Categoria: Curiosità

Sanità digitale: la spesa cresce del 5%, ma la digitalizzazione è frammentata

La pandemia ha spinto la diffusione di strumenti digitali nel settore della sanità. Cittadini, medici e strutture sanitarie dopo la pandemia li utilizzano di più, tanto che la spesa per la sanità digitale in Italia è cresciuta del 5%, e la telemedicina è orami entrata nel quotidiano.
“Ma il processo di digitalizzazione del sistema sanitario è ancora frammentato: mancano competenze digitali e soprattutto le infrastrutture per una adeguata gestione e valorizzazione dei dati – spiega Alessandra Poggiani, Director of Administration della Fondazione Human Technopole -. Digitalizzare non significa trasferire un dato da una cartella cartacea a una computerizzata, ma ripensare processi e cambiare i modelli della sanità stessa puntando soprattutto sulla prossimità al paziente”.

La tecnologia semplifica il monitoraggio dei pazienti

Digitalizzare la sanità significa soprattutto anticipare le esigenze del paziente, “supportandolo al fine di prevenire quanto più possibile le patologie, anche attraverso un monitoraggio che oggi la tecnologia rende semplice e immediato con dispositivi ormai alla portata di tutti”, continua Alessandra Poggiani.
Ma un altro potenziale della digitalizzazione sanitaria è la possibilità di avere un accesso semplice, immediato e standardizzato ai dati,” utile a fornire ai decisori politici un quadro informativo migliore per definire politiche di sanità pubblica potenzialmente più efficaci”, aggiunge Poggiani.

La robotica in interventistica e il lavoro a distanza 

Quanto alle soluzioni di remotizzazione, possono colmare lunghe distanze, e nell’attuale contesto sanitario il lavoro a distanza è di particolare rilevanza. Può infatti “aiutare a mantenere una distanza di sicurezza da potenziali pazienti infetti e ottimizzare le procedure”, afferma Patrizia Palazzi, Strategic Sales Expert Siemens Healthineers. 
Le soluzioni di robotica in interventistica sono in grado di ridurre la dose di radiazioni all’operatore fino al 95% e ridurre fino al 53% il tempo di esecuzione dei trattamenti.
“Il lavoro a distanza nel settore sanitario – sottolinea Palazzi – è emerso come uno dei più efficaci modi per mitigare i tassi di infezione da coronavirus, accedere alle competenze mediche necessarie, massimizzare le risorse, semplificare il trattamento dei pazienti e consentire ai dipendenti di continuare a lavorare anche in quarantena e da casa”.

Superare la gestione ‘a silos’ dei dati

“Nell’attuale variegato panorama di flussi informativi e di enti risulta fondamentale avvalersi di sistemi tecnologici avanzati capaci di armonizzare e integrare dati di diversa tipologia e provenienza, superando la classica gestione ‘a silos’ – commenta di David Vannozzi, Direttore Generale CINECA -. In questo contesto, reso ancora più urgente dalla pandemia, ha preso il via un accordo tra CINECA e Ministero della Salute. Il progetto prevede lo sviluppo di soluzioni basate su tecniche di AI e analisi di big data che consentano l’integrazione dei dati, a supporto della governance nel Sistema sanitario nazionale”.

Aste on line, è boom: nel 2021 spesi oltre 500 milioni di euro

Il 2021 verrà ricordato anche come l’anno d’oro per le aste on line. Come rivela il Catawiki report 2021, l’analisi realizzata dalla piattaforma di aste online, nel corso dell’anno passato sono stati spesi più di 500 milioni di euro e oltre un milione di persone ha fatto un’offerta per gli oltre 3,5 milioni di oggetti andati all’asta sulla piattaforma stessa.  Si tratta di tre record realizzati in 365 giorni. Ma c’è di più: probabilmente anche a causa della pandemia, sono in aumento, inoltre, i venditori professionali e gli amatori – oltre 200.000 nel 2021 a livello globale, di cui oltre la metà nuovi utenti della piattaforma – che, per generare entrate extra e per approcciare una clientela internazionale, hanno utilizzato Catawiki per vendere oggetti rari ed esclusivi.

