Categoria: Curiosità

PMI, come attrarre nuovi talenti?  

Le piccole e medie imprese (PMI) italiane si trovano ad affrontare una sfida sempre più complessa nell’attrarre nuovi talenti. Le tecnologie emergenti e l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro stanno cambiando radicalmente il panorama occupazionale.

Secondo una recente indagine di Adecco, il 32,4% delle PMI segnala difficoltà nel reclutare talenti, principalmente a causa di percorsi di crescita professionale meno attrattivi rispetto a quelli offerti dalle grandi aziende. Altre criticità sono la scarsa riconoscibilità del brand (21,4%) e l’assenza di politiche di welfare strutturate (18,8%).

Le strategie delle piccole e medie aziende

Per contrastare queste difficoltà, le PMI stanno cercando di adottare strategie mirate a fidelizzare i propri dipendenti. La formazione, sia interna sia esterna, rappresenta la soluzione più diffusa, scelta dal 33,3% delle imprese. Un’altra opzione è l’offerta di bonus economici legati al raggiungimento di obiettivi aziendali o personali, segnalata dal 25,1% delle aziende.
Tuttavia, un dato preoccupante è che il 15% delle PMI non adotta alcuna misura per trattenere i propri dipendenti: ciò significa che ci sono ampi margini di miglioramento in merito.  

Differenze su base regionale e “strutturale”

Le politiche adottate variano anche in base alla dimensione dell’azienda e alla sua posizione geografica. Le piccole imprese, in particolare, puntano maggiormente sulla formazione, soprattutto nel Sud Italia, dove però circa il 25% delle aziende non implementa alcuna misura di fidelizzazione.

Le medie imprese, invece, pongono più attenzione a politiche di welfare, con un’enfasi sulla flessibilità oraria, adottata dal 40% delle imprese. Però, nel Sud Italia, il 45% delle PMI non offre alcun tipo di servizio di welfare, mostrando un divario rispetto ad altre aree del Paese.

Difficoltà nel reperire competenze specialistiche

Oltre all’attrazione di nuovi talenti, molte PMI trovano complicato reperire le competenze specialistiche necessarie per affrontare le sfide del mercato. Secondo l’indagine di Adecco, oltre il 40% delle aziende dichiara una certa difficoltà nel trovare lavoratori con le giuste competenze tecniche.

Le figure più richieste includono operai specializzati, informatici e addetti alla logistica, con una maggiore concentrazione di queste richieste nel Nord Italia.

Le soft skills: un requisito essenziale

Non solo competenze tecniche: anche le cosiddette soft skills giocano un ruolo fondamentale. La capacità di lavorare in team e il problem solving sono tra le abilità trasversali più ricercate dalle PMI, con una maggiore attenzione a queste competenze nel Nord e Sud Italia.
Come sottolinea Massimiliano Medri, Managing Director di Adecco Italia, è cruciale che le PMI investano non solo in nuove tecnologie, ma anche nella formazione e nel welfare per i dipendenti. Solo così potranno competere efficacemente in un mercato in costante evoluzione.

Podcast e audiolibri: un mercato da 17,6 milioni di ascoltatori

Un’industria consolidata e più matura: è quella dell’audio entertainment, che di anno in anno conta un numero sempre più alto di ascoltatori. Nel 2024 in Italia sono 17,6 milioni coloro che ascoltano podcast e audiolibri, quasi il 30% della popolazione e 700mila in più rispetto al 2023 (+4%). Solo il podcast ne raccoglie 17,2 milioni, oltre 800mila in più in un anno (+5%). E dal 2018, quando ad ascoltare podcast erano 10,3 milioni, si stima una crescita del 67%.

È quanto rileva l’ultima ricerca di NielsenIQ per Audible, presentata nell’ambito di PodTrends, l’evento organizzato da Audible e Amazon Music.
Ma chi sono gli ascoltatori di podcast? Si tratta in prevalenza di uomini, tra 25 e 34 anni, molto connessi (oltre 4 ore al giorno passate su Internet) ed equamente distribuiti in tutto il Paese.

Non affatica la vista, e intanto si può fare altro

Dietro questa crescente presenza dei podcast nella dieta mediatica, per il 68% degli intervistati c’è la possibilità di poter ascoltare in modalità multitasking, ovvero mentre si fa altro. Apprezzata anche l’opportunità di poter scegliere le news da ascoltare o gli argomenti da approfondire (44%) senza dover affaticare la vista (35%).

Anche quest’anno, poi, la casa si conferma il luogo preferito per l’ascolto (72%), seguita dall’ascolto durante gli spostamenti (59%), soprattutto in macchina (36%), sui mezzi pubblici e camminando per strada (24%).
Ma il momento migliore per ‘un podcast’ è quando si rientra dal lavoro, o prima di dormire, e nel weekend.

Dove, quando e quanto si ascolta?

Quest’anno a crescere, tuttavia, non è solo il numero degli ascoltatori, ma anche il tempo dedicato all’ascolto di podcast.
In media, una sessione dura quasi 25 minuti, 4 minuti in più rispetto allo scorso anno, e mediamente i podcast vengono ascoltati quasi 5 volte al mese.

Per il 48% del campione l’ascolto dei podcast è un appuntamento settimanale, mentre per l’11% è un’ abitudine quotidiana.
Se, invece, si guarda al tipo di contenuti, sono i podcast di approfondimento (47%) a primeggiare, seguiti sul podio da informazione (45%) e inchiesta (36%). Attrattivi anche l’intrattenimento (34%) e true-crime (29%).

Cosa veicola la scelta?

Se i principali veicoli di informazione per i podcast da ascoltare restano i social, compreso WhatsApp, e il passaparola, aumenta l’impatto dei siti degli editori per scoprire nuovi contenuti (34%). Rilevanti per la scelta finale sono tema (75%), narratore (53%) e autore (51%).
In generale informarsi, scoprire nuovi contenuti e approfondire argomenti specifici rimangono i principali motivi che guidano l’ascolto. Tra le barriere, invece, diminuisce la difficoltà nella ricerca (8% dal 21%).

Sebbene i podcast vantino un buon livello di fedeltà, riporta Askanews, attualmente chi li abbandona lo fa perché li trova noiosi. Tra le ragioni di chi invece non li ascolta affatto emergono la preferenza di altre modalità di informazione/intrattenimento (62%), la non conoscenza del mezzo (24%) e non trovare titoli di proprio interesse (8%).

Al via gli incentivi del Piano Transizione 5.0: come ottenerli?

Supportare e traghettare il passaggio dei processi produttivi a un modello energetico efficiente, sostenibile e basato su fonti rinnovabili supportando gli investimenti in digitalizzazione, transizione green e formazione del personale. È quanto si propone il Piano Transizione 5.0 promosso dal Mimit, il Ministero delle imprese e del Made in Italy, con l’omonimo decreto attuativo appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale. 

La piattaforma per la prenotazione degli incentivi sarà attiva dalle ore 12.00 del 7 agosto 2024 sul sito del GSE, il Gestore dei servizi energetici, l’ente incaricato della gestione delle agevolazioni e del credito per conto del Mimit.

Una misura da 12,7 miliardi di euro

La pagina web, previo accesso attraverso SPID, guiderà le imprese nell’adempiere correttamente agli oneri documentali previsti dal decreto.
Il totale delle risorse stanziate ammonta a 12,7 miliardi di euro per il biennio 2024-2025. Di questi, 6,3 miliardi di euro, provenienti dal programma RePower EU, finanzieranno il Piano Transizione 5.0. Altri 6,4 miliardi, già previsti dalla legge di bilancio, saranno a disposizione per il Piano Transizione 4.0.

Il Piano Transizione 5.0 si caratterizza innanzitutto per l’automatismo della misura. Le imprese potranno infatti usufruire del beneficio fiscale automaticamente, senza alcuna istruttoria e valutazione preliminare. La sua trasversalità coinvolge inoltre tutti i tipi attività, senza distinzione di dimensione, settore e territorio.

Ammessi investimenti per la riduzione dei consumi energetici almeno del 3%

Il beneficio fiscale è inoltre cumulabile con altre agevolazioni finanziate con risorse nazionali, a eccezione del credito d’imposta Transizione 4.0 e del credito per investimenti nella Zona Economica Speciale (ZES) e nelle Zone Logistiche Speciali (ZLS).

Sono ammissibili al beneficio 5.0 i progetti di innovazione aventi a oggetto investimenti in beni materiali e immateriali tecnologicamente avanzati (gli stessi riportati nell’allegato A e B del Piano Transizione 4.0) purché si raggiunga una riduzione dei consumi energetici pari ad almeno il 3% dell’unità produttiva, o del 5% se calcolata sul processo interessato dall’investimento.

Il credito d’imposta prevede un’aliquota massima del 45%

A queste condizioni è possibile agevolare anche le spese di formazione e gli investimenti in impianti per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo.

Il bonus è riconosciuto per i nuovi investimenti effettuati dal 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2025, con possibilità di completare gli oneri documentali entro il 28 febbraio 2026.
Il credito d’imposta prevede un’aliquota massima del 45% ed è modulato in 9 aliquote in funzione dell’ammontare degli investimenti e della riduzione dei consumi energetici conseguita.

Le vacanze del 2024: più brevi, più intense, più frequenti 

Quest’estate 2024, gli italiani prediligono una nuova tipologia di vacanza: più breve, più intensa e più frequente. Sono infatti 36 milioni coloro che prevedono di partire tra giugno e settembre. Di questi, il 90% ha scelto una destinazione italiana, mentre poco più del 10% opterà per mete estere, soprattutto località di mare vicine all’Italia.

Secondo la ricerca di Federalberghi condotta da Tecnè, saranno 36 milioni gli italiani in viaggio, di cui 27,6 milioni adulti e 8,4 milioni minori.

Quando si parte e verso quali mete?

Un terzo dei vacanzieri farà più di un periodo di vacanza. 3,6 milioni partiranno almeno un’altra volta, 3,1 milioni due volte e 1,7 milioni tre volte, confermando la tendenza a suddividere le ferie estive in più segmenti.

L’Italia resta la meta preferita con l’89,8% dei vacanzieri che sceglieranno di restare nel Belpaese. Il 10,2% andrà all’estero, prediligendo il mare (57,5%), le capitali europee (16,2%) e le crociere (9,4%). Le regioni più gettonate sono Toscana, Emilia-Romagna, Sicilia, Puglia, Campania, Trentino Alto Adige e Sardegna. L’80,7% opterà per il mare, il 13,1% per montagna, laghi e terme, mentre il 3,3% sceglierà località d’arte e cultura. Gli italiani scelgono la meta delle vacanze principalmente per le bellezze naturali (73,2%), la voglia di ritrovare luoghi abituali (33,8%) e le offerte di divertimento (24,3%). La vicinanza alla propria abitazione è determinante nel 14,7% dei casi.

La spesa media per le ferie

La vacanza principale durerà in media 10,3 giorni e costerà 886 euro a persona. Le vacanze aggiuntive saranno più brevi, in media 4,8 giorni per un costo di 473 euro. Il giro d’affari totale sarà di 40,6 miliardi di euro, con giugno che contribuirà per circa 10 miliardi, luglio per 12,1 miliardi, agosto per 16,5 miliardi e settembre per 2 miliardi.

Il 27,3% del budget sarà destinato ai pasti, il 27,9% al pernottamento, il 20,4% ai viaggi, il 10,4% allo shopping e il 14% ad altre spese come divertimenti ed escursioni.

Qual è l’alloggio scelto?

Le preferenze per il soggiorno vedono al primo posto le case di parenti e amici (28,5%), seguite dagli alberghi (27,2%), case di proprietà (12,8%), B&B (6,9%), affitti brevi (5,6%), residence (5,2%), villaggi turistici (5,1%) e campeggi (3,7%).

I flussi vedono 15 milioni di vacanzieri in giugno, 16 milioni in luglio, 18,4 milioni in agosto e 4,6 milioni in settembre, con agosto che rimane il mese preferito per le vacanze.

Cosa si fa?

Durante le vacanze, gli italiani si dedicheranno principalmente a passeggiate (72,6%), serate con amici (53,7%), cene al ristorante (44,8%) ed escursioni (44%).

Per quanto concerne gli spostamenti, il 56% dei vacanzieri utilizzerà la propria auto, il 31,4% viaggerà in aereo e il 4,1% in nave, scegliendo il mezzo di trasporto principalmente per comodità (63,9%).

Accelera il credito al consumo, si conferma il calo dei mutui immobiliari 

Se nel 2023 il credito al consumo tiene, sostenuto dalla forte crescita del finalizzato auto, nei primi mesi del 2024 la crescita accelera grazie al recupero dei prestiti personali.
Tornano in territorio positivo anche le rateizzazioni via carta di credito (+4,1%, dopo il -3,7% del 2023), trainate dalle operazioni di instalment, e la cessione del quinto dello stipendio/pensione riduce la flessione, da -5,2% nel 2023 a -1,2% nel primo quadrimestre 2024, grazie all’evoluzione positiva delle erogazioni a pensionati.

La 56a edizione dell’Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia mostra, tuttavia, dinamiche piuttosto differenti per il credito al consumo e per i mutui immobiliari. Nei primi mesi di quest’anno si conferma infatti la flessione dei mutui per l’acquisto abitazione (-11,1%), benché in attenuazione rispetto al 2023 (-37,8%).

Forte recupero dei prestiti personali: +11,3%

Nei primi quattro mesi del 2024 si registra un’accelerazione della crescita (+10,1%) alla quale ha contribuito il recupero dei prestiti personali (+11,3%, dopo aver chiuso il 2023 a -1,6%), grazie alla ripresa della domanda delle famiglie al fine di realizzare i progetti di spesa rimandati.

Prosegue poi la crescita dei finanziamenti finalizzati per auto/moto (+14,3%) e degli altri finanziamenti finalizzati (+1,7%) sulla scorta del buon andamento dei beni durevoli.

L’ impatto negativo sulle compravendite residenziali

A conferma dei comportamenti cauti lato offerta e domanda, nell’ottica di definire piani di rimborso sostenibili, si rileva una tendenza verso finanziamenti di importo medio più contenuto, in particolare per quelli a maggior valore, come prestiti personali (12.800 euro), cessione del quinto dello stipendio/pensione (17.800 euro) e finalizzati per auto/moto erogati da operatori (13.000 euro).
Nel 2023, inoltre, l’attività di erogazione di mutui immobiliari alle famiglie ha segnato una decisa contrazione dei flussi (-34,2%), attenuata nei primi quattro mesi del 2024 (-7,2%). Il risultato è un impatto negativo sulle compravendite residenziali (-9,6% 2023, -7,2% primo trimestre 2024).

Si riduce l’importo medio erogato dei mutui

Analogamente ai prestiti a maggior valore del credito al consumo, anche l’importo medio erogato dei mutui d’acquisto si riduce (125.000 euro vs 138.000 nel 2022).
Dal 2023 si osserva poi un ritorno alle erogazioni a tasso fisso (86% primi mesi 2024) anche per effetto della forte ripresa delle surroghe (+69% nel 2023), che prosegue nei primi quattro mesi del 2024 (+61,3%). Per tale tipologia di mutui il valore medio erogato si porta a 143.000 euro, a indicare che vengono traslati su altri operatori, che offrono condizioni migliori, contratti a tassi variabili di recente stipula.

