto alla media nazionale.Ma ci sono anche regioni dove i prodotti locali non sono ai primi posti per incidenza sugli acquisti, come accade in Valle d’Aosta e Basilicata. Nel resto del paese il carrello della spesa è più interregionale. Ad esempio, in Liguria il consumo dei prodotti piemontesi è superiore del 69% alla media italiana e quello dei prodotti campani lo è del 12%, mentre in Piemonte l’indice di allocazione dei consumi è maggiore per i prodotti liguri e per quelli pugliesi.

Il Trentino-Alto Adige conferma la sua leadership

Ancora una volta il primo posto, per valore delle vendite, spetta al Trentino-Alto Adige, grazie a un ampio paniere di prodotti, in particolare vini e spumanti, speck, yogurt, mozzarelle e latte. Una leadership che nel 2020 si è ancor più consolidata, sostenuta in particolare dall’apporto positivo di speck e vini. Il secondo posto va alla Sicilia, il cui paniere di specialità regionali (tra cui spiccano il vino, i sughi pronti e le arance) ha visto aumentare le vendite soprattutto grazie all’apporto di birre, arance, sughi pronti, passate di pomodoro e bevande gassate.

L’exploit del Molise nel 2020

Al terzo posto per valore delle vendite si insedia il Piemonte, davanti a Sicilia e Toscana. Nel 2020 il paniere dei prodotti piemontesi, composto soprattutto da vini, formaggi freschi, carne, acqua minerale e latte, ha ottenuto un aumento delle vendite a cui ha contribuito soprattutto carne bovina, vini Docg, latte Uht, miele e mozzarelle. Confrontando l’andamento delle vendite realizzate nel 2020 con quelle dell’anno precedente, emerge che i panieri regionali più dinamici sono stati quelli di Puglia (+14,4%) e Calabria (+12,5%), seguiti da quelli di Veneto (+9,6%) Sardegna (+8,6%), Abruzzo (+8,5%) e Marche (+8,4%). Il fenomeno del 2020 è stato l’exploit del Molise, che continua a guadagnare spazio nel carrello della spesa degli italiani: l’anno scorso le vendite del paniere dei prodotti di questa regione sono cresciute del +24,8%, con la pasta di semola a fare da traino.

Italiani e auto, prezzo e consumi determinano la scelta

Si sa che gli italiani, fra le loro tante passioni, hanno anche quelle per le macchine. Se nei sogni molti vorrebbero una rombante quattroruote, nella realtà quali sono gli aspetti che guidano la scelta? A questa domanda ha risposto una recentissima indagine condotta da dagli istituti di ricerca mUp Research e Norstat per conto di Facile.it e MiaCar. In estrema sintesi, si scopre che il “motore” della scelta, per i nostri connazionali, si basa principalmente su due parametri: prezzo e consumi.

Attenti al prezzo

Disposti a spendere per l’auto preferita, ma entro i confini del budget prestabilito. L’indagine rivela che il prezzo d’acquisto è la principale discriminante. Quasi 1 automobilista su 2, infatti, ha detto di aver scelto l’auto in base al costo. Le donne si confermano maggiormente parsimoniose (51,4% contro 48,4% del campione maschile) insieme agli over 65 (56,4%), mentre risultano meno interessati i rispondenti nella fascia 45-54 anni (41,8%) e i giovani under 24 (44,4%). Il secondo criterio, anche in questo caso legato alle finanze, è rappresentato dai consumi di carburante: il 37,2% dei rispondenti ha dichiarato di aver cercato un’auto con consumi ridotti. Fanno più attenzione a questa caratteristica gli uomini (38,6% vs 35,6% del campione femminile) e gli under 24 (40,7%). A livello geografico, sono i residenti al Sud e nelle Isole gli italiani maggiormente attenti alla spesa legata ai consumi. 

Marca ed estetica

Al terzo e al quarto posto nella classifica delle priorità con cui si sceglie un’auto nuovo gli italiani mettono la marca e poi la “bellezza”. In base ai risultati della ricerca, il 32,7% ha comprato l’auto in base alla casa automobilistica, caratteristica che sembra interessare in modo particolare gli under 24, tra i quali la percentuale arriva addirittura al 40,7%. Invece l’estetica non è uno dei criteri sul podio, ma si piazza al quarto posto dato che 1 automobilista su 4 la ritiene importante; in questo caso sono più attenti all’aspetto del veicolo le donne (27,3%) e, ancora una volta, gli under 24 (37%).

Le donne le vogliono “mini”, gli uomini tech

Ancora, gli italiani tengono d’occhio pure i costi di gestione e di mantenimento quando devono scegliere un veicolo nuovo, tanto che il 18% del campione ha dichiarato di aver valutato con attenzione questo aspetto, con pari percentuali fra uomini e donne. Cambiano invece i gusti in base al genere: gli uomini sono più interessati alle dotazioni tecnologiche di sicurezza del veicolo (21% vs 15,3 del campione femminile) e alla potenza del motore (16,1% vs 9,2%), mentre le donne si orientano verso modelli dalle dimensioni ridotte, come le city car  (19,5% vs 11,1% del campione maschile).