Le medie imprese sono la punta di diamante della manifattura italiana: poco più di 4.000 aziende che da sole rappresentano il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana, il 15% del suo valore aggiunto, il 14% delle esportazioni e il 13% degli occupati totali.
Emerge dal XXIII Rapporto sulle medie imprese industriali italiane, e nel report ‘La competitività delle medie imprese tra percezione dei rischi e strategie di innovazione’, realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.
Tra il 2019 e il 2021 le medie imprese hanno registrato un aumento medio del 5,6% del fatturato contro il +4% del resto delle manifatturiere, del +4,6% delle esportazioni contro il +4,2%, e del +1,1% della forza lavoro (vs +0,01%). E nel 2022 la crescita è proseguita, a conferma di un trend che dura da 27 anni.
L’alta gamma continua a correre
Le medie imprese sono poi già avanti sul cammino della transizione digitale: l’82,6% dal 2021 al 2026 ha investito o investirà in tecnologie 4.0, il 37,9% adotterà l’AI nei prossimi tre anni, soprattutto per migliorare l’efficienza interna, e il 69,6% ha investito o investirà nelle tecnologie green.
Dopo un 2023 all’insegna della stabilità (+0,1% le vendite), per quest’anno le attese sono di un calo del -1,2%, ma alcune medie imprese rimangono ottimiste. Quelle che operano nell’alta gamma, ovvero il 37,1% del totale, stimano una crescita delle vendite nell’ordine del +1,8%, in linea con il 2023.
Mismatch tra domanda e offerta di lavoro, riduzione dei margini, competizione sui prezzi, approvvigionamento delle materie prime sono tra le principali difficoltà. Anche per questo, una media impresa su due chiede all’Unione Europea di garantire la sicurezza energetica.
Cercasi capitale umano di qualità
“L’incertezza del momento impone alle medie imprese obiettivi chiari e selettivi, ad esempio in termini di posizionamento su mercati e linee di prodotto – spiega Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi Mediobanca -. Ciò richiede capitale umano di qualità, arduo da reperire e trattenere, una difficoltà che, un po’ sorprendentemente, riguarda anche i siti produttivi all’estero. L’AI, sotto questo profilo, interviene come possibile fattore mitigante e si sta facendo strada nelle agende degli imprenditori, ma a sua volta richiede competenze specialistiche”.
Radicate nel territorio di origine
“Il territorio ancora oggi continua a essere un importante fattore di accumulazione e di know-how anche per le medie imprese, al punto che oggi più del 40% di queste aziende ha sede nei distretti industriali o in sistemi produttivi locali – sottolinea Giuseppe Molinari, presidente Centro Studi Tagliacarne -. Pur trattandosi di realtà molto aperte ai mercati internazionali, dove esportano il 42% del fatturato, la base produttiva resta radicata ai territori di origine. Solo l’11% delle medie imprese disloca, infatti, la produzione all’estero, e una grande maggioranza preferisce rifornirsi da suppliers nazionali, a testimonianza della forte affidabilità e reputazione, che anche per queste aziende, riveste la componentistica italiana”.