Categoria: Curiosità

Passaporto Usa: esce dalla top ten di quelli più “potenti”

Per la prima volta in 20 anni il passaporto statunitense scende dalla classifica dell’Henley Passport Index dei 10 più “potenti” al mondo.
Dal primo posto nel 2014 al 12° nel 2025 questo calo di potere “segnala un cambiamento fondamentale nella mobilità globale e nelle dinamiche di soft power – commenta Christian Kaelin, presidente di Henley & Partners e creatore dell’Index -. Le nazioni che abbracciano l’apertura e la cooperazione stanno facendo passi da gigante, mentre quelle che si aggrappano ai privilegi del passato vengono lasciate indietro”.

La classifica vede al primo posto Singapore, il cui passaporto dà accesso a 193 Paesi senza necessità di visto, seguito da Corea del sud (190) e Giappone (189).
Quanto all’Italia (accesso a 188 Paesi), compare al quarto posto ex aequo con altri Paesi.

C’entra l’amministrazione Trump?

Gli Stati Uniti, scesi al 10° posto a luglio 2025 dopo essere crollati al 7° lo scorso anno, ora si piazzano a pari merito con la Malesia, con accesso senza visto a 180 destinazioni.

Questo calo si verifica nel contesto di una stretta sull’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che vede il Dipartimento di Stato annunciare l’avvio di una revisione della documentazione di oltre 55 milioni di titolari di visti statunitensi per potenziali violazioni.
Il rapporto di Henley cita infatti la politica dell’amministrazione Usa come uno dei fattori che hanno contribuito al crollo nella classifica, riporta Ansa.

Un decennio di crescente restrizione dei visti

Durante la presidenza Trump sono state imposte sospensioni a viaggiatori di 12 Paesi e restrizioni a molte altre nazionalità.
Gli Stati Uniti si collocano anche al 77° posto nell’Henley Openness Index, che misura la disponibilità dei Paesi ad accogliere visitatori senza visto. Washington infatti consente l’ingresso libero solo a 46 Paesi.

Quanto all’Europa, sono più di 25 i Paesi europei che restano tra le prime 10 posizioni. Il Regno Unito invece è passato dal 6° all’8° posto, segnando un minimo storico.
Ma è la Cina che ha registrato la crescita maggiore, passando dal 94° posto nel 2015 al 64° nel 2025, grazie all’accesso senza visto a 37 destinazioni in più.

“La doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”

Il calo del potere del passaporto statunitense alimenta una crescita record nelle richieste di programmi di residenza e cittadinanza per investimento.
Nel 2025, gli americani sono diventati il gruppo più numeroso di richiedenti, con un aumento del 67% rispetto al 2024.

“La cittadinanza multipla sta diventando una realtà sempre più diffusa negli Stati Uniti – spiega Peter J. Spiro, professore alla Temple University Beasley School of Law, come riporta Euronews. -. Come ha scritto un utente sui social, la doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”.

Gender gap: in Italia il problema non è abbastanza percepito

Per il divario di genere l’Italia si conferma distante dall’Europa. Ma il problema non è percepito. Il 58% delle italiane e il 43,6% degli italiani ritengono che le donne siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni. Nella media europea questa percezione si attesta al 64,1% della popolazione femminile e al 50% di quella maschile.

Rispetto all’ effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, l’Eurostat misura che il 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene tali gap solo un fenomeno limitato e sporadico.
Lo attesta l’undicesimo round della European Social Survey, l’indagine statistica dell’Inapp condotta in 24 Paesi europei, non solo membri della UE.

La consapevolezza cresce all’aumentare del livello di istruzione

II Rapporto realizzato dall’Inapp approfondisce, in una prospettiva comparata europea, i temi della partecipazione al mercato del lavoro, l’uso del tempo, le determinanti del benessere, della soddisfazione, della fiducia e le prospettive valoriali utilizzando la dimensione di genere come chiave di lettura trasversale.

Il Rapporto evidenzia la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. Meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under30 e anziani. Percezione e consapevolezza crescono all’aumentare del livello di istruzione, e sono più elevate nelle regioni del Nord.

Differenze retributive

Circa le differenze retributive, oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini europei ritiene molto positivo che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro.

In Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50% degli uomini. In paesi come l’Islanda, la Svezia o la Spagna, questo principio raccoglie il consenso di oltre l’80% delle donne e di oltre il 70% degli uomini.

Cura dei familiari: per le donne cresce con l’età

Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione dai 15 anni in su. Le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati.
Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini e anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra 60 e 74 anni), dove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%.

Tale percentuale si amplia quando l’onere della cura supera le 10 ore settimanali e arriva al 42% circa, contro la media europea del 28% circa. 
In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”. In Italia lo è il 38,2 % degli uomini e il 34,5% delle donne. L’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età.

Surgelati, sempre più protagonisti delle tavole europee

Praticità, risparmio di tempo, sostenibilità rendono i surgelati sempre più presenti nelle abitudini alimentari delle famiglie europee.
I prodotti frozen si affermano infatti come la soluzione ideale per garantire un’alimentazione varia e nutriente durante tutto l’anno, ma rispondono efficacemente anche a gusti e necessità alimentari in evoluzione.

A conferma del ruolo sempre più centrale del frozen food per una dieta più varia ed equilibrata, il 42% dei consumatori europei inserisce nei propri pasti prodotti surgelati da due a quattro volte alla settimana.
È quanto emerge da Frozen in Focus, il report di Findus sulle scelte di consumo di Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Svezia.

Cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno

L’Italia, insieme alla Germania, si posiziona sopra la media europea, con il 44% dei consumatori che utilizza prodotti alimentari surgelati fino a 4 volte a settimana, seguita da Regno Unito (41%), Svezia (29%), Francia (28%).

Significativa è anche la crescente consapevolezza sul valore del frozen nell’inserire prodotti stagionali nella dieta. Quasi 4 consumatori europei su 10 (39%) apprezzano come i surgelati permettano di cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno, contribuendo così a migliorare la qualità e la varietà della propria alimentazione.

La praticità si conferma uno dei driver principali

Ma se oltre 6 consumatori europei su 10 (63%, 58% Italia) sanno che i surgelati hanno un valore nutrizionale equivalente a quello dei prodotti freschi, solo il 21% è consapevole che in alcuni casi possono anche superarli.

Più della metà dei consumatori europei (51%) però li sceglie per il risparmio di tempo. Tendenza particolarmente marcata in Italia, dove il 52% riconosce nei prodotti frozen un alleato prezioso nella gestione più efficiente dei pasti.
Perfetti per chi cerca soluzioni per semplificare la quotidianità, i surgelati offrono anche vantaggi sul fronte economico. Il 36% degli europei li sceglie infatti perché permettono di risparmiare denaro (Italia 26%).

Freezer e friggitrice ad aria, due alleati irrinunciabili

Per il 45% degli europei acquistare surgelati consente anche di ridurre il numero di visite al supermercato o risparmiare fino a un’ora nella preparazione dei pasti (28%, Italia 31%). Tra le motivazioni più forti c’è anche la volontà di ridurre gli sprechi alimentari (47%).
E se anche in Italia il 35% dei consumatori desidera un freezer più capiente, lo spazio in freezer influenza il modo di fare la spesa (57% italiani, 51% europei).

Accanto al freezer, l’arrivo in cucina di nuovi strumenti come friggitrici ad aria, robot da cucina e altri elettrodomestici smart sta cambiando il modo di preparare i pasti surgelati. In particolare, la friggitrice a aria si sta affermando come il partner ideale del freezer. Oltre la metà (59%) degli over55 nel Regno Unito ne possiede una, seguiti dal 45% in Germania e dal 42,5% in Italia.

AI agentica: fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028

Si tratta di un potenziale enorme, ma ancora lontano dall’esprimersi nella realtà. Secondo il nuovo report del Capgemini Research Institute (“Rise of agentic AI: How trust is the key to human-AI collaboration”), l’intelligenza artificiale agentica potrebbe generare fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028.