“Un vero cambiamento sociale”

“Stiamo assistendo a un vero e proprio cambiamento sociale: mentre anni fa il settore delle aste era percepito come ambito elitario e di nicchia, ora l’interesse per le aste online di oggetti unici e speciali sta toccando livelli senza precedenti. Con oltre 1 milione di persone che hanno fatto offerte l’anno scorso su Catawiki e una crescita continua a doppia cifra tra le generazioni più giovani, Catawiki è al centro di questo cambiamento” ha detto Ravi Vora, ceo di Catawiki. Per quanto riguarda il nostro paese, il volume degli acquisti dei consumatori italiani nel 2021 ha superato i 100 milioni di euro, con una spesa media di circa 1.000 euro, facendo dell’Italia il mercato principale di Catawiki. Come riferisce Adnkronos, gli italiani che hanno fatto un’offerta sono stati oltre 230.000, 55% dei quali nuovi sulla piattaforma. Vino, oggetti decorativi, arte moderna e contemporanea, gioielli e orologi sono le categorie che hanno riscontrato un maggiore successo. E’ interessante notare che c’è stato anche un vero e proprio exploit per lo champagne che ha fatto registrare un tasso di crescita che sfiora il 60% rispetto all’anno precedente. 

Chi sono i visitatori 

Aumentano i visitatori della Generazione Z (+40% in Italia rispetto al 2020) – quelli tra i 18 e i 24 anni – che decidono di acquistare oggetti attraverso la piattaforma. Gli utenti tra i 25 e i 34 anni continuano a costituire la fascia d’età più rappresentativa, pari al 25% del totale degli offerenti. 

102 milioni di euro il valore delle vendite degli italiani

I venditori italiani nel 2021 hanno messo all’asta oltre 600 mila oggetti, per un valore complessivo di quasi 102 milioni di euro, che sono stati acquistati in gran parte da acquirenti italiani (34%) seguiti da francesi (oltre 14%) e olandesi (quasi 12%). La platea dei venditori tricolori è composta essenzialmente da ‘amatori’ che rappresentano la grande maggioranza del totale e riescono a guadagnare oltre 3.000 euro l’anno con oggetti da collezione o preziose rarità trovate in cantina o in soffitta. La rimanente minoranza, invece, è composto da professionisti che vendono circa un terzo degli oggetti totali (oltre 223 mila) e, grazie alla possibilità di approcciare in sicurezza un numero sempre più ampio di compratori internazionali, riescono a guadagnare una media di circa 60.000 euro l’anno.

Quanto spendono gli italiani in mascherine e tamponi?

Dotarsi di mascherine Ffp2 e sottoporsi regolarmente ai tamponi anti-Covid può essere un vero e proprio ‘salasso’ per le famiglie italiane, che possono arrivare a spendere più di 4.800 euro all’anno. Questo è infatti costo calcolato da Consumerismo No Profit, l’associazione dei consumatori, per un nucleo famigliare di 4 persone. Oggi le mascherine chirurgiche possono essere reperite nei negozi online e in quelli fisici a un prezzo medio di 0,20 euro al pezzo. Tuttavia, questo tipo di mascherine non è più sufficiente, poiché per accedere ai mezzi di trasporto, come bus, metro e treni, ed entrare nei locali pubblici è necessario dotarsi di mascherina Ffp2. Nelle farmacie le Ffp2 sono vendute al prezzo calmierato di 0,75 euro, ma nei negozi e sul web hanno prezzi variabili, che vanno da 0,40 centesimi a 2,50 euro al pezzo.

