Autore: Martina Pellegrini

Imprese femminili: 1,3 milioni di storie raccontate dalle donne

In Italia le aziende guidate da donne sono 1 milione e 300mila (+0,4% rispetto al 2014), pari al 22,2% del totale delle imprese italiane. Il rapporto realizzato da Unioncamere con il supporto del Centro studi Tagliacarne e Sicamera ne mette in luce le caratteristiche.

In generale, le donne fanno le imprenditrici per scelta e non per ripiego, sono più istruite, preferiscono lavorare con altre donne e sono attente al benessere dei collaboratori. Ma di limiti le aziende rosa ne hanno tanti. Sono meno produttive, più piccole di dimensione, e utilizzano molto il capitale familiare per l’avvio, cosa che limita la propensione a investire e innovare.
Se però puntano sul capitale finanziario il loro livello di produttività cresce.

Più orientate alla qualità e alla valorizzazione delle risorse umane

Le donne rappresentano oltre la metà dei dipendenti all’interno delle imprese femminili. Sono infatti il 54% contro il 39% nelle imprese non femminili. Le imprenditrici poi presentano livelli di istruzione mediamente più alti rispetto ai colleghi uomini (25% delle imprenditrici laureate a fronte del 21% degli imprenditori) e nell’85% dei casi provengono da un percorso lavorativo precedente.

Inoltre, scelgono di mettersi in proprio come percorso di autorealizzazione (37% dei casi) e non come un’alternativa alla mancanza di lavoro dipendente (27%). Questa motivazione genera imprese più orientate alla qualità e alla valorizzazione delle risorse umane.

Meno propense a investire in modo strutturato

Considerando l’attenzione riservata ai collaboratori, il 28% delle imprese femminili adotta misure di conciliazione dei tempi di vita lavorativa e privata (contro il 22% delle non femminili), ma la presenza di una leadership laureata aumenta l’attenzione al welfare fino al 40%. 

L’universo femminile dell’impresa italiana, contraddistinto da dimensioni aziendali piuttosto piccole (il 96,2% ha meno di 10 addetti, sebbene le ‘taglie’ superiori stiano aumentando), sconta purtroppo un livello di produttività inferiore del 60% rispetto a quello delle imprese non femminili. 
Il 74% delle imprese femminili fa ricorso al capitale proprio o familiare per l’avvio d’impresa, fattore che, pur generando una maggiore stabilità iniziale, può frenare la propensione delle imprese a investire in modo strutturato.

Finanziamenti all’avvio e incentivi pubblici

Se però le capitane d’azienda decidono di far ricorso al credito bancario (37% dei casi come quelle non femminili), in 8 casi su 10 investono. 
Le imprenditrici, inoltre, sono molto propense a chiedere incentivi (27% già utilizzati, 19% ha intenzione di farlo), soprattutto aiuti regionali e credito d’imposta. Inoltre, le imprese femminili mostrano una buona propensione a investire in beni tangibili (macchinari, attrezzature ICT) e ammodernamento organizzativo. 

Le imprese femminili che utilizzano finanziamenti all’avvio e incentivi pubblici mostrano, rispetto alle altre, una maggiore produttività del lavoro (+33%), che sale ulteriormente (+40%) quando le aziende guidate da donne puntano anche sulla formazione del capitale umano. Queste imprese mostrano anche una probabilità di investire superiore del +10% rispetto alle altre imprese femminili, che diventa del +14% quando si impegnano anche sul fronte della formazione.

Lavoro: 1 milione di occupati in più, ma retribuzioni al palo e cresce la cassa integrazione 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA ad agosto 2025 gli occupati totali in Italia hanno raggiunto quota 24,1 milioni. Il vero record è stato però registrato a luglio, quando la platea di occupati ha raggiunto la soglia dei 24,2 milioni di unità.

Ma nel confronto con lo stesso periodo del 2024, nel primo semestre di quest’anno è salito di quasi il 22% anche il numero delle ore autorizzate di cassa integrazione, per un ammontare di 305,5 milioni totali di ore (+54,7 milioni).
Durante questi primi tre anni, fa notare la CGIA, il numero complessivo degli occupati è cresciuto di un milione di unità. Ma a questa nota positiva si contrappongono l’andamento della cassa integrazione e degli stipendi.