Un numero impressionante, che però contrasta con i dati reali: soltanto il 2% delle organizzazioni ha raggiunto oggi una diffusione su larga scala. Il motivo principale è la mancanza di fiducia. Nonostante l’entusiasmo, cresce la consapevolezza che l’AI non può funzionare al meglio senza il contributo umano.

Il ruolo della supervisione umana

Il report mette in evidenza un dato interessante: quasi tre dirigenti su quattro considerano la supervisione delle persone un valore aggiunto, capace di superare i costi che comporta. Il 90% dei leader intervistati ritiene che il coinvolgimento umano nei processi guidati dall’AI sia positivo o almeno neutrale.

La chiave, dunque, è trovare un equilibrio: non un’autonomia totale, ma una collaborazione stretta tra macchine e persone.

Fiducia in calo, serve trasparenza 

Negli ultimi dodici mesi, la fiducia negli agenti AI completamente autonomi è scesa dal 43% al 27%. Sempre più manager ritengono che i rischi possano superare i benefici, e solo il 40% si dichiara pronto a delegare compiti complessi a sistemi autonomi.

Chi ha già avviato progetti pilota, però, mostra maggiore fiducia (47%), segno che la conoscenza diretta favorisce un approccio più sereno. Per recuperare terreno, molte aziende stanno puntando sulla trasparenza e sulla chiarezza dei criteri decisionali alla base dell’AI, oltre che su garanzie etiche.

Team ibridi per il futuro del lavoro

Oltre il 60% delle organizzazioni prevede di costituire, entro l’anno, squadre miste in cui persone e agenti AI collaborano fianco a fianco. In questo modello, l’AI non è soltanto un supporto tecnico ma diventa un vero “compagno di lavoro”, capace di potenziare la creatività e alleggerire i compiti più ripetitivi.
Capgemini stima che una collaborazione equilibrata possa incrementare del 65% il tempo dedicato ad attività a più alto valore, con benefici anche in termini di motivazione dei dipendenti.

Preparazione ancora insufficiente

Nonostante le ambizioni, l’80% delle aziende non ha ancora infrastrutture adeguate per sostenere l’AI agentica. I dati non sempre sono pronti, e le preoccupazioni etiche – dalla privacy ai bias – rimangono irrisolte. Molte imprese, di fatto, si muovono ancora a livello sperimentale.

Oltre l’hype, verso un’adozione matura

Il messaggio del report è chiaro: non basta la tecnologia. Per trasformare il potenziale in realtà servono strategie, modelli di business ripensati e una cultura aziendale che valorizzi sia la potenza dell’AI sia il giudizio umano. Solo così gli agenti AI potranno davvero contribuire a costruire valore economico e sociale.

Giovani e nuovi trend nella socialità: meno schermi, più incontri “dal vivo”

Tra connessioni digitali e notifiche, qualcosa sta cambiando nel modo in cui i giovani vivono le relazioni. La Generazione Z e i Millennials, pur cresciuti nell’era dei social network, stanno invertendo la rotta: oggi mostrano una chiara preferenza per l’interazione in presenza.

È quanto emerge da una ricerca di AstraRicerche per Heineken Italia, realizzata all’interno della campagna “Together”, dedicata al valore della convivialità.

La socializzazione è anche un luogo fisico

Oltre il 75% dei giovani intervistati dichiara di preferire le relazioni dal vivo rispetto a quelle virtuali. I luoghi prediletti sono quelli più familiari: bar, ristoranti, locali notturni, cinema, parchi e palestre, indicati dal 57,5% del campione. Seguono l’ambiente lavorativo (31,3%) e l’università (14,8%), spazi quotidiani dove è più facile incontrarsi senza filtri digitali.

Anche nel contatto virtuale emergono segnali di cambiamento: le app di messaggistica e i gruppi chat (43,8%) superano i social media (32,9%) come strumenti preferiti per comunicare. E quasi la metà degli intervistati (48,3%) considera l’impatto dei social negativo per la qualità delle relazioni.