Sierologico o molecolare, al nord Italia costano più che al sud

Consumerismo No Profit ha redatto uno studio per capire in che modo l’attuale emergenza sanitaria ‘pesi’ sulle tasche degli italiani.  Per quanto riguarda i tamponi, i prezzi variano a seconda del tipo di test a cui ci si sottopone. Il test sierologico ha un costo compreso tra i 20 e i 30 euro, il tampone rapido viene eseguito dalle farmacie al costo fisso di 15 euro, mentre per il tampone molecolare i listini oscillano tra i 60 e i 140 euro, a seconda delle tempistiche per ottenere l’esito, e della regione di residenza. Al nord Italia costano infatti sensibilmente di più rispetto al sud.

Le stime sui costi della pandemia

Considerando i prezzi medi delle mascherine, ogni singolo cittadino, stima Consumerismo, “spende circa 300 euro all’anno tra mascherine chirurgiche e Ffp2, cui si aggiungono 75 euro di spesa mensile per i tamponi, ipotizzando un tampone rapido e uno molecolare al mese, per una spesa totale di 1.200 euro annui”.
Una famiglia di 3 persone, per le stesse voci di spesa e ipotizzando gli stessi consumi, deve affrontare perciò un costo pari a 3.618 euro annui, riporta Adnkronos.

“Un vero salasso” che può arrivare fino a 4.824 euro annui a famiglia

Spesa che può arrivare a 4.824 euro annui in caso di un nucleo familiare composto da 4 persone, che spende per tutta la famiglia 1.224 euro annui per le mascherine, e 3.600 euro per i tamponi.
“Un vero salasso – commenta il presidente di Consumerismo Luigi Gabriele -. Chiediamo che il costo di mascherine e tamponi sia totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale per le famiglie con Isee fino a 20 mila euro. Oltre tale soglia, chiediamo la deducibilità di tali spese almeno al 50%”.

Industria, a ottobre 2021 balzo in avanti per il fatturato: +16,9

Per il mese di ottobre del 2021 le stime dell’Istat per il fatturato dell’Industria sono positive. Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi di ottobre 2021 sono stati 21 contro i 22 di ottobre 2020) il fatturato totale cresce infatti in termini tendenziali del 16,9%, In particolare, +19,4% sul mercato interno e +12,1% su quello estero. A livello congiunturale, la stima di crescita al netto dei fattori stagionali è del 2,8%. Un balzo che risulta da una crescita su entrambi i mercati, +3,4% per quello interno e +1,4% per quello estero.

Terzo trimestre: +2,8% sui tre mesi precedenti

Nella media del trimestre agosto-ottobre l’indice complessivo evidenzia un incremento del 2,8% rispetto ai tre mesi precedenti. In particolare, +4,0% sul mercato interno e +0,7% su quello estero. Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento per tutti i principali settori, dall’energia (+5,4%) ai beni strumentali (+3,9%), dai beni intermedi (+2,3%) ai beni di consumo (+1,8%).

Marcati incrementi tendenziali per energia e beni intermedi

Per quanto riguarda gli indici corretti per gli effetti di calendario riferiti ai raggruppamenti principali di industrie, l’Istat registra incrementi tendenziali molto marcati per l’energia (+49,0%) e i beni intermedi (+28,0%), più contenuti invece per i beni di consumo (+10,9%) e i beni strumentali (+4,2%). Con riferimento al comparto manufatturiero, gli aumenti tendenziali riguardano tutti i settori di attività economica, a eccezione del comparto dei mezzi di trasporto, riporta Askanews.
“Prosegue a ottobre, per il quinto mese consecutivo, la crescita congiunturale del fatturato dell’industria – commenta l’Istituto per gli studi statistici -. Anche nella media degli ultimi tre mesi la dinamica congiunturale segna un risultato positivo. Nel confronto tendenziale su dati corretti per i giorni lavorativi, l’incremento è diffuso a tutti i principali raggruppamenti di industrie, con aumenti più marcati per l’energia e i beni strumentali”.