Crolla la Cig in deroga, si impenna la Cig straordinaria

Analizzando le singole tipologie di intervento, la Cig in deroga (Cigd4), sebbene sia già costituita da un monte ore molto contenuto, è crollata del 70%, mentre la Cig ordinaria (Cigo5) è cresciuta ‘solo’ del 7,3%. Ad allarmare è l’impennata del 46,4% per la Cig straordinaria (Cigs6), un incremento che segnala inequivocabilmente le difficoltà vissute in questo periodo da alcuni settori, in particolare, della manifattura.

Tra i settori che compongono il manifatturiero, le ore di Cigs più richieste hanno riguardato il comparto dell’auto, dove nel primo semestre di quest’anno il monte ore ha toccato 22milioni (+85,8% rispetto al I semestre 2024).

Auto, metallurgia, macchinari, calzature incidono per oltre il 55% di ore richieste

Seguono le imprese metallurgiche (lavorazione ferro, alluminio, rame…) che hanno chiesto poco più di 20 milioni di ore (+56,7%), la fabbricazione macchine e apparecchi meccanici (quasi 11,3 milioni di ore, +12,5%) e le calzature (11,1 milioni, +144,3%).

La Cigs riconducibile a questi quattro settori incide per oltre il 55% del totale autorizzato a tutto il comparto manifatturiero nazionale.
Insomma, con una produzione industriale che stenta a riprendersi e il deciso aumento del ricorso alla cassa integrazione, il quadro generale presenta più ombre che luci. 

Gli stipendi non crescono e non bastano più

Pertanto, gli stipendi degli italiani, che mediamente sono al di sotto della media europea, faticano a crescere adeguatamente. Inoltre, il tasso di occupazione femminile rimane tra i più bassi in UE, mentre i NEET presentano ancora dimensioni preoccupanti.

Se non vogliamo scivolare verso una crisi strisciante, che a seguito delle tensioni geopolitiche e della transizione digitale ed ecologica, ha già coinvolto la Germania e la Francia, dobbiamo spendere bene e presto i soldi del Pnrr.
Con la messa a terra entro il mese di giugno 2026 degli oltre 100 miliardi di euro del Pnrr ancora a disposizione, si può dare un contributo importante all’ammodernamento del Paese, evitando al contempo una nuova crisi. 

Passaporto Usa: esce dalla top ten di quelli più “potenti”

Per la prima volta in 20 anni il passaporto statunitense scende dalla classifica dell’Henley Passport Index dei 10 più “potenti” al mondo.
Dal primo posto nel 2014 al 12° nel 2025 questo calo di potere “segnala un cambiamento fondamentale nella mobilità globale e nelle dinamiche di soft power – commenta Christian Kaelin, presidente di Henley & Partners e creatore dell’Index -. Le nazioni che abbracciano l’apertura e la cooperazione stanno facendo passi da gigante, mentre quelle che si aggrappano ai privilegi del passato vengono lasciate indietro”.

La classifica vede al primo posto Singapore, il cui passaporto dà accesso a 193 Paesi senza necessità di visto, seguito da Corea del sud (190) e Giappone (189).
Quanto all’Italia (accesso a 188 Paesi), compare al quarto posto ex aequo con altri Paesi.

C’entra l’amministrazione Trump?

Gli Stati Uniti, scesi al 10° posto a luglio 2025 dopo essere crollati al 7° lo scorso anno, ora si piazzano a pari merito con la Malesia, con accesso senza visto a 180 destinazioni.

Questo calo si verifica nel contesto di una stretta sull’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che vede il Dipartimento di Stato annunciare l’avvio di una revisione della documentazione di oltre 55 milioni di titolari di visti statunitensi per potenziali violazioni.
Il rapporto di Henley cita infatti la politica dell’amministrazione Usa come uno dei fattori che hanno contribuito al crollo nella classifica, riporta Ansa.

