Categoria: Curiosità

Famiglie italiane: la comunicazione avviene online  

C’è stato un tempo in cui bastava una telefonata. O una visita a sorpresa. Oggi, invece, la famiglia vive anche – e spesso soprattutto – dentro uno schermo. Chat, videochiamate, piattaforme condivise: la tecnologia non è più un supporto, è diventata il luogo dove si incontrano affetti, abitudini e piccoli rituali quotidiani.

A dirlo non è solo la sensazione diffusa, ma anche i dati. Una ricerca di Kaspersky racconta che in Italia il 95% delle persone comunica con i propri familiari attraverso strumenti digitali. Un numero che parla chiaro: la connessione è diventata una forma di vicinanza.

Messaggi, vocali e meme: il nuovo linguaggio di casa

Il modo più semplice – e più usato – per restare in contatto resta la messaggistica istantanea. L’87% degli italiani utilizza app come WhatsApp o Telegram per parlare con genitori, figli, fratelli. Le videochiamate seguono, scelte dal 49% degli intervistati, spesso nei momenti che contano di più: compleanni, cene a distanza, saluti serali.

E poi ci sono loro, i meme. Battute, immagini, video brevi che girano nelle chat di famiglia e che, nel 43% dei casi, diventano un vero collante emotivo. Un modo leggero, ma potentissimo, per dirsi “ti penso”.

La vita online non è solo rose e fiori

Più la famiglia è presente online, più cresce l’esposizione ai rischi digitali. Truffe, messaggi ingannevoli, link sospetti che sembrano arrivare da una persona fidata: il confine tra sicurezza e ingenuità è sottile, soprattutto quando si abbassa la guardia in un contesto familiare.

Secondo gli esperti di Kaspersky, la consapevolezza è la prima forma di protezione. Autenticazione a due fattori, password diverse per ogni account, attenzione agli allegati inattesi e l’uso di soluzioni di sicurezza affidabili sono strumenti semplici, ma spesso ignorati.

Condividere tutto: account, film e… rischi

Il digitale ha cambiato anche il tempo libero. Il 67% delle famiglie italiane ama guardare film insieme e il 40% utilizza account di streaming condivisi. Una scelta pratica, certo, ma non sempre sicura. Quando più persone usano le stesse credenziali, basta un solo dispositivo compromesso per aprire una falla più ampia.

Il rischio aumenta se le stesse password vengono riutilizzate altrove. Per questo, l’uso di un gestore di password è oggi una buona abitudine da estendere a tutta la famiglia.

Proteggersi è un gesto d’affetto

“La vita familiare online offre opportunità straordinarie, ma porta con sé nuove vulnerabilità”, spiega Marina Titova, Vice President for Consumer Business di Kaspersky. Bambini e anziani, in particolare, possono essere più esposti. Proteggere la propria privacy digitale non è solo una questione tecnica: è un modo concreto di prendersi cura degli altri, anche quando l’abbraccio passa da uno schermo.

Fonte: ricerca Kaspersky, condotta dal centro ricerche di mercato dell’azienda nel novembre 2025 su 3.000 intervistati in 15 Paesi.

Cybersecurity: nel 2026 Telecomunicazioni ancora sotto attacco

Tra novembre 2024 e ottobre 2025 il 12,79% degli utenti del settore delle telecomunicazioni è stato soggetto a minacce web, mentre il 20,76% ha affrontato minacce sui dispositivi.
Nello stesso periodo, il 9,86% delle organizzazioni di telecomunicazioni a livello globale ha subito attacchi ransomware.

Nel corso dell’ultimo anno, attività APT, compromissioni della catena di approvvigionamento, interruzioni DDoS e frodi tramite SIM hanno continuato a esercitare una forte pressione sugli operatori delle telecomunicazioni. Parallelamente, i dati di Kaspersky Security Network mostrano che l’adozione di nuove tecnologie ha introdotto ulteriori rischi di natura operativa.

Quattro grandi categorie di minacce

Il nuovo report del Kaspersky Security Bulletin analizza i principali sviluppi che hanno caratterizzato la sicurezza informatica nel settore delle telecomunicazioni nel 2025 e le minacce che con ogni probabilità, continueranno a manifestarsi anche nel 2026.