Gli indicatori positivi sostengono la crescita del Pil

Gli indicatori positivi del fatturato industriale, inoltre, trainano numerosi altri settori, che spingono verso l’alto il prodotto interno lordo nella sua totalità.
Nella media del trimestre agosto-ottobre l’indice complessivo del Pil ha infatti evidenziato un incremento del 6,2%, superando di 2 punti percentuali le stime degli economisti e del Governo. Numeri positivi supportati anche dagli studi di Bankitalia, secondo i quali lo scenario macroeconomico prefigurerebbe, oltre all’aumento del Pil nel terzo trimestre 2021, aumenti del 4,0% nel 2022, del 2,5% nel 2023, e dell’1,7% nel 2024, si legge su affaritecnici.it.

Sui regali di Natale nel 2021 pesano rincari, bollette e inflazione

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio quest’anno per i regali di Natale si spenderà di meno: 6,9 miliardi rispetto ai 7,4 miliardi dello scorso anno, e in termini pro capite, 158 euro rispetto ai 164 del Natale 2020. In pratica, l’8% in meno rispetto al 2019 e oltre il 36% in meno rispetto al 2009. Di fatto, a pesare sui regali di Natale sono il clima di fiducia in calo delle famiglie, la forte ripresa dell’inflazione e i rincari delle bollette.
“La crescita dei consumi a Natale rischia di essere frenata dai timori per la pandemia, dall’inflazione e dai costi dei consumi obbligati – afferma il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli -. Per rilanciare la fiducia occorre accelerare il previsto taglio delle tasse, a cominciare da Irpef e oneri contributivi a carico delle imprese”.

A dicembre per beni e servizi le famiglie spenderanno 76 miliardi

Considerando anche i consumi di chi non beneficia degli emolumenti auspicati, cioè l’area del lavoro autonomo, complessivamente la spesa media per famiglia a dicembre, inclusi affitti, bollette e utenze, si attesta a 1.645 euro, lo 0,5% in più rispetto all’anno scorso, ma ancora molto al di sotto rispetto al 2019 (-7,5%).
In totale per dicembre si stimano circa 110 miliardi di euro di spesa complessiva, 10 in meno rispetto al 2019. Per le sole spese commercializzabili di beni e servizi la stima è di 76 miliardi, calcola Confcommercio. Nel 2020, questa spesa, fortemente correlata al benessere economico delle famiglie, era scesa a circa 66 miliardi di euro correnti.

A rischio (forse) anche la parte iniziale del 2022

Le stime effettuate per il 2021 non considerano improvvisi deterioramenti del quadro pandemico, ma al di là della situazione sanitaria qualche spunto di preoccupazione emerge dal versante economico. A novembre, il clima di fiducia delle famiglie, pur attestandosi a livelli storicamente elevati, ha ripiegato per il secondo mese consecutivo. Questa situazione, se confermata nei prossimi mesi, rischia di avere ripercussioni nella parte iniziale del 2022 oltre che comprimere, seppure marginalmente, le spese di dicembre e per i regali di Natale.

L’inflazione comprime il potere d’acquisto

Il deterioramento è correlato in buona parte al riemergere dell’inflazione, riporta Adnkronos, che per la parte inattesa, cioè quella eccedente l’1,5%-2%, potrebbe comprimere il potere d’acquisto delle famiglie, riverberando principalmente in una contrazione degli acquisti di beni e servizi commercializzabili. Infatti, la ripresa dell’inflazione sta colpendo in prevalenza, e almeno per adesso, i beni e servizi a cui le famiglie non possono rinunciare, ovvero i cosiddetti consumi obbligati. Nell’arco di dodici mesi si è passati da un contesto di deflazione a una variazione dei prezzi al consumo superiore al 3% (3,8% a novembre 2021). Il nuovo scenario non ha intaccato orientamenti e propensioni delle famiglie fino a modificarne i comportamenti, ma il suo protrarsi non potrà non incidere sulle scelte di consumo.