Un decennio di crescente restrizione dei visti

Durante la presidenza Trump sono state imposte sospensioni a viaggiatori di 12 Paesi e restrizioni a molte altre nazionalità.
Gli Stati Uniti si collocano anche al 77° posto nell’Henley Openness Index, che misura la disponibilità dei Paesi ad accogliere visitatori senza visto. Washington infatti consente l’ingresso libero solo a 46 Paesi.

Quanto all’Europa, sono più di 25 i Paesi europei che restano tra le prime 10 posizioni. Il Regno Unito invece è passato dal 6° all’8° posto, segnando un minimo storico.
Ma è la Cina che ha registrato la crescita maggiore, passando dal 94° posto nel 2015 al 64° nel 2025, grazie all’accesso senza visto a 37 destinazioni in più.

“La doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”

Il calo del potere del passaporto statunitense alimenta una crescita record nelle richieste di programmi di residenza e cittadinanza per investimento.
Nel 2025, gli americani sono diventati il gruppo più numeroso di richiedenti, con un aumento del 67% rispetto al 2024.

“La cittadinanza multipla sta diventando una realtà sempre più diffusa negli Stati Uniti – spiega Peter J. Spiro, professore alla Temple University Beasley School of Law, come riporta Euronews. -. Come ha scritto un utente sui social, la doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”.

Gender gap: in Italia il problema non è abbastanza percepito

Per il divario di genere l’Italia si conferma distante dall’Europa. Ma il problema non è percepito. Il 58% delle italiane e il 43,6% degli italiani ritengono che le donne siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni. Nella media europea questa percezione si attesta al 64,1% della popolazione femminile e al 50% di quella maschile.

Rispetto all’ effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, l’Eurostat misura che il 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene tali gap solo un fenomeno limitato e sporadico.
Lo attesta l’undicesimo round della European Social Survey, l’indagine statistica dell’Inapp condotta in 24 Paesi europei, non solo membri della UE.

La consapevolezza cresce all’aumentare del livello di istruzione

II Rapporto realizzato dall’Inapp approfondisce, in una prospettiva comparata europea, i temi della partecipazione al mercato del lavoro, l’uso del tempo, le determinanti del benessere, della soddisfazione, della fiducia e le prospettive valoriali utilizzando la dimensione di genere come chiave di lettura trasversale.

Il Rapporto evidenzia la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. Meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under30 e anziani. Percezione e consapevolezza crescono all’aumentare del livello di istruzione, e sono più elevate nelle regioni del Nord.

Differenze retributive

Circa le differenze retributive, oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini europei ritiene molto positivo che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro.

In Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50% degli uomini. In paesi come l’Islanda, la Svezia o la Spagna, questo principio raccoglie il consenso di oltre l’80% delle donne e di oltre il 70% degli uomini.

Cura dei familiari: per le donne cresce con l’età

Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione dai 15 anni in su. Le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati.
Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini e anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra 60 e 74 anni), dove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%.

Tale percentuale si amplia quando l’onere della cura supera le 10 ore settimanali e arriva al 42% circa, contro la media europea del 28% circa. 
In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”. In Italia lo è il 38,2 % degli uomini e il 34,5% delle donne. L’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età.

Surgelati, sempre più protagonisti delle tavole europee

Praticità, risparmio di tempo, sostenibilità rendono i surgelati sempre più presenti nelle abitudini alimentari delle famiglie europee.
I prodotti frozen si affermano infatti come la soluzione ideale per garantire un’alimentazione varia e nutriente durante tutto l’anno, ma rispondono efficacemente anche a gusti e necessità alimentari in evoluzione.

A conferma del ruolo sempre più centrale del frozen food per una dieta più varia ed equilibrata, il 42% dei consumatori europei inserisce nei propri pasti prodotti surgelati da due a quattro volte alla settimana.
È quanto emerge da Frozen in Focus, il report di Findus sulle scelte di consumo di Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Svezia.

Cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno

L’Italia, insieme alla Germania, si posiziona sopra la media europea, con il 44% dei consumatori che utilizza prodotti alimentari surgelati fino a 4 volte a settimana, seguita da Regno Unito (41%), Svezia (29%), Francia (28%).

Significativa è anche la crescente consapevolezza sul valore del frozen nell’inserire prodotti stagionali nella dieta. Quasi 4 consumatori europei su 10 (39%) apprezzano come i surgelati permettano di cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno, contribuendo così a migliorare la qualità e la varietà della propria alimentazione.

La praticità si conferma uno dei driver principali

Ma se oltre 6 consumatori europei su 10 (63%, 58% Italia) sanno che i surgelati hanno un valore nutrizionale equivalente a quello dei prodotti freschi, solo il 21% è consapevole che in alcuni casi possono anche superarli.

Più della metà dei consumatori europei (51%) però li sceglie per il risparmio di tempo. Tendenza particolarmente marcata in Italia, dove il 52% riconosce nei prodotti frozen un alleato prezioso nella gestione più efficiente dei pasti.
Perfetti per chi cerca soluzioni per semplificare la quotidianità, i surgelati offrono anche vantaggi sul fronte economico. Il 36% degli europei li sceglie infatti perché permettono di risparmiare denaro (Italia 26%).

Freezer e friggitrice ad aria, due alleati irrinunciabili

Per il 45% degli europei acquistare surgelati consente anche di ridurre il numero di visite al supermercato o risparmiare fino a un’ora nella preparazione dei pasti (28%, Italia 31%). Tra le motivazioni più forti c’è anche la volontà di ridurre gli sprechi alimentari (47%).
E se anche in Italia il 35% dei consumatori desidera un freezer più capiente, lo spazio in freezer influenza il modo di fare la spesa (57% italiani, 51% europei).

Accanto al freezer, l’arrivo in cucina di nuovi strumenti come friggitrici ad aria, robot da cucina e altri elettrodomestici smart sta cambiando il modo di preparare i pasti surgelati. In particolare, la friggitrice a aria si sta affermando come il partner ideale del freezer. Oltre la metà (59%) degli over55 nel Regno Unito ne possiede una, seguiti dal 45% in Germania e dal 42,5% in Italia.

YouTube: in Europa viene usato per l’istruzione da bambini, genitori e insegnanti

I giovani, gli insegnanti e i genitori europei utilizzano YouTube per l’istruzione e la creatività. 
Emerge da una ricerca condotta dalla società di consulenza indipendente Livity, che ha chiesto a oltre 7.000 giovani di età compresa tra 13 e 18 anni in sette Paesi europei come utilizzano le piattaforme digitali per apprendere.

Che si tratti di fare ricerche su altre lingue e culture o di cercare un video utile per i compiti di algebra, YouTube è un luogo in cui i giovani possono imparare, esplorare le proprie passioni e trovare un senso di appartenenza.

Dentro e fuori classe è centrale il ruolo dei contenuti video

Insomma, i contenuti video ormai svolgono un ruolo centrale nella vita digitale quotidiana degli adolescenti di tutta Europa. Nei focus group condotti da Livity, gli adolescenti hanno espresso la gioia di scoprire nuovi interessi attraverso i video.

Tra gli intervistati, il 74% ha dichiarato di guardare video su YouTube per imparare qualcosa di nuovo per la scuola, il 71% di guardare video su YouTube per imparare qualcosa di nuovo per divertimento o al di fuori della scuola. E il 73% ha dichiarato di guardare contenuti video in generale almeno un paio di volte a settimana per favorire l’apprendimento, sia per la scuola sia per divertimento.

Aiutare i bambini a sviluppare la creatività

Una ricerca di Oxford Economics rivela, inoltre, che genitori e insegnanti di tutti i 27 paesi della UE e del Regno Unito utilizzano YouTube come risorsa fondamentale per aiutare i bambini a imparare, sviluppare la creatività e comprendere il mondo.

In tutta la UE, l’84% degli insegnanti intervistati ha utilizzato contenuti di YouTube nelle proprie lezioni o nei compiti, mentre due terzi (67%) hanno concordato sul fatto che YouTube contribuisce ad aumentare il coinvolgimento degli studenti.
Nel frattempo, i genitori riconoscono il valore di YouTube e YouTube Kids nell’aiutare i bambini a imparare ed esplorare. Tanto che l’80% dei genitori che utilizzano YouTube ritiene che la piattaforma offra contenuti di qualità per l’apprendimento e l’intrattenimento.