Nel 2025, gli operatori di telecomunicazioni hanno dovuto affrontare quattro grandi categorie di minacce. Oltre alle frodi tramite SIM, le intrusioni mirate (APT) hanno continuato a puntare all’ottenimento di un accesso furtivo agli ambienti degli operatori, finalizzato allo spionaggio a lungo termine e allo sfruttamento di posizioni privilegiate all’interno delle reti. Allo stesso tempo, le vulnerabilità della catena di approvvigionamento sono rimaste un importante punto di ingresso.

Potenziali canale di accesso alle reti degli operatori

Gli ecosistemi delle telecomunicazioni si basano infatti su numerosi fornitori, appaltatori e piattaforme strettamente integrate, rendendo le debolezze di software e servizi ampiamente utilizzati un potenziale canale di accesso alle reti degli operatori.
Inoltre, gli attacchi DDoS hanno continuato a rappresentare un problema concreto in termini di disponibilità dei servizi e capacità delle infrastrutture.

Parallelamente, il settore delle telecomunicazioni sta passando da una fase di rapido sviluppo tecnologico a una di implementazione su larga scala.
Secondo il report, questa transizione creerà nuove opportunità ma anche nuovi rischi operativi nel corso del 2026.

AI e aree a rischio interruzione

Kaspersky individua tre aree principali in cui le transizioni tecnologiche potrebbero causare interruzioni, soprattutto se implementate in modo non uniforme o senza controlli rigorosi.
La prima riguarda la gestione della rete assistita dall’AI, dove l’automazione può amplificare errori di configurazione o agire sulla base di dati fuorvianti.

La seconda è rappresentata dalla transizione verso la crittografia post-quantistica, in cui un’implementazione affrettata di approcci ibridi o post-quantistici potrebbe generare problemi di interoperabilità e prestazioni negli ambienti IT, di gestione e interconnessione.
La terza area riguarda l’integrazione tra reti 5G e satellitari (NTN), dove l’estensione della copertura dei servizi e le dipendenze dai partner introducono nuovi punti di integrazione e potenziali modalità di guasto.

Natale: un terzo degli italiani ha fatto un regalo a sé stesso

Emerge dalla ricerca realizzata da Big, Business intelligence group: per Natale 2025 sono stati oltre il 22% gli italiani che sono ricorsi “all’auto regalo”. Ovvero, hanno fatto un regalo a sé stessi.
E se lo hanno fatto soprattutto i giovani, non si è trattato di una forma di egoismo, ma di gratificazione. 

Ma quali sono stati gli auto-regali più gettonati? Al primo posto i prodotti tecnologici (26,1%), seguiti dall’abbigliamento (22,8%) e da un viaggio (17,9%). Il 2,5% dei giovani italiani si è regalato un animale domestico.

Vivono al Centro i più “generosi” d’Italia

Dai dati della ricerca emerge poi che quest’anno la maggior parte degli italiani ha effettuato almeno un regalo. I più ‘generosi’ sono stati quelli di età compresa tra 35-44 anni, che hanno toccato quota 93%, seguiti dagli under34 (91,3%), dalla fascia dei 45-54enni (90,6%) e dagli over54 (88,8%).

Se si considerano le zone d’Italia, in testa in questa classifica si è posizionato il Centro (92,7%), poi il Nord-Est (90,5%), il Nord-Ovest (89,8%) e infine Sud e Isole (89%).
La ricerca conferma però che un italiano su cinque tra coloro che vivono da soli è rimasto solo anche a Natale, e non ha fatto regali né a sé stesso né agli altri (18,8%).

Tra i più gettonati anche un animale domestico

In generale, se il primato dell’auto-regalo natalizio spetta alla fascia 25-34 anni (31,6%), compresi i single (19,8%), le fasce 34-45 e 45-54 si sono fermate tra il 22% e il 23%, perché hanno fatto almeno un regalo anche familiari, coniugi e colleghi.

Quanto agli auto-regali più gettonati, oltre a prodotti tecnologici, abbigliamento e viaggi, gli italiani si sono regalati anche accessori (15,9%), hobby e passioni (14,1%), prodotti per la cura di sé (10,1%), un’esperienza (4,9%), arredamento e decorazioni per la casa (4,2%), abbonamenti o servizi (2,6%), giochi e divertimenti (1,7%) e animali domestici (1,5%).
Per i giovani, prodotti hi-tech (26,3%) e un viaggio (25,3%), mentre il 22,2% si è auto regalato un nuovo capo d’abbigliamento, il 7,6% un prodotto per la cura di sé e il 2,5% un animale domestico.

C’è bisogno di autogratificazione

Per quanto riguarda le motivazioni che hanno spinto ad auto-regalarsi qualcosa per Natale, la prima risposta è ‘gratificarmi e concedermi qualcosa che desidero fare da tempo’(47%) soprattutto per gli over34. La seconda motivazione, ‘per vivere un momento di piacere e di benessere personale’ (14%), e la terza ‘per celebrare la mia indipendenza e libertà personale’ (8,9%), molto più gettonata dagli under34, tra i quali è stata selezionata da un intervistato su 5 (19,1%).

Più indietro, riporta Adnkronos, tra le motivazioni anche ‘alleviare lo stress accumulato nel corso degli ultimi mesi’(8,5%) e ‘compensare frustrazioni e tirarmi su di morale’ (5,2%), considerata un po’ più importante per i giovani da 25 a 34 anni (10,2%).

Consumer journey: come l’AI sta cambiando il modo di fare acquisti

Dall’informazione iniziale alla scelta finale, fino al momento dell’acquisto oggi i consumatori sono sempre più guidati dall’AI. Tanto che se il 20% degli italiani utilizza l’AI per informarsi durante una decisione d’acquisto e 1 su 5 la usa per orientarsi negli acquisti, quasi 1 su 10 la considera la prima fonte di informazione.

I dati della ricerca dal titolo “Ti informerAI. SceglierAI. ComprerAI: come l’Intelligenza Artificiale cambia il consumer journey”, realizzato da Eumetra in collaborazione con MediaWorld, raccontano la rapida trasformazione del modo in cui le persone scoprono brand e prodotti, valutano le alternative e decidono cosa acquistare.

Comparare prodotti, valutare prezzi

Per comprendere ‘quanto’ l’AI intervenga nel consumer journey, la ricerca ha simulato l’acquisto di due prodotti di diverse categorie merceologiche, uno smartphone e un condizionatore a parete.

Nel momento in cui ci si interessa di un prodotto noto e su cui il consumatore è competente (lo smartphone), le piattaforme AI sono usate per comparare requisiti tecnici dal 10% del campione. Mentre quando si valuta l’acquisto di un prodotto meno diffuso, e su cui i consumatori sono meno competenti (il condizionatore a parete), la percentuale sale al 14%.
Quando poi si comparano prezzi (e non feature tecniche) sono invece i motori di ricerca a essere utilizzati, nel 27% dei casi per lo smartphone e nel 29% per il condizionatore a parete.

Scelta del “luogo” d’acquisto e piattaforme più utilizzate

Nella fase finale del processo di acquisto, invece, il 16% dei consumatori consulta l’AI per decidere ‘dove’ acquistare lo smartphone e il 14% per decidere acquistare il condizionatore a parete.
In ogni caso, il mercato dell’AI è sempre più popolato ma dominato da pochi grandi player che guadagnano la fiducia dei consumatori.

In testa c’è ChatGPT , utilizzato dal 64% degli utenti, seguito da Gemini (47%), Microsoft Copilot (20%), Perplexity (7%), Grok (6%), Atlas OpenAI (6%), Claude (4%) e Llama (3%).
La scelta tra le piattaforme è anche generazionale. Tra i giovani (18-34 anni) l’utilizzo di ChatGPT è all’84%, nella fascia 35-54 anni al 52% e scende al 25% tra i 55-64enni.

Consumatori versus aziende: i primi la usano, le seconde ne dibattono

Per le aziende oggi non si tratta più solo di ‘essere presenti online’, ma di capire come diventare rilevanti in un ecosistema in cui l’AI è ormai un nuovo protagonista delle decisioni di consumo.
Dai dati del report emerge come il dibattito sull’AI da parte di aziende e professionisti non si traduca in altrettanta enfasi da parte dei consumatori.

I consumatori ‘usano’ l’AI, ma si interrogano molto meno su essa. Se il 12% se ne occupa professionalmente e il 23% ‘legge e si informa molto’, il restante 65% si divide tra chi intercetta frequentemente notizie sull’AI (33%), chi ne sente parlare raramente (29%) e chi non ne sa nulla (3%).

Imprese femminili: 1,3 milioni di storie raccontate dalle donne

In Italia le aziende guidate da donne sono 1 milione e 300mila (+0,4% rispetto al 2014), pari al 22,2% del totale delle imprese italiane. Il rapporto realizzato da Unioncamere con il supporto del Centro studi Tagliacarne e Sicamera ne mette in luce le caratteristiche.

In generale, le donne fanno le imprenditrici per scelta e non per ripiego, sono più istruite, preferiscono lavorare con altre donne e sono attente al benessere dei collaboratori. Ma di limiti le aziende rosa ne hanno tanti. Sono meno produttive, più piccole di dimensione, e utilizzano molto il capitale familiare per l’avvio, cosa che limita la propensione a investire e innovare.
Se però puntano sul capitale finanziario il loro livello di produttività cresce.

Più orientate alla qualità e alla valorizzazione delle risorse umane

Le donne rappresentano oltre la metà dei dipendenti all’interno delle imprese femminili. Sono infatti il 54% contro il 39% nelle imprese non femminili. Le imprenditrici poi presentano livelli di istruzione mediamente più alti rispetto ai colleghi uomini (25% delle imprenditrici laureate a fronte del 21% degli imprenditori) e nell’85% dei casi provengono da un percorso lavorativo precedente.

Inoltre, scelgono di mettersi in proprio come percorso di autorealizzazione (37% dei casi) e non come un’alternativa alla mancanza di lavoro dipendente (27%). Questa motivazione genera imprese più orientate alla qualità e alla valorizzazione delle risorse umane.

Meno propense a investire in modo strutturato

Considerando l’attenzione riservata ai collaboratori, il 28% delle imprese femminili adotta misure di conciliazione dei tempi di vita lavorativa e privata (contro il 22% delle non femminili), ma la presenza di una leadership laureata aumenta l’attenzione al welfare fino al 40%. 

L’universo femminile dell’impresa italiana, contraddistinto da dimensioni aziendali piuttosto piccole (il 96,2% ha meno di 10 addetti, sebbene le ‘taglie’ superiori stiano aumentando), sconta purtroppo un livello di produttività inferiore del 60% rispetto a quello delle imprese non femminili. 
Il 74% delle imprese femminili fa ricorso al capitale proprio o familiare per l’avvio d’impresa, fattore che, pur generando una maggiore stabilità iniziale, può frenare la propensione delle imprese a investire in modo strutturato.

Finanziamenti all’avvio e incentivi pubblici

Se però le capitane d’azienda decidono di far ricorso al credito bancario (37% dei casi come quelle non femminili), in 8 casi su 10 investono. 
Le imprenditrici, inoltre, sono molto propense a chiedere incentivi (27% già utilizzati, 19% ha intenzione di farlo), soprattutto aiuti regionali e credito d’imposta. Inoltre, le imprese femminili mostrano una buona propensione a investire in beni tangibili (macchinari, attrezzature ICT) e ammodernamento organizzativo. 

Le imprese femminili che utilizzano finanziamenti all’avvio e incentivi pubblici mostrano, rispetto alle altre, una maggiore produttività del lavoro (+33%), che sale ulteriormente (+40%) quando le aziende guidate da donne puntano anche sulla formazione del capitale umano. Queste imprese mostrano anche una probabilità di investire superiore del +10% rispetto alle altre imprese femminili, che diventa del +14% quando si impegnano anche sul fronte della formazione.

Lavoro: 1 milione di occupati in più, ma retribuzioni al palo e cresce la cassa integrazione 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA ad agosto 2025 gli occupati totali in Italia hanno raggiunto quota 24,1 milioni. Il vero record è stato però registrato a luglio, quando la platea di occupati ha raggiunto la soglia dei 24,2 milioni di unità.

Ma nel confronto con lo stesso periodo del 2024, nel primo semestre di quest’anno è salito di quasi il 22% anche il numero delle ore autorizzate di cassa integrazione, per un ammontare di 305,5 milioni totali di ore (+54,7 milioni).
Durante questi primi tre anni, fa notare la CGIA, il numero complessivo degli occupati è cresciuto di un milione di unità. Ma a questa nota positiva si contrappongono l’andamento della cassa integrazione e degli stipendi.

Crolla la Cig in deroga, si impenna la Cig straordinaria

Analizzando le singole tipologie di intervento, la Cig in deroga (Cigd4), sebbene sia già costituita da un monte ore molto contenuto, è crollata del 70%, mentre la Cig ordinaria (Cigo5) è cresciuta ‘solo’ del 7,3%. Ad allarmare è l’impennata del 46,4% per la Cig straordinaria (Cigs6), un incremento che segnala inequivocabilmente le difficoltà vissute in questo periodo da alcuni settori, in particolare, della manifattura.

Tra i settori che compongono il manifatturiero, le ore di Cigs più richieste hanno riguardato il comparto dell’auto, dove nel primo semestre di quest’anno il monte ore ha toccato 22milioni (+85,8% rispetto al I semestre 2024).

Auto, metallurgia, macchinari, calzature incidono per oltre il 55% di ore richieste

Seguono le imprese metallurgiche (lavorazione ferro, alluminio, rame…) che hanno chiesto poco più di 20 milioni di ore (+56,7%), la fabbricazione macchine e apparecchi meccanici (quasi 11,3 milioni di ore, +12,5%) e le calzature (11,1 milioni, +144,3%).

La Cigs riconducibile a questi quattro settori incide per oltre il 55% del totale autorizzato a tutto il comparto manifatturiero nazionale.
Insomma, con una produzione industriale che stenta a riprendersi e il deciso aumento del ricorso alla cassa integrazione, il quadro generale presenta più ombre che luci. 

Gli stipendi non crescono e non bastano più

Pertanto, gli stipendi degli italiani, che mediamente sono al di sotto della media europea, faticano a crescere adeguatamente. Inoltre, il tasso di occupazione femminile rimane tra i più bassi in UE, mentre i NEET presentano ancora dimensioni preoccupanti.

Se non vogliamo scivolare verso una crisi strisciante, che a seguito delle tensioni geopolitiche e della transizione digitale ed ecologica, ha già coinvolto la Germania e la Francia, dobbiamo spendere bene e presto i soldi del Pnrr.
Con la messa a terra entro il mese di giugno 2026 degli oltre 100 miliardi di euro del Pnrr ancora a disposizione, si può dare un contributo importante all’ammodernamento del Paese, evitando al contempo una nuova crisi. 

Passaporto Usa: esce dalla top ten di quelli più “potenti”

Per la prima volta in 20 anni il passaporto statunitense scende dalla classifica dell’Henley Passport Index dei 10 più “potenti” al mondo.
Dal primo posto nel 2014 al 12° nel 2025 questo calo di potere “segnala un cambiamento fondamentale nella mobilità globale e nelle dinamiche di soft power – commenta Christian Kaelin, presidente di Henley & Partners e creatore dell’Index -. Le nazioni che abbracciano l’apertura e la cooperazione stanno facendo passi da gigante, mentre quelle che si aggrappano ai privilegi del passato vengono lasciate indietro”.

La classifica vede al primo posto Singapore, il cui passaporto dà accesso a 193 Paesi senza necessità di visto, seguito da Corea del sud (190) e Giappone (189).
Quanto all’Italia (accesso a 188 Paesi), compare al quarto posto ex aequo con altri Paesi.

C’entra l’amministrazione Trump?

Gli Stati Uniti, scesi al 10° posto a luglio 2025 dopo essere crollati al 7° lo scorso anno, ora si piazzano a pari merito con la Malesia, con accesso senza visto a 180 destinazioni.

Questo calo si verifica nel contesto di una stretta sull’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che vede il Dipartimento di Stato annunciare l’avvio di una revisione della documentazione di oltre 55 milioni di titolari di visti statunitensi per potenziali violazioni.
Il rapporto di Henley cita infatti la politica dell’amministrazione Usa come uno dei fattori che hanno contribuito al crollo nella classifica, riporta Ansa.

Un decennio di crescente restrizione dei visti

Durante la presidenza Trump sono state imposte sospensioni a viaggiatori di 12 Paesi e restrizioni a molte altre nazionalità.
Gli Stati Uniti si collocano anche al 77° posto nell’Henley Openness Index, che misura la disponibilità dei Paesi ad accogliere visitatori senza visto. Washington infatti consente l’ingresso libero solo a 46 Paesi.

Quanto all’Europa, sono più di 25 i Paesi europei che restano tra le prime 10 posizioni. Il Regno Unito invece è passato dal 6° all’8° posto, segnando un minimo storico.
Ma è la Cina che ha registrato la crescita maggiore, passando dal 94° posto nel 2015 al 64° nel 2025, grazie all’accesso senza visto a 37 destinazioni in più.

“La doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”

Il calo del potere del passaporto statunitense alimenta una crescita record nelle richieste di programmi di residenza e cittadinanza per investimento.
Nel 2025, gli americani sono diventati il gruppo più numeroso di richiedenti, con un aumento del 67% rispetto al 2024.

“La cittadinanza multipla sta diventando una realtà sempre più diffusa negli Stati Uniti – spiega Peter J. Spiro, professore alla Temple University Beasley School of Law, come riporta Euronews. -. Come ha scritto un utente sui social, la doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”.

Gender gap: in Italia il problema non è abbastanza percepito

Per il divario di genere l’Italia si conferma distante dall’Europa. Ma il problema non è percepito. Il 58% delle italiane e il 43,6% degli italiani ritengono che le donne siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni. Nella media europea questa percezione si attesta al 64,1% della popolazione femminile e al 50% di quella maschile.

Rispetto all’ effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, l’Eurostat misura che il 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene tali gap solo un fenomeno limitato e sporadico.
Lo attesta l’undicesimo round della European Social Survey, l’indagine statistica dell’Inapp condotta in 24 Paesi europei, non solo membri della UE.

La consapevolezza cresce all’aumentare del livello di istruzione

II Rapporto realizzato dall’Inapp approfondisce, in una prospettiva comparata europea, i temi della partecipazione al mercato del lavoro, l’uso del tempo, le determinanti del benessere, della soddisfazione, della fiducia e le prospettive valoriali utilizzando la dimensione di genere come chiave di lettura trasversale.

Il Rapporto evidenzia la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. Meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under30 e anziani. Percezione e consapevolezza crescono all’aumentare del livello di istruzione, e sono più elevate nelle regioni del Nord.

Differenze retributive

Circa le differenze retributive, oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini europei ritiene molto positivo che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro.

In Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50% degli uomini. In paesi come l’Islanda, la Svezia o la Spagna, questo principio raccoglie il consenso di oltre l’80% delle donne e di oltre il 70% degli uomini.

Cura dei familiari: per le donne cresce con l’età

Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione dai 15 anni in su. Le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati.
Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini e anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra 60 e 74 anni), dove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%.

Tale percentuale si amplia quando l’onere della cura supera le 10 ore settimanali e arriva al 42% circa, contro la media europea del 28% circa. 
In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”. In Italia lo è il 38,2 % degli uomini e il 34,5% delle donne. L’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età.

Surgelati, sempre più protagonisti delle tavole europee

Praticità, risparmio di tempo, sostenibilità rendono i surgelati sempre più presenti nelle abitudini alimentari delle famiglie europee.
I prodotti frozen si affermano infatti come la soluzione ideale per garantire un’alimentazione varia e nutriente durante tutto l’anno, ma rispondono efficacemente anche a gusti e necessità alimentari in evoluzione.

A conferma del ruolo sempre più centrale del frozen food per una dieta più varia ed equilibrata, il 42% dei consumatori europei inserisce nei propri pasti prodotti surgelati da due a quattro volte alla settimana.
È quanto emerge da Frozen in Focus, il report di Findus sulle scelte di consumo di Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Svezia.

Cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno

L’Italia, insieme alla Germania, si posiziona sopra la media europea, con il 44% dei consumatori che utilizza prodotti alimentari surgelati fino a 4 volte a settimana, seguita da Regno Unito (41%), Svezia (29%), Francia (28%).

Significativa è anche la crescente consapevolezza sul valore del frozen nell’inserire prodotti stagionali nella dieta. Quasi 4 consumatori europei su 10 (39%) apprezzano come i surgelati permettano di cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno, contribuendo così a migliorare la qualità e la varietà della propria alimentazione.

La praticità si conferma uno dei driver principali

Ma se oltre 6 consumatori europei su 10 (63%, 58% Italia) sanno che i surgelati hanno un valore nutrizionale equivalente a quello dei prodotti freschi, solo il 21% è consapevole che in alcuni casi possono anche superarli.

Più della metà dei consumatori europei (51%) però li sceglie per il risparmio di tempo. Tendenza particolarmente marcata in Italia, dove il 52% riconosce nei prodotti frozen un alleato prezioso nella gestione più efficiente dei pasti.
Perfetti per chi cerca soluzioni per semplificare la quotidianità, i surgelati offrono anche vantaggi sul fronte economico. Il 36% degli europei li sceglie infatti perché permettono di risparmiare denaro (Italia 26%).

Freezer e friggitrice ad aria, due alleati irrinunciabili

Per il 45% degli europei acquistare surgelati consente anche di ridurre il numero di visite al supermercato o risparmiare fino a un’ora nella preparazione dei pasti (28%, Italia 31%). Tra le motivazioni più forti c’è anche la volontà di ridurre gli sprechi alimentari (47%).
E se anche in Italia il 35% dei consumatori desidera un freezer più capiente, lo spazio in freezer influenza il modo di fare la spesa (57% italiani, 51% europei).

Accanto al freezer, l’arrivo in cucina di nuovi strumenti come friggitrici ad aria, robot da cucina e altri elettrodomestici smart sta cambiando il modo di preparare i pasti surgelati. In particolare, la friggitrice a aria si sta affermando come il partner ideale del freezer. Oltre la metà (59%) degli over55 nel Regno Unito ne possiede una, seguiti dal 45% in Germania e dal 42,5% in Italia.

AI agentica: fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028

Si tratta di un potenziale enorme, ma ancora lontano dall’esprimersi nella realtà. Secondo il nuovo report del Capgemini Research Institute (“Rise of agentic AI: How trust is the key to human-AI collaboration”), l’intelligenza artificiale agentica potrebbe generare fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028.

Un numero impressionante, che però contrasta con i dati reali: soltanto il 2% delle organizzazioni ha raggiunto oggi una diffusione su larga scala. Il motivo principale è la mancanza di fiducia. Nonostante l’entusiasmo, cresce la consapevolezza che l’AI non può funzionare al meglio senza il contributo umano.

Il ruolo della supervisione umana

Il report mette in evidenza un dato interessante: quasi tre dirigenti su quattro considerano la supervisione delle persone un valore aggiunto, capace di superare i costi che comporta. Il 90% dei leader intervistati ritiene che il coinvolgimento umano nei processi guidati dall’AI sia positivo o almeno neutrale.

La chiave, dunque, è trovare un equilibrio: non un’autonomia totale, ma una collaborazione stretta tra macchine e persone.

Fiducia in calo, serve trasparenza 

Negli ultimi dodici mesi, la fiducia negli agenti AI completamente autonomi è scesa dal 43% al 27%. Sempre più manager ritengono che i rischi possano superare i benefici, e solo il 40% si dichiara pronto a delegare compiti complessi a sistemi autonomi.

Chi ha già avviato progetti pilota, però, mostra maggiore fiducia (47%), segno che la conoscenza diretta favorisce un approccio più sereno. Per recuperare terreno, molte aziende stanno puntando sulla trasparenza e sulla chiarezza dei criteri decisionali alla base dell’AI, oltre che su garanzie etiche.

Team ibridi per il futuro del lavoro

Oltre il 60% delle organizzazioni prevede di costituire, entro l’anno, squadre miste in cui persone e agenti AI collaborano fianco a fianco. In questo modello, l’AI non è soltanto un supporto tecnico ma diventa un vero “compagno di lavoro”, capace di potenziare la creatività e alleggerire i compiti più ripetitivi.
Capgemini stima che una collaborazione equilibrata possa incrementare del 65% il tempo dedicato ad attività a più alto valore, con benefici anche in termini di motivazione dei dipendenti.

Preparazione ancora insufficiente

Nonostante le ambizioni, l’80% delle aziende non ha ancora infrastrutture adeguate per sostenere l’AI agentica. I dati non sempre sono pronti, e le preoccupazioni etiche – dalla privacy ai bias – rimangono irrisolte. Molte imprese, di fatto, si muovono ancora a livello sperimentale.

Oltre l’hype, verso un’adozione matura

Il messaggio del report è chiaro: non basta la tecnologia. Per trasformare il potenziale in realtà servono strategie, modelli di business ripensati e una cultura aziendale che valorizzi sia la potenza dell’AI sia il giudizio umano. Solo così gli agenti AI potranno davvero contribuire a costruire valore economico e sociale.