I musei italiani sono sempre più digitali: il 95% ha un sito web

L’ultimo anno ha dato il via a un’accelerazione verso il digitale che non ha coinvolto solo le imprese produttive, ma anche le istituzioni culturali. Ne sono un esempio chiaro i musei, che nei mesi passati hanno avviato un’importate trasformazione digitale, come evidenzia l’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali della School of Management del Politecnico di Milano. Lo spiega bene Michela Arnaboldi, responsabile scientifico dell’Osservatorio, che ha dichiarato: “I canali digitali sono passati da essere prevalentemente un mezzo di promozione e informazione a vero e proprio strumento di diffusione della conoscenza. Oggi, il 95% dei musei ha un sito web (una crescita importante, superiore al 10%, rispetto al 2020) e l’83% un account ufficiale sui social (una crescita, rispetto al 76% del 2020, guidata dal forte aumento della presenza su Instagram). Grazie al digitale si è aperta l’opportunità di ripensare il rapporto con l’utente come un’esperienza estesa, nel tempo e nello spazio, in quanto non confinata al luogo e al momento dell’esperienza in loco, ma potenzialmente continua e accessibile da qualsiasi luogo e in qualunque momento”. 

I “numeri” dei musei 

Per dare il peso di questo processo, ecco qualche dato significativo: il 95% dei musei ha oggi un sito web (una crescita importante, superiore al 10%, rispetto al 2020) e l’83% un account ufficiale sui social (una crescita, rispetto al 76% del 2020, guidata dal forte aumento della presenza su Instagram). Come riferisce l’Osservatorio, ripreso da AdnKronos, “Grazie al digitale si è aperta l’opportunità di ripensare il rapporto con l’utente come un’esperienza estesa, nel tempo e nello spazio, in quanto non confinata al luogo e al momento dell’esperienza in loco, ma potenzialmente continua e accessibile da qualsiasi luogo e in qualunque momento”. In questo contesto, è aumentato anche il numero di musei che hanno pubblicato la collezione digitalizzata sul proprio sito web (dal 40% del 2020 al 69% del 2021) e il 13% ha proposto dei podcast. Tuttavia, sono solo il 24% (come un anno fa) le  le istituzioni che si basano su un vero e proprio piano strategico che comprenda anche l’innovazione digitale.

Cambia l’esperienza offerta

Ovviamente, a seguito delle imitazioni che abbiamo tutti vissuto, anche i musei hanno dovuto adeguarsi e cambiare la tipologia di esperienza offerta. Tanto che almeno l’80% dei musei italiani ha proposto almeno un contenuto digitale. È molto elevata la quota di istituzioni che propongono laboratori e attività didattiche online (il 48%), mentre il 45% delle istituzioni offre tour e visite guidate online e il 13% si è cimentato anche sull’offerta di podcast. 

Mobilità: l’e-bike piace agli italiani, ma l’auto rimane la prima scelta

Cosa cambia nella mobilità post-Covid degli italiani? Poco. Salvo l’emergente passione per e-bike e mobilità green gli italiani continuano infatti a prediligere lo spostamento con l’auto tradizionale snobbando il trasporto pubblico. È quanto emerge dal 18° Rapporto Audimob sulla mobilità degli italiani, presentata al convegno organizzato da Isfort, CNEL e MIMS – Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili. 
“Le scelte di mobilità sono molto volatili – commenta il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili Enrico Giovannini -. La vera questione è se nel 2022 ci sarà una domanda diversa di mobilità, anche a causa dello smart working”.