Convivialità e birra: un binomio che piace

In questo scenario, riferisce AnsaCom, la birra mantiene un ruolo centrale come simbolo di aggregazione. Secondo l’indagine, quasi l’80% dei giovani tra i 18 e i 35 anni la associa ai momenti trascorsi con gli amici. Le ragioni? Il gusto, indicato dal 52,1%, la familiarità con il prodotto (35,1%) e la sua versatilità nei contesti informali e conviviali.

“La socialità ha cambiato forma, ma non ha perso valore,” spiega Alfredo Pratolongo, Corporate Affairs Director di Heineken Italia. “Anzi, Gen Z e Millennials mostrano un desiderio crescente di esperienze autentiche, fuori dalla logica digitale.”

“Un pretesto per incontrarsi”

“La birra – aggiunge Michela Filippi, Marketing Director di Heineken Italia – è ormai parte integrante del modo in cui gli italiani vivono il tempo insieme. Non è solo una bevanda, ma un pretesto per incontrarsi, condividere, creare momenti che lasciano il segno.”

Estate: per le donne il “break” è una leggenda

Per molte donne la bella stagione porta più scadenze che sollievo. Le scuole sono chiuse ma il lavoro corre lo stesso, e chi regge tutto è sempre lei.
I mesi estivi dovrebbero essere un tempo di pausa, ma per le donne si trasformano in una versione più sudata della solita routine.

“Luglio invita a fermarci, ma spesso lo fa solo a parole. E se non cambiamo sguardo rischiamo di vivere la vacanza come un’ennesima prestazione da gestire – spiega Alessandra Bitelli, coach e pedagogista -. Siamo cresciute con l’idea che saper fare tutto insieme fosse un punto di forza ma più che multitasking siamo diventate specialiste nel resistere”.
Qual è la soluzione? Secondo Alessandra Bitelli è quella di sostituire l’urgenza con la priorità.

Quando la vacanza diventa un trasloco di impegni

Anche sotto l’ombrellone si può rispondere a mail, ascoltare lamentele, pianificare logistica. Il corpo è in spiaggia, ma la mente è altrove: casa, figli, lavoro, imprevisti. Quando manca una vera cesura, la vacanza diventa solo un trasloco di impegni, con lo zaino mentale sempre pieno.

“Una vera vacanza non si misura in chilometri percorsi – prosegue Bitelli – ma in pensieri che smetti di rincorrere. Se non ci concediamo uno spazio mentale senza doveri, cambiamo paesaggio ma restiamo prigioniere. Il luogo è solo il contenitore. La libertà vera comincia da dentro”.

“Non siamo al servizio dell’efficienza”

Per anni ci hanno detto che fare tutto insieme era performante, vincente. Poi abbiamo scoperto che era solo estenuante. Fare una cosa alla volta non è inefficienza, è lucidità. Secondo una ricerca il 64% delle donne tra 35 e 49 anni afferma di sentirsi più stanca in estate rispetto ai mesi lavorativi, a causa della gestione continua dei figli e dell’organizzazione domestica anche in vacanza.

“Il vero antidoto al multitasking non è la lista delle priorità, è il coraggio di lasciare indietro qualcosa. Fermarsi davvero significa riconoscere che non siamo al servizio dell’efficienza, ma della nostra energia. Il primo passo? Scegliere ogni giorno una cosa da non fare. “Perché a volte il vero potere sta nel sottrarre”, aggiunge Bitelli.

Imparare a dire stop!

Piccoli segnali quotidiani, a volte trascurabili che rivelano un carico mentale più grande di quanto sembri. Sono i 5 stop da rispettare.

Il primo è quello di non fare il programma per tutti. Il tempo libero non ha bisogno di un’agenda. Lasciare dunque spazio all’improvvisazione.
Non dire ‘faccio io’ anche quando non serve: a volte si dice per anticipare la fatica di spiegare. Ma spiegare è educare. Lasciare quindi che anche gli altri imparino.
Non controllare le mail di lavoro con il costume bagnato: rispettare le pause, e se non è possibile almeno non fingere di essere in vacanza. 
Impara a dire di no senza aggiungere giustificazioni: se non ce la fai, non ce la fai.
Non pensare che un momento per te sia tempo rubato: non è così. Se non ti ricarichi, ti svuoti. E poi non resti per nessuno, nemmeno per te.

Basta con le relazioni mordi e fuggi: arriva il primo slow social

A sfidare il paradigma dominante della velocità e dell’immediatezza è una rinnovata esigenza di autenticità nelle relazioni.
Da questa necessità nasce un social network innovativo che propone un approccio completamente diverso alla socialità online. Si chiama Intrigue e si posiziona come pioniere del movimento ‘slow social’, una filosofia che privilegia la qualità delle interazioni rispetto alla quantità.

“Si tratta di un’applicazione che vuole realizzare un sogno, quello di riportare in primo piano i valori relazionali e individuali tra le persone, ridando loro centralità e responsabilità – spiega Walter Mazzucchelli, ideatore della piattaforma -. Stiamo parlando di slow social, slow time, slow life”.
Insomma, basta con le relazioni mordi e fuggi. Servono soluzioni che diano ai giovani, e non solo, soluzioni diverse.

“Questo è il momento giusto per cambiare”

Per poter offrire soluzioni diverse occorre lavorare con un linguaggio ‘riconoscibile’. Il meccanismo di funzionamento di Intrigue è rivoluzionario e alla portata di tutti,
“Il gioco è semplice, chi invia un messaggio deve accoppiare un’immagine a una parola. L’immagine viene scomposta in un puzzle che il destinatario deve risolvere per accedere al messaggio di testo. Si crea così un dialogo tra le parti comprensibile solo ai due interlocutori”, chiarisce Mazzucchelli.

La piattaforma si distingue dall’approccio dominante nel settore. “Sappiamo bene di essere in controtendenza, tutti vanno fast, velocissimi. Noi siamo totalmente l’opposto – aggiunge Mazzucchelli -. Però abbiamo percepito che questo è il momento giusto per cambiare, per rivoluzionare, per riprendere i valori interpersonali”.

Il criterio della velocità non è più premiante

Oltre alla sua funzione sociale, Intrigue incorpora anche un elemento educativo. Ogni giorno, la piattaforma invia agli utenti una ‘pillola’ di cultura sotto forma di puzzle, stimolando l’apprendimento attraverso il gioco e la scoperta. Questa caratteristica sottolinea l’impegno della piattaforma verso un utilizzo più consapevole e arricchente della tecnologia. Il potenziale di mercato appare significativo.

Con una proiezione di 5,42 miliardi di utenti totali di social media a livello mondiale entro il 2025 c’è ampio spazio per realtà che offrono alternative al modello in voga.
Alcuni studi confermano che entro pochi anni più del 50% dei social verrà ridotto in modo drastico, perché il criterio della velocità non è più premiante.

Riportare al centro dell’esperienza digitale riflessione, pazienza, profondità

L’approccio di Intrigue non è tanto una critica ai social media esistenti quanto una proposta per un loro utilizzo più consapevole.
“Non combattiamo i social, ma vorremmo solo usarli in un modo un po’ più appropriato”, precisa Mazzucchelli.
La piattaforma punta a riportare al centro dell’esperienza digitale valori come la riflessione, la pazienza e la profondità delle relazioni.

Intrigue rappresenta quindi non solo un nuovo social network, riferisce Askanews, ma un ripensamento del concetto stesso di socialità digitale.
In un mondo sempre più veloce e frammentato, la sua proposta di rallentare e approfondire potrebbe rispondere a un bisogno crescente di connessioni più autentiche e significative.

Alimentazione: cultura e costi cambiano le abitudini globali


Nell’ultimo anno, una parte significativa della popolazione mondiale ha modificato attivamente le proprie abitudini alimentari. Quasi la metà (45%) ha ridotto il consumo di fast food, il 37% di alimenti confezionati e il 40% l’assunzione di dolci.
Allo stesso tempo, l’aumento del costo della vita spinge i consumatori a rivalutare le proprie abitudini alimentari, riducendo gli elementi non essenziali come fast food e snack industriali.
Un cambiamento che a livello mondiale favorisce modelli di consumo più consapevoli e attenti al costo.

Insomma, la tendenza è chiara: le restrizioni economiche sono strettamente legate ai cambiamenti nei consumi alimentari.
Emerge dalla nuova Worldviews Survey di WIN, Worldwide Independent Network of Market Research.

Vitamine: cresce l’uso ma persistono ampie differenze regionali

Dal 2018, si registra un notevole aumento globale delle persone che assumono regolarmente vitamine, passate dal 25% al 34%.
Questo comportamento è più comune tra le donne (38%), gli anziani (39% vs 27% 18–24enni) e chi ha un livello di istruzione più alto (46% vs 27% chi non ha istruzione formale). 

Tuttavia, questa tendenza positiva nasconde marcate differenze regionali e nazionali. Gli Stati Uniti sono in cima alla classifica, con il 57% degli intervistati che assume regolarmente vitamine, seguiti da Finlandia (56%) e Canada (52%). 
All’estremo opposto, la Costa d’Avorio registra la percentuale più bassa (11%), seguita da Argentina (16%), Perù e Cile (entrambi 17%) e Thailandia (19%). 

Giappone: un caso di fiducia e soddisfazione

Il Giappone si distingue per la notevole stabilità alimentare. La maggior parte degli intervistati non segnala cambiamenti significativi nella propria dieta nell’ultimo anno. Una coerenza attribuibile alla cultura alimentare giapponese, da sempre orientata a pasti bilanciati e nutrienti. Inoltre, i cibi confezionati e pronti in Giappone sono associati a standard elevati di freschezza, qualità e presentazione.

Le preferenze culturali per la routine, l’elevata fiducia nelle normative sulla sicurezza alimentare e la presenza di una popolazione anziana che tende a mantenere abitudini consolidate contribuiscono alla stabilità delle abitudini alimentari in Giappone. Il Paese registra infatti il minor numero di cambiamenti nelle abitudini alimentari in quasi tutte le categorie analizzate, tra cui dolci, fast food, prodotti biologici e alimenti confezionati.

In Italia meno fast food più cibi bio

Sebbene si registrino aumenti nel consumo di alcuni alimenti meno salutari tra i giovani (fast food, dolci), prevalgono tendenze di riduzione per carne, sale e piatti pronti, e un leggero aumento di alimenti biologici e a basso contenuto di zuccheri e grassi.

La maggior parte degli italiani dichiara una buona salute percepita e mostra una crescente attenzione verso le proprie abitudini alimentari.
Il 16,3% definisce il proprio stato di salute ‘molto buono’, mentre il 63,1% ‘buono’, per un totale di risposte positive pari al 79,4%. Solo il 4,2% ritiene di avere una salute ‘non buona’.
Nella fascia 18-24 anni l’85,2% si considera in buono stato di salute.

Cybersicurezza: gli attacchi hanno causato danni milionari alle industrie europee

Le imprese industriali dell’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) stanno affrontando un’emergenza silenziosa ma estremamente costosa: la sicurezza informatica. Secondo uno studio congiunto realizzato da Kaspersky e VDC Research, molte aziende del comparto manifatturiero e dei servizi essenziali hanno subito danni economici ingenti in seguito a cyberattacchi.

In oltre la metà dei casi, le perdite ammontano ad almeno un milione di dollari, mentre quasi un’organizzazione su dieci segnala cifre ben superiori ai 5 milioni.

Aumentano i rischi per energia e trasporti

Il rapporto, intitolato “Securing OT with Purpose-built Solutions”, esplora la vulnerabilità delle tecnologie operative (OT), fondamentali per la gestione degli impianti industriali. L’indagine ha coinvolto oltre 250 figure chiave in settori come energia, trasporti, utility e produzione.

Il quadro che ne è emerge non è roseo: molte aziende faticano ad arginare le minacce informatiche, spesso perché le strutture OT non sono sufficientemente protette.

L’impatto si estende a tutti i settori dell’azienda

I danni non si limitano agli aspetti tecnici. Le aziende colpite devono sostenere spese elevate per gestire gli incidenti, sia attraverso team interni che tramite consulenze esterne. A ciò si aggiungono la perdita di ricavi, i costi per la sostituzione delle apparecchiature compromesse, eventuali riscatti pagati agli hacker e lo scarto di materiali in lavorazione.

L’effetto è sistemico, con ripercussioni su produzione, logistica, vendite e rapporti con i clienti.

Il blocco della produzione è il problema principale 

Uno dei problemi principali emersi è legato alle interruzioni non previste delle attività produttive. Secondo il report, quasi il 60% degli intervistati ha segnalato fermi macchina compresi tra le quattro e le ventiquattro ore.

Queste pause forzate causano perdite economiche, rallentano i processi aziendali e compromettono la fiducia di clienti e partner. L’imprevedibilità e la durata di questi blocchi li rendono tra gli aspetti più dannosi degli attacchi informatici.

La sicurezza digitale è una priorità strategica

Andrey Strelkov, responsabile della divisione industriale di Kaspersky, sottolinea come rafforzare la cybersicurezza sia essenziale per difendere profitti e stabilità operativa. Secondo l’esperto, non investire in sicurezza significa esporsi a rischi che possono compromettere l’intero business.

In un contesto industriale sempre più digitalizzato, ignorare il pericolo informatico equivale a minare la competitività stessa delle imprese e addirittura la loro sopravvivenza sul mercato.

Telemarketing in Italia: tra fastidio, sospetti e qualche opportunità

Ricevere telefonate non richieste da call center è diventato un fenomeno quasi quotidiano per milioni di italiani. A volte si tratta di proposte legittime, altre volte di offerte poco trasparenti o, peggio, di tentativi di truffa.

A fare il punto su come gli italiani vivono questo bombardamento telefonico è un’indagine pubblicata da Radar di SWG, che monitora costantemente comportamenti, abitudini e percezioni della popolazione.

Un fenomeno poco gradito

Le chiamate promozionali raggiungono praticamente tutti. Secondo i dati raccolti, il 63% delle persone prova fastidio alla ricezione di queste telefonate, mentre un altro 24% le affronta con indifferenza.

Solo una piccola minoranza – il 9% – si dichiara irritata, e appena il 4% mostra una qualche forma di apertura, tra interesse e divertimento.

Rispondere o rifiutare: gli italiani sono divisi

Di fronte a un numero sconosciuto, come si comportano gli italiani? Circa un terzo sceglie di non rispondere affatto, per principio. Tuttavia, il 29% ammette di rispondere sempre o quasi, lasciando aperta la possibilità che la chiamata contenga una proposta utile.

Questo comportamento è più comune tra i giovani, mentre la generazione più adulta si mostra più prudente.

Tra scetticismo e qualche apertura

Non tutte le telefonate vengono percepite allo stesso modo. Le offerte che promettono facili guadagni, investimenti o posti di lavoro sono le più sospette: la maggior parte degli intervistati le considera potenziali frodi.

Diversa, invece, l’attitudine verso le proposte relative a telefonia, energia o assicurazioni: in questi casi si tende a valutare l’offerta con più attenzione.

Teleselling: cosa pensa chi ha accettato? 

Sebbene la maggioranza rifiuti, una fetta della popolazione decide di fidarsi e acquistare tramite telefono. Il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver accettato almeno una proposta ricevuta via teleselling. Gli uomini e i giovani sono i più inclini ad aderire, dimostrandosi più aperti rispetto alla media.

Soddisfazione “media”, ma comunque c’è chi è contento 

Dopo aver accettato una proposta, il grado di soddisfazione è generalmente moderato. Pochi si dichiarano completamente entusiasti, ma nemmeno delusi: la maggioranza parla di un’esperienza “abbastanza positiva”, pur con alcune riserve.

Le chiamate da parte dei call center continuano a rappresentare un elemento controverso nella quotidianità degli italiani. Se da un lato provocano irritazione e diffidenza, dall’altro non mancano casi in cui si rivelano utili. Il vero nodo resta la trasparenza: solo offrendo proposte chiare e oneste il teleselling potrà sperare di recuperare credibilità.