In Italia inflazione più bassa d’Europa, ma caro vita colpisce di più

Negli ultimi sette mesi il dato dell’inflazione a livello nazionale è stato inferiore alla soglia del 2%, e secondo la Commissione Europea, quest’anno dovrebbe attestarsi al +1,6% contro il +5,9% registrato nel 2023 e il +8,7% del 2022.

Il dato di quest’anno, inoltre, è nettamente inferiore alla media UE, che dovrebbe attestarsi al 2,5%. Non solo. Tra i 27 paesi che compongono l’Unione solo la Finlandia (+1,4%) è destinata a ottenere un risultato migliore del nostro (Germania +2,4%, Francia +2,5%, Spagna +3,1%).
Ma nell’ultimo anno sono state le province italiane le più colpite dal caro vita. Ad affermarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

La BCE riduca i tassi

Siena, Brindisi e Venezia hanno registrato un aumento dell’inflazione dell’1,9%, deguite da Benevento (+1,8%), Napoli (+1,7%), Rimini, Parma e Trieste (+1,6%):. Quasi tutte realtà territoriali a vocazione turistica, che hanno subito importanti incrementi di spesa delle attività riconducibili ai servizi ricettivi, di ristorazione e alla persona. Un deciso incremento di costo ha interessato anche trasporti, affitti di case/negozi e il carrello della spesa. 

Mai come in questo momento è necessario che Francoforte riduca i tassi di interesse. Con i ritocchi avvenuti tra giugno 2022 e settembre 2023 quello di riferimento è oggi al suo massimo storico, da quando in UE c’è la moneta unica (4,5%), contribuendo a ostacolare il ricorso al credito da parte delle famiglie e delle imprese di piccola dimensione. 

Bollette più leggere, vacanze più costose

Sebbene la crescita dell’inflazione stia rallentando la percezione dei consumatori è che i prezzi di beni e servizi stiano salendo.
In realtà, alcune voci di spesa che incidono in misura importante sul bilancio familiare hanno subito contrazioni importanti.

Negli ultimi 12 mesi, ad esempio, i prezzi dell’energia elettrica e del gas sono scesi rispettivamente del 29,2% e del 21,6%, rendendo le bollette molto più leggere. Anche i biglietti aerei hanno registrato una decisa diminuzione, per contro, sono aumentati i prezzi delle patate (+11,9%), dei pacchetti vacanza in Italia (+17,2%) e l’olio d’oliva (+44,3%). 

Famiglie: in due anni rincari per 4mila euro

La fiammata inflazionistica è costata alle famiglie italiane 4.039 euro in più. Se nel 2021 la spesa media annuale ammontava a 21.873 euro, due anni dopo è salita a 25.913 euro, con l’abitazione e l’alimentare le voci di spesa che hanno contribuito maggiormente a incrementare le uscite complessive 

Analizzando la serie storica dell’inflazione in Italia tra il 1948 e il 2023, riscontriamo che tra il 1956 e il 1972 l’inflazione è stata mediamente del 4%, tra il 1973 e il 1984 il caro vita medio è stato del 16%, mentre tra il 1998 e il 2002 è crollato all’1,5%.
Solo tra il 2022 e il 2023 l’impennata dei prezzi di prodotti energetici e materie prime hanno re-infiammato l’inflazione, tornata a salire a un tasso medio del 7%. Un valore comunque inferiore di 11 punti rispetto alla media della seconda metà degli anni ‘70 del ‘900. 

Smart City in Italia: il mercato svetta oltre 1 miliardo di euro

Il 2023 è stato un anno di svolta nel mondo delle Smart City in Italia, con un risultato storico: il mercato ha raggiunto il miliardo di euro, registrando un aumento dell’11% rispetto al 2022. Tuttavia, questa crescita è stata meno marcata rispetto agli anni precedenti (+23% nel 2022). La ragione di questo rallentamento si deve soprattutto alle priorità imposte dal PNRR e dalle incertezze sui finanziamenti destinati ai comuni. Al contrario, altre regioni del mondo hanno registrato una crescita più rapida nel settore: +21,9% in Europa, +20% negli Stati Uniti e +20,6% in Asia.

Cresce il numero di comuni con progetti dedicati

Nel 2023, è aumentato il numero di comuni che hanno avviato progetti legati alle Smart City (12% rispetto al 10% del 2022). Gli investimenti pubblici nel settore hanno visto il 23% del valore di mercato legato all’illuminazione pubblica e il 21% alla Smart Mobility, seguiti da Smart Metering e Smart Grid. Tuttavia, rimangono ostacoli significativi allo sviluppo di queste tecnologie, tra cui la carenza di personale qualificato (52%), la mancanza di risorse finanziarie (48%) e di competenze interne ai comuni (47%).

Nonostante le sfide, i comuni che hanno portato avanti progetti Smart City hanno registrato benefici in linea o superiori alle aspettative (78%), e l’86% ha intenzione di avviare progetti nei prossimi tre anni.

Sostenibili, inclusive, innovative ed efficienti 

Le città Smart sono percepite come più sostenibili, inclusive, innovative ed efficienti dai loro abitanti. Milano è considerata la città più smart d’Italia, seguita da Bolzano e Trento, secondo l’Osservatorio Smart City della School of Management del Politecnico di Milano.

Tuttavia, il mercato italiano delle Smart City ha subito un rallentamento legato al PNRR, che ha limitato le risorse per lo sviluppo di progetti ad alto livello di “smartness”. A differenza di altre principali economie mondiali, l’Italia non ha ancora adottato una strategia sulle Smart City.

Servirà anche l’IA

Il futuro delle città smart passerà attraverso la collaborazione tra comuni per creare un ecosistema intelligente più ampio e l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Tuttavia, le sfide rimangono, soprattutto la mancanza di figure tecniche qualificate nei comuni.

I cittadini italiani sono sempre più consapevoli del concetto di Smart City, anche se in modo superficiale. Milano è percepita come la città più smart, ma la percezione dei cittadini non sempre riflette le principali iniziative realizzate dai comuni. La sicurezza urbana è una priorità per i cittadini, seguita dalla sostenibilità e dalle energie rinnovabili.

Come far valere la garanzia se si perde lo scontrino? 

A quanto pare, l’unico scenario possibile non è recarsi in negozio e implorare il venditore. Può infatti capitare di comprare un prodotto difettoso, voler far valere la garanzia, ma rendersi conto che lo scontrino è scolorito o addirittura perso.
Ma per esercitare il diritto di garanzia nei confronti del venditore, il Codice del consumo (articolo 128 e seguenti) considera sufficiente dimostrare di aver acquistato il prodotto presso il rivenditore a cui il consumatore si rivolge. Non oltre, però, due anni dalla consegna del prodotto, o un anno per acquisti con fattura.

Insomma, parola dell’Unione nazionale consumatori: il Codice del consumo non fa espresso riferimento all’esibizione dello scontrino come requisito necessario per l’esercizio del diritto di garanzia, ma richiede semplicemente di dimostrare la data dell’acquisto.

Vale anche la testimonianza di chi era presente all’acquisto

La giurisprudenza afferma che il consumatore, per dimostrare l’acquisto, possa utilizzare anche mezzi probatori documentali o orali che consentano di dimostrare che il bene sia stato acquistato presso il rivenditore e in data certa.
Si possono utilizzare le ricevute di bancomat o carta di credito, la testimonianza di una persona presente al momento dell’acquisto, il libretto di garanzia firmato dal venditore, la registrazione dell’acquisto sulla carta fedeltà.

Insomma, non c’è scusa che tenga: il rifiuto verbale dell’addetto alle vendite, la presenza di una clausola contenuta nel contratto d’acquisto o nelle condizioni di vendita limitativa dell’esercizio del diritto di garanzia, l’esibizione di un cartello in negozio che obbliga a presentare lo scontrino e altre situazioni simili non hanno alcun valore.

Non è necessario, ma resta la prova di acquisto più comoda

Chiarito che lo scontrino non è necessario per ottenere la garanzia e che quindi, anche se mancante o scolorito, non condiziona l’esercizio del diritto, bisogna però anche riconoscere che è la più comoda prova d’acquisto da fornire al commerciante.

Lo scontrino, infatti, è il documento fiscale che viene rilasciato dal venditore al momento dell’acquisto e contiene una serie elementi utili ad attestare in maniera immediata l’effettuazione di una spesa (con tutti gli elementi temporali della transazione, i riferimenti dell’esercente, il numero seriale, il codice prodotto). Per questo è utile organizzarsi per conservarlo seguendo semplici regole.

I trucchi per “ravvivare” il colore

In via precauzionale, riporta Adnkronos, si consiglia sempre di fotografare, fotocopiare o scannerizzare lo scontrino in modo che sia conservato anche su un supporto digitale. Queste soluzioni sono utili perché lo scontrino è generalmente stampato su carta termica che tende a scolorire in breve tempo.

Si possono inoltre utilizzare applicazioni ad hoc per la sua archiviazione (meno consigliabile è affidarsi a servizi offerti a pagamento da molte catene per la sua conservazione). Nel caso in cui sia oramai scolorito, esistono anche alcuni tutorial per far ravvivare il colore, a volte basta anche un ferro da stiro.

Formazione e cybersecurity: le aziende investono più di 100mila dollari all’anno

Emerge dalla ricerca di Kaspersky dal titolo The portrait of the modern Information Security Professional: oltre il 70% delle aziende ogni anno spende oltre 100.000 dollari per la garantire l’aggiornamento dei propri dipendenti nel campo della cybersecurity.

Secondo la ricerca, le aziende per l’aggiornamento dei propri team di cybersecurity investono in modo significativo. In particolare, il 43% spende abitualmente tra i 100.000 e i 200.000 dollari all’anno, il 31% addirittura più di 200.000 dollari, mentre il restante 26% investe abitualmente meno di 100.000 dollari.
Le aziende, tuttavia, nel mercato della formazione evidenziano anche la mancanza di corsi mirati a coprire nuove aree di interesse, e dichiarano che i training non sempre portano i risultati attesi.

In Europa il 42% dei professionisti ritiene i corsi carenti 

La ricerca esamina anche il problema della carenza di personale a livello globale nel campo della cybersecurity, analizzando le motivazioni e identificando i metodi di valutazione e aggiornamento della workforce aziendale dedicata alla sicurezza IT.

Di fatto, il 39% dei professionisti della cybersecurity (un dato che sale al 42% in Europa) ritiene che la formazione aziendale non sia sufficiente. Per essere competitivi sul mercato e aggiornare le conoscenze e le competenze, i professionisti sono infatti disposti a frequentare ulteriori corsi di formazione a proprie spese. Tuttavia, osservano che il mercato della formazione fatica a stare al passo con un settore in rapida evoluzione e non riesce a fornire in tempo i programmi di aggiornamento necessari.

L’attività formativa è poco aggiornata?

La ricerca mostra che la scarsità di corsi che coprono nuovi ambiti di interesse (49%) è il problema principale per chi cerca una formazione sulla cybersecurity.

Il 47% degli intervistati afferma poi che i tirocinanti tendono a dimenticare quanto appreso perché non hanno avuto la possibilità di applicare le conoscenze appena acquisite, quindi per loro i corsi si sono rivelati inefficaci.
E per il 45% degli operatori risulta complicato richiedere prerequisiti formativi specializzati, come la codifica e la programmazione avanzata, che non sono stati specificati durante la fase di pre-registrazione.

“Meglio puntare sullo sviluppo di specialisti interni“

“Con un panorama di minacce in costante evoluzione, le aziende dovrebbero migliorare continuamente le competenze del proprio personale responsabile della cybersecurity per essere preparate ad affrontare sofisticati attacchi informatici – commenta Veniamin Levtsov, VP, Center of Corporate Business Expertise di Kaspersky -. Lo sviluppo di specialisti di alto profilo all’interno dell’azienda e la creazione di competenze interne possono essere una strategia efficace per le organizzazioni che vogliono fidelizzare i propri dipendenti e permettergli di crescere professionalmente, invece di andare costantemente alla ricerca di nuovi candidati e verificare il loro background professionale e le competenze pratiche”.

Il vino italiano negli Usa? Amatissimo, però…

Gli Stati Uniti mantengono anche nel 2023 il primato mondiale nei consumi assoluti di vino, superando i 30 milioni di ettolitri, sebbene con una lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti. Il Paese conferma anche la sua posizione di primo importatore al mondo, con un valore di acquisti di vino dall’estero che supera i 6 miliardi di euro, nonostante una riduzione dell’11% rispetto all’anno precedente. Questa è la fotografia delineata dal Report di Nomisma Wine Monitor, l’Osservatorio dedicato al mercato del vino, che si concentra sul Nord America, analizzando le performance del vino italiano negli Stati Uniti e in Canada.

Francia primo partner commerciale degli States

La Francia rimane il principale partner commerciale degli Stati Uniti, con oltre il 37% della quota di mercato, seguita dall’Italia, che, nel 2023, vede una diminuzione delle esportazioni al di sotto dei 2 miliardi di euro (-11,4% rispetto al 2022), mantenendo comunque una quota di mercato superiore al 30%.

Tutti i primi 5 Paesi partner commerciali degli USA registrano una diminuzione del valore delle esportazioni, ma Francia e Italia consolidano le prime due posizioni in termini di quote di mercato. Le importazioni di vino imbottigliato negli USA diminuiscono sia a valore che a volume, con Francia e Italia che si spartiscono quasi equamente i due terzi della quota di mercato.

Lo bollicine italiane piacciono sempre

La categoria “Sparkling” registra contrazioni sia a volume che a valore, ma l’Italia si posiziona come il meno penalizzato tra i top 5 partner degli Stati Uniti, consolidando il secondo posto con il 36,4% della quota di mercato, dietro alla Francia. In Canada, il segmento “Sparkling” non riesce a confermare gli incrementi registrati nel 2022, con riduzioni nelle importazioni sia a valore che a volume.

Nel 2023, le importazioni di Grandi Formati negli USA mantengono il loro valore (+2,4%), e lo stesso accade in Canada con un aumento del 8,2% nell’import a volume di vino in contenitori da 2 a 10 litri.
Per quanto riguarda il vino sfuso, negli USA si registrano forti cali sia a valore che a volume, con l’Italia che migliora leggermente raggiungendo una quota di mercato del 6%. In Canada, le importazioni di vino sfuso diminuiscono a valore, ma rimangono stabili nei volumi, con l’Italia che perde terreno.

Il Prosecco campione di esportazioni

Le esportazioni di vini DOP italiani negli USA subiscono una flessione del 4,8% a valore e del 10% a volume nel 2023. Nonostante ciò, il Prosecco rimane il primo vino italiano esportato. Le esportazioni dei vini DOP in Canada registrano una contrazione sia a valore che a volume, con una notevole riduzione dei rossi Veneti. I rossi DOP della Toscana rimangono i più venduti in Canada, seguiti dal Prosecco.