Auto elettriche in rimonta

L’indagine evidenzia comunque una crescita del parco dei mezzi elettrici, arrivati a 83.463 auto (+57% rispetto a fine 2020), 18.635 ciclomotori (+12,3%), 12.471 scooter e moto (+32,7%), 8.352 quadricicli (+18,2%). In ascesa anche l’immatricolazione delle auto ibride, che supera il diesel e fa conquistare all’Italia il podio in Europa. Ma nonostante le velleità green degli italiani, il parco circolante è ancora vetusto, con oltre 12 milioni di auto, quasi un terzo del totale, che non superano lo standard emissivo Euro 3. Le alimentazioni a benzina e gasolio riguardano infatti oltre 35 milioni di auto, quasi il 90% del totale, mentre le auto ibride sono 550mila e quelle elettriche poco più di 50mila. Tuttavia, nelle immatricolazioni 2020 la quota di auto elettriche e ibride è stata pari a quasi il 20% del totale.

Impennata delle bici elettriche

Una parte degli italiani però ha scelto un mezzo più ecologico, incentivato anche dai bonus, e ha acquistato una e-bike. Secondo i dati Ancma, nel 2020 sono state vendute in Italia oltre 2 milioni di biciclette, di cui 280mila e-bike (+17% rispetto al 2019), e nei primi sei mesi del 2021 ne sono state vendute 157.000 (+12% rispetto allo stesso periodo del 2020). Quanto alla mobilità condivisa, riporta Teleborsa, il 2020 è stato un anno di luci e ombre. La flotta complessiva di veicoli è cresciuta del 65%, con un parco disponibile di 85mila mezzi, ma si tratta di un incremento quasi interamente imputabile ai monopattini elettrici (+35mila). 

L’autobus entra in crisi

Gli italiani continuano però a snobbare il trasporto pubblico locale e a intasare le strade con auto datate, riferisce Ansa. Insomma, l’auto resta il mezzo preferito degli italiani e l’autobus entra in crisi, dimezzando la propria quota modale (dal 10,8% al 5,4%) e perdendo oltre il 50% dei passeggeri. Una tendenza che secondo le previsioni Audimob è destinata a proseguire, complici le norme di distanziamento, la paura dei contagi e lo smart working che di fatto ha ridisegnato la mobilità dei cittadini. Gli smart workers si muovono infatti molto più a piedi o in bicicletta e meno con i mezzi motorizzati, che sia l’auto o il trasporto pubblico.

Lavoro: le competenze “green” saranno sempre più richieste

Se solo un anno fa la richiesta di lavoratori con competenze green era di 1,6 milioni, ora, anche grazie al Pnrr, si sta verificando il ‘grande balzo’, ed entro il 2025 la richiesta salirà a 2.375.000 posizioni. Di questi, 1.448.000 sono figure con competenze green elevate. È quanto emerge dal focus Censis Confcooperative, dal titolo Sostenibilità, investire oggi per crescere domani, presentato nel corso della prima giornata della sostenibilità organizzata dalla confederazione.
“Le imprese saranno pronte ad assumere – commenta Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative -, ma in cinque anni il mismatch, cioè la mancanza di occupati con competenze green, sarà di 741mila unità che possono pesare fino al 2,5% del Pil. Questo in un momento in cui le imprese stanno aumentando spesa e investimenti in sostenibilità”.

Transizione ecologica e crescita occupazionale. Mancano i profili tecnici

La crescita occupazionale innescata dalla ‘missione 2’, ovvero, la ‘rivoluzione verde’ e la transizione ecologica, deve trovare disponibilità di competenze, in grado di raccogliere la sfida di una crescita green.
In particolare, le professioni green con un grado maggiore di difficoltà di reperimento sono i disegnatori industriali, gli idraulici e posatori di tubazioni, i verniciatori artigianali e industriali, gli ingegneri energetici e meccanici, i tecnici della sicurezza sul lavoro. Questo è uno dei nodi da sciogliere per la riuscita del Pnrr, e che può costituire un punto critico particolarmente rilevante. Sulla base del prodotto interno lordo per occupato, si stima per i prossimi anni una perdita annuale di 10,2 miliardi di euro complessivi, in media il 2,5% del Pil.

La ‘missione 2’ incrementa l’occupazione femminile e giovanile

Su 2,5 milioni di occupati riconducibili oggi a interventi della ‘missione 2’, due milioni (78,6%) sono rappresentati da uomini nella fascia 35-49 anni, prevalentemente nelle regioni del Nord, mentre mezzo milione saranno donne. Quanto alla variabile dell’età, la componente giovane (15-34 anni) si fermerebbe a 534mila unità (uno su cinque), mentre la fascia (35-49 anni) risulterebbe maggioritaria, con un milione e 42mila occupati (40,8% sul totale). I lavoratori più anziani rappresentano invece il 38,3% del totale, che in termini assoluti colloca gli over 50 di poco sotto il milione. Rispetto al 2020, grazie alla ‘missione 2’, l’incremento di occupazione femminile e giovanile sarebbe da un lato di 385mila donne, dall’altro di 201mila giovani. Per l’occupazione femminile si supererebbe la soglia dei 10 milioni, mentre i giovani occupati si collocherebbero oltre i 5 milioni.

Le imprese sostenibili sono più performanti

Le imprese mediamente e altamente sostenibili hanno più anni di attività (quasi 29 anni) e una dimensione elevata in termini di addetti (336 addetti) rispetto alle imprese meno orientate alla sostenibilità. Sul piano degli indicatori legati alla performance economica, riporta Askanews, emerge una correlazione fra sostenibilità e produttività del lavoro, con quasi 20mila euro in più per le imprese green-oriented, e fra sostenibilità e redditività, con un margine operativo lordo sul fatturato superiore di 2 punti e mezzo. Inoltre le imprese più sostenibili risultano più internazionalizzate, più patrimonializzate e contano su una maggiore disponibilità di capitale per addetto e su un più alto livello di capitale umano.

Caro benzina e aumenti, stangata di 768 euro per famiglia

Saranno un autunno e un inverno “caldi”, almeno per quanto riguarda i conti che dovranno fare – e pagare – gli italiani. Visti gli aumenti delle ultime settimane, ci si aspetta una sensibile stangata sui bilanci familiari. A lanciare l’allarme è il Codacons, che riprendendo i dati definitivi comunicati dall’Istat stima che gli aumenti costeranno ai nostri connazionali 768 euro annui a famiglia. In particolare, fanno lievitare le spese gli andamenti dei prezzi al dettaglio, che a settembre registrano un balzo al +2,5% raggiungendo i livelli più alti dal novembre del 2012. Non solo: continua la corsa di aumenti per trasporti e caro benzina. Insomma, le tasche dei nostri connazionali si svuotano per le occupazioni più normali (e necessarie), come fare la spesa o muoversi per andare a scuola o al lavoro.

Una fiammata dei prezzi che rischia di frenare la crescita dei consumi 

“I numeri dell’Istat confermano in pieno l’allarme rincari lanciato dal Codacons e rappresentano una minaccia sul fronte dei consumi – spiega l’Associazione -. L’inflazione al 2,5% produce un aggravio di spesa su base annua, considerata la totalità dei consumi di un nucleo, pari a +768 euro a famiglia, con un vero picco per i trasporti che registrano a settembre un aumento tendenziale del +7%: in pratica una famiglia con due figli solo per gli spostamenti deve mettere in conto una maggiore spesa pari a +378 euro annui. Una fiammata dei prezzi che rischia di frenare la crescita dei consumi e rallentare la ripresa economica del paese”.

Lo spettro degli aumenti di luce e gas

Ma le minacce per le finanze degli italiani non sono ancora finite. Come sottolinea l’associazione, infatti, “La stangata d’autunno, purtroppo, è destinata ad aggravarsi. I rincari delle bollette luce e gas scattati ad ottobre e la corsa senza freni dei carburanti alla pompa avranno un impatto fortissimo sull’inflazione, con i prezzi al dettaglio che continueranno ad aumentare in numerosi comparti, compresi gli alimentari. Per tale motivo rivolgiamo un appello al Governo Draghi affinché, dopo le bollette dell’energia, intervenga anche sulla tassazione che vige su benzina e gasolio, tagliando Iva e accise allo scopo di contenere la crescita dei prezzi al dettaglio e salvaguardare le tasche delle famiglie”. Non ci resta che aspettare le prossime settimane e vedere quali misure potrà mettere in campo il governo per lenire, almeno in parte, questo balzo in avanti dei costi, riferiti peraltro a beni e servizi pressoché necessari.

Sempre meno cash lovers: per il denaro contante -23% di users in un anno

A una profonda riduzione dei consumi causata dalla pandemia corrisponde una crescita dei pagamenti effettuati con strumenti diversi dal denaro contante, che a livello nazionale aumentano del +1.5%. L’analisi dell’utilizzo dei diversi strumenti di pagamento per gli acquisti mette infatti in luce una contrazione del ricorso al contante, e la tendenza alla sua ulteriore riduzione: il target dei Cash Lovers registra infatti un calo del -23% rispetto al 2020. Di fatto la pandemia ha accelerato lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi contactless e mobile, spingendo verso un processo di innovazione sempre più orientato allo switch tra contante e strumenti digitali. È quanto emerge dalla 19° Edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments, curata da Assofin, Ipsos e Nomisma con il contributo di CRIF.

Meno carte di credito, più carte di debito e prepagate

Nel 2020 il numero di carte di credito attive in Italia risultava pari a 15,3 milioni, con un valore delle transazioni effettuate che si attestava nell’ordine di 75,4 miliardi di euro, una cifra in netta riduzione rispetto all’anno precedente. Nel 2020 si riconferma invece l’utilizzo di carte di debito. Nonostante il crollo dei consumi il numero delle operazioni delle carte di debito ha registrato una lieve crescita rispetto al 2019 (+1.1%). Il 2020 però ha confermato anche l’ampio utilizzo delle carte prepagate. Nel 2020, infatti, l’Osservatorio ha registrato un ulteriore aumento delle carte in circolazione, con una variazione sul 2019 di oltre il 10%, confermando il successo di questa tipologia di strumento, favorita negli acquisti online.

Aumentano consapevolezza e utilizzo del contactless

Aumenta l’offerta di carte opzione/rateali, che coprono quasi la metà delle carte di credito attive. Per tali carte, che vengono utilizzate prevalentemente a saldo (81% dei flussi), si rileva una debolezza dei flussi complessivamente movimentati nel corso del 2020, e nei primi 6 mesi del 2021 non si recuperano i livelli pre-Covid. I primi mesi del 2021 hanno poi evidenziato una crescita di oltre il 20% del possesso/presa di consapevolezza della funzionalità contactless. E anche l’utilizzo è in forte crescita: il 70% dei titolari di carte contactless ha utilizzato questa modalità di pagamento più di 2 volte al mese e la media di utilizzo mensile è di 3,7 volte.

L’evoluzione dei pagamenti da mobile

La pandemia ha imposto una forte accelerazione dell’e-commerce: oltre il 50% dei clienti analizzati compie più di 30 transazioni ogni mese. Il ricorso all’e-commerce, che nel 2020 ha registrato cambiamenti repentini e significativi, nei mesi recenti evidenzia una stabilizzazione delle abitudini, in parte con ritorni all’acquisto in-store, ma anche consolidando nuovi comportamenti di acquisto online. L’analisi delle dinamiche dei pagamenti da mobile (m-payments/smart payments) evidenzia poi consistenti evoluzioni: il 70% dei decisori li conosce (+10% rispetto al 2020 e + 37% rispetto al 2019). L’Osservatorio inoltre registra un bacino potenziale di users di m-payments in crescita del 10% rispetto al 2020 e del 33% rispetto al 2019.