Una piattaforma da oltre 100 milioni di utenti attivi al mese

Inoltre, il 71% dei genitori europei è sicuro di poter guidare i propri figli verso un utilizzo responsabile di YouTube, e due terzi (66%) ritengono che li aiuti a scoprire il mondo.

“YouTube è utilizzato da bambini, genitori e insegnanti a fini educativi e siamo consapevoli del ruolo importante che svolgiamo nella vita dei giovani – spiegano da YouTube -.  Ecco perché siamo una delle prime piattaforme a offrire esperienze pensate appositamente per i giovani. I nostri prodotti per i giovani, YouTube Kids ed Esperienze Supervisionate, sono sviluppati sotto la guida di esperti indipendenti e raggiungono oltre 100 milioni di utenti attivi, registrati e non registrati, ogni mese”.

AI agentica: fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028

Si tratta di un potenziale enorme, ma ancora lontano dall’esprimersi nella realtà. Secondo il nuovo report del Capgemini Research Institute (“Rise of agentic AI: How trust is the key to human-AI collaboration”), l’intelligenza artificiale agentica potrebbe generare fino a 450 miliardi di dollari di valore economico entro il 2028.

Un numero impressionante, che però contrasta con i dati reali: soltanto il 2% delle organizzazioni ha raggiunto oggi una diffusione su larga scala. Il motivo principale è la mancanza di fiducia. Nonostante l’entusiasmo, cresce la consapevolezza che l’AI non può funzionare al meglio senza il contributo umano.

Il ruolo della supervisione umana

Il report mette in evidenza un dato interessante: quasi tre dirigenti su quattro considerano la supervisione delle persone un valore aggiunto, capace di superare i costi che comporta. Il 90% dei leader intervistati ritiene che il coinvolgimento umano nei processi guidati dall’AI sia positivo o almeno neutrale.

La chiave, dunque, è trovare un equilibrio: non un’autonomia totale, ma una collaborazione stretta tra macchine e persone.

Fiducia in calo, serve trasparenza 

Negli ultimi dodici mesi, la fiducia negli agenti AI completamente autonomi è scesa dal 43% al 27%. Sempre più manager ritengono che i rischi possano superare i benefici, e solo il 40% si dichiara pronto a delegare compiti complessi a sistemi autonomi.

Chi ha già avviato progetti pilota, però, mostra maggiore fiducia (47%), segno che la conoscenza diretta favorisce un approccio più sereno. Per recuperare terreno, molte aziende stanno puntando sulla trasparenza e sulla chiarezza dei criteri decisionali alla base dell’AI, oltre che su garanzie etiche.

Team ibridi per il futuro del lavoro

Oltre il 60% delle organizzazioni prevede di costituire, entro l’anno, squadre miste in cui persone e agenti AI collaborano fianco a fianco. In questo modello, l’AI non è soltanto un supporto tecnico ma diventa un vero “compagno di lavoro”, capace di potenziare la creatività e alleggerire i compiti più ripetitivi.
Capgemini stima che una collaborazione equilibrata possa incrementare del 65% il tempo dedicato ad attività a più alto valore, con benefici anche in termini di motivazione dei dipendenti.

Preparazione ancora insufficiente

Nonostante le ambizioni, l’80% delle aziende non ha ancora infrastrutture adeguate per sostenere l’AI agentica. I dati non sempre sono pronti, e le preoccupazioni etiche – dalla privacy ai bias – rimangono irrisolte. Molte imprese, di fatto, si muovono ancora a livello sperimentale.

Oltre l’hype, verso un’adozione matura

Il messaggio del report è chiaro: non basta la tecnologia. Per trasformare il potenziale in realtà servono strategie, modelli di business ripensati e una cultura aziendale che valorizzi sia la potenza dell’AI sia il giudizio umano. Solo così gli agenti AI potranno davvero contribuire a costruire valore economico e sociale.

Giovani e nuovi trend nella socialità: meno schermi, più incontri “dal vivo”

Tra connessioni digitali e notifiche, qualcosa sta cambiando nel modo in cui i giovani vivono le relazioni. La Generazione Z e i Millennials, pur cresciuti nell’era dei social network, stanno invertendo la rotta: oggi mostrano una chiara preferenza per l’interazione in presenza.

È quanto emerge da una ricerca di AstraRicerche per Heineken Italia, realizzata all’interno della campagna “Together”, dedicata al valore della convivialità.

La socializzazione è anche un luogo fisico

Oltre il 75% dei giovani intervistati dichiara di preferire le relazioni dal vivo rispetto a quelle virtuali. I luoghi prediletti sono quelli più familiari: bar, ristoranti, locali notturni, cinema, parchi e palestre, indicati dal 57,5% del campione. Seguono l’ambiente lavorativo (31,3%) e l’università (14,8%), spazi quotidiani dove è più facile incontrarsi senza filtri digitali.

Anche nel contatto virtuale emergono segnali di cambiamento: le app di messaggistica e i gruppi chat (43,8%) superano i social media (32,9%) come strumenti preferiti per comunicare. E quasi la metà degli intervistati (48,3%) considera l’impatto dei social negativo per la qualità delle relazioni.

Convivialità e birra: un binomio che piace

In questo scenario, riferisce AnsaCom, la birra mantiene un ruolo centrale come simbolo di aggregazione. Secondo l’indagine, quasi l’80% dei giovani tra i 18 e i 35 anni la associa ai momenti trascorsi con gli amici. Le ragioni? Il gusto, indicato dal 52,1%, la familiarità con il prodotto (35,1%) e la sua versatilità nei contesti informali e conviviali.

“La socialità ha cambiato forma, ma non ha perso valore,” spiega Alfredo Pratolongo, Corporate Affairs Director di Heineken Italia. “Anzi, Gen Z e Millennials mostrano un desiderio crescente di esperienze autentiche, fuori dalla logica digitale.”

“Un pretesto per incontrarsi”

“La birra – aggiunge Michela Filippi, Marketing Director di Heineken Italia – è ormai parte integrante del modo in cui gli italiani vivono il tempo insieme. Non è solo una bevanda, ma un pretesto per incontrarsi, condividere, creare momenti che lasciano il segno.”

Estate 2025, vacanze in camper: più viaggi, più libertà e voglia di novità

In Italia sono sempre di più i fan del camper, compagno ideale delle vacanze. Ma come vivranno l’estate gli amanti delle quattro ruote? Quali sono le tendenze e le novità? Un sondaggio promosso dal Salone del Camper di Parma, realizzato a maggio 2025 e diffuso alla community di oltre 46.000 appassionati, ha fatto emergere una serie di indicazioni interessanti sulle abitudini e i desideri dei viaggiatori che scelgono il camper per le proprie vacanze.

I risultati offrono un quadro aggiornato delle tendenze e delle preferenze, confrontando l’estate in arrivo con quella dello scorso anno.

Tra relax e avventura: come cambia la formula camper

Tra le evidenze, la prima emerge con chiarezza: il 65% degli intervistati ha già definito i propri piani per l’estate. Sempre più italiani optano per vacanze più lunghe, spesso superiori alle due settimane di durata, distribuite tra giugno e settembre. Questo dato sottolinea un forte orientamento verso un turismo meno concentrato nei classici mesi di punta.

La spiagge restano la meta preferita (quasi il 47%), ma cresce anche l’interesse per borghi autentici e per destinazioni montane.

Esperienze su misura e ritmi lenti

Chi sceglie il camper per le vacanze lo fa soprattutto per vivere un’esperienza autentica e personale. Il viaggio diventa occasione per assaporare prodotti tipici, rilassarsi nella natura e scoprire territori poco battuti dal turismo di massa.

La famiglia è il principale compagno di viaggio (58%), seguita dal partner (39%) e, sempre più spesso, anche dagli amici a quattro zampe. I paesaggi incontaminati e la libertà di movimento sono ciò che rende questo tipo di viaggio così attrattivo.

Le mete più richieste? In testa sempre il mare, ma piacciono anche i luoghi “segreti”

Secondo i dati diffusi anche da Jfc Panorama Turismo – Mare Italia, Jesolo, Rimini e Riccione guidano le preferenze tra le località di mare. Le regioni più desiderate sono Sardegna, Emilia-Romagna e Puglia.

Si registra però un interesse crescente per i piccoli borghi italiani, da Nord a Sud dello Stivale, e per i grandi viaggi in Nord Europa, con mete come Capo Nord e le isole Lofoten tra le più ambite dagli amanti dell’on the road.

Turismo all’aria aperta e digital detox: il futuro è slow

Secondo recenti indagini dell’Osservatorio Slow Living e di ENIT, gli italiani (in particolare i più giovani) stanno abbracciando uno stile di vacanza più riflessivo.

Cammini, percorsi ciclabili, silenzio, natura e la disconnessione dai social diventano esigenze reali per un pubblico sempre più attento a sostenibilità e benessere. L’esperienza di viaggio diventa così profonda e rigenerante.

Estate: per le donne il “break” è una leggenda

Per molte donne la bella stagione porta più scadenze che sollievo. Le scuole sono chiuse ma il lavoro corre lo stesso, e chi regge tutto è sempre lei.
I mesi estivi dovrebbero essere un tempo di pausa, ma per le donne si trasformano in una versione più sudata della solita routine.

“Luglio invita a fermarci, ma spesso lo fa solo a parole. E se non cambiamo sguardo rischiamo di vivere la vacanza come un’ennesima prestazione da gestire – spiega Alessandra Bitelli, coach e pedagogista -. Siamo cresciute con l’idea che saper fare tutto insieme fosse un punto di forza ma più che multitasking siamo diventate specialiste nel resistere”.
Qual è la soluzione? Secondo Alessandra Bitelli è quella di sostituire l’urgenza con la priorità.

Quando la vacanza diventa un trasloco di impegni

Anche sotto l’ombrellone si può rispondere a mail, ascoltare lamentele, pianificare logistica. Il corpo è in spiaggia, ma la mente è altrove: casa, figli, lavoro, imprevisti. Quando manca una vera cesura, la vacanza diventa solo un trasloco di impegni, con lo zaino mentale sempre pieno.

“Una vera vacanza non si misura in chilometri percorsi – prosegue Bitelli – ma in pensieri che smetti di rincorrere. Se non ci concediamo uno spazio mentale senza doveri, cambiamo paesaggio ma restiamo prigioniere. Il luogo è solo il contenitore. La libertà vera comincia da dentro”.

“Non siamo al servizio dell’efficienza”

Per anni ci hanno detto che fare tutto insieme era performante, vincente. Poi abbiamo scoperto che era solo estenuante. Fare una cosa alla volta non è inefficienza, è lucidità. Secondo una ricerca il 64% delle donne tra 35 e 49 anni afferma di sentirsi più stanca in estate rispetto ai mesi lavorativi, a causa della gestione continua dei figli e dell’organizzazione domestica anche in vacanza.

“Il vero antidoto al multitasking non è la lista delle priorità, è il coraggio di lasciare indietro qualcosa. Fermarsi davvero significa riconoscere che non siamo al servizio dell’efficienza, ma della nostra energia. Il primo passo? Scegliere ogni giorno una cosa da non fare. “Perché a volte il vero potere sta nel sottrarre”, aggiunge Bitelli.

Imparare a dire stop!

Piccoli segnali quotidiani, a volte trascurabili che rivelano un carico mentale più grande di quanto sembri. Sono i 5 stop da rispettare.

Il primo è quello di non fare il programma per tutti. Il tempo libero non ha bisogno di un’agenda. Lasciare dunque spazio all’improvvisazione.
Non dire ‘faccio io’ anche quando non serve: a volte si dice per anticipare la fatica di spiegare. Ma spiegare è educare. Lasciare quindi che anche gli altri imparino.
Non controllare le mail di lavoro con il costume bagnato: rispettare le pause, e se non è possibile almeno non fingere di essere in vacanza. 
Impara a dire di no senza aggiungere giustificazioni: se non ce la fai, non ce la fai.
Non pensare che un momento per te sia tempo rubato: non è così. Se non ti ricarichi, ti svuoti. E poi non resti per nessuno, nemmeno per te.