Autore: Martina Pellegrini

Turismo e ristorazione, i pagamenti cashless crescono del +46% in un anno

L’estate 2021 ha fatto registrare un vero e proprio boom nei pagamenti senza denaro contante, proprio nei settori tra i più colpiti dalle conseguenze dell’emergenza sanitaria, quelli del turismo e della ristorazione. Secondo gli analisti di SumUp, il valore del transato medio dei commercianti che operano nei settori turismo e ristorazione dopo essere diminuito dal 2019 al 2020 del 9% nell’ultimo anno è cresciuto del 46%. Confrontando il 2021 con il 2019 per il valore delle transazioni digitali si osserva infatti un aumento del 32%. L’Osservatorio Turismo Cashless, realizzato da SumUp, la fintech del settore pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, ha analizzato le transazioni medie e il valore del transato medio per commerciante registrati durante i mesi estivi, ovvero dal 1 giugno al 15 agosto 2021, da hotel e altre strutture ricettive, operatori turistici, centri benessere, ma anche bar, club e ristoranti.

Il valore del transato medio per commerciante aumenta più del 45%

Se l’estate 2021 si è caratterizzata da una crescita massiccia del cashless nel settore del turismo e della ristorazione, stando ai dati diffusi dall’Osservatorio Turismo Cashless di SumUp, il valore del transato medio per commerciante è cresciuto più del 45% rispetto al 2020 e più del 30% rispetto al 2019, ovvero, durante la fase pre-Covid. Un trend che è avvalorato anche dalla crescita del numero medio di transazioni per esercente, pari a +71% tra il 2020 e il 2021. Secondo gli analisti si abbassa poi anche lo scontrino medio. Dalla spesa per il gelato a quella per l’ombrellone, i consumatori infatti pagano sempre più spesso senza ricorrere al denaro contante anche per piccole cifre. 

Un trend confermato anche dal numero medio di transazioni

Si tratta di un trend confermato anche dal numero medio di transazioni per esercente: i dati SumUp mostrano infatti una crescita del 71% tra il 2020 e il 2021, mentre tra il 2019 e il 2021 l’aumento è del 113%, riporta Adnkronos.“I numeri del turismo si inseriscono perfettamente nell’ambito della rivoluzione digitale che ha caratterizzato il Paese negli ultimi due anni – ha commentato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp -, anche a causa della pandemia, e che ha avuto risvolti importanti soprattutto per quanto riguarda i pagamenti”.

Trieste è la città più cashless d’Italia 

Quanto alla distribuzione geografica del trend, si legge su mixerplanet.com, l’Osservatorio evidenzia come, sebbene l’aumento delle transazioni digitali si sia manifestato da Nord a Sud lungo tutta la Penisola, esiste un podio delle città più cashless d’Italia. Al primo posto infatti compare Trieste, che lo scorso anno era al 25° posto della classifica, seguita da Livorno (l’anno scorso, al 45°) e Vibo Valentia, che quest’anno scala di tre posizioni la classifica delle città italiane più cashless.

Gli stabilimenti balneari ora si prenotano con l’app

Per evitare di non trovare posto in spiaggia, quest’estate i bagnanti hanno scelto di prenotare sdraio e ombrellone online. Tanto che rispetto allo scorso anno l’incremento delle prenotazioni online degli stabilimenti balneari è cresciuto del 200%, e l’anticipo medio è di 2,8 giorni. Stando ai dati diffusi da Spiagge.it, il portale dedicato ai gestori e agli utenti degli stabilimenti balneari, il 2021 è l’anno d’oro per la prenotazione online della spiaggia. Gli stabilimenti che hanno scelto di digitalizzarsi hanno infatti registrato un incremento medio del 25% rispetto allo scorso anno in termini di occupazione dei posti. La giornata delle vacanze estive che ha fatto registrare un record è stata venerdì 13 agosto, con oltre 8.000 prenotazioni, e sold out per il 70% delle località balneari nel weekend di Ferragosto. Soprattutto per il litorale romagnolo e per la Calabria, che segna un +350% di prenotazioni. 

La giornata in spiaggia si organizza con la logica del booking

Se è costante la durata media del soggiorno presso lo stesso stabilimento (1,5 giorni) risulta in aumento il numero di utenti che nello stesso momento hanno prenotato più di uno stabilimento in giornate diverse (+20% circa). Un dato che fa emergere il trend di organizzare le giornate in spiaggia con più attenzione, e secondo le logiche utilizzate dal booking dei pernottamenti. In ogni caso, le prenotazioni online sono esplose nel periodo più caldo della stagione estiva. Tra il 10 e il 17 agosto le prenotazioni sul portale di Spiagge.it sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2020, passando a quota 50.000 transazioni online.

Litorale romagnolo e Calabria, record di prenotazioni

Tra le spiagge più apprezzate spiccano quelle del litorale romagnolo, che ha registrato sold out, con numeri che non si vedevano da almeno 5 anni, quasi raddoppiando le prenotazioni. In particolare, un famoso stabilimento di Rimini ha raggiunto il numero record di prenotazioni da app di 150 ombrelloni nel solo weekend di Ferragosto. Exploit della Calabria, poi, con +350% in termini di prenotazioni online rispetto allo stesso periodo del 2020, e del litorale Veneto (+180%).

Le spiagge hanno deciso di digitalizzarsi

Per consentire ai bagnanti di godersi il mare senza preoccupazioni o file alle casse dello stabilimento, nell’estate 2021 è quadruplicato il numero di stabilimenti che si sono serviti dello strumento Spiaggia e ristorante, messo a disposizione attraverso il gestionale di Spiagge.it. Questo, evidenziano i founder del portale, ha permesso a sempre più clienti di ordinare, pagare direttamente online e ricevere cibo e bevande direttamente sotto l’ombrellone, in tutta sicurezza, riporta Adnkronos.
“Gli stabilimenti che hanno scelto di digitalizzarsi utilizzando Spiagge.it hanno effettivamente ricevuto un incremento di prenotazioni sia infrasettimanali che nel week end – spiegano i fondatori di Spiagge.it – e registrato un incremento medio del 25% rispetto allo scorso anno in termini di occupazione dei posti”.

Specialità regionali protagoniste nel carrello della spesa, +6,4% di fatturato

Nel corso del 2020 supermercati e ipermercati segnalano oltre 9.200 prodotti food & beverage con l’origine di provenienza riportata in etichetta, e con un giro d’affari da 2,6 miliardi di euro, +6,4% annuo, le specialità regionali diventano protagoniste nel carrello della spesa degli italiani.  Lo rileva la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che traccia una vera e propria mappa del regionalismo in tavola. Al primo posto per valore delle vendite si piazza il Trentino-Alto Adige (+7%), al secondo la Sicilia (+5,1%) e al terzo il Piemonte (+3,7%), la regione con il maggior numero di prodotti (1.152 referenze). L’Osservatorio disegna anche la geografia delle vendite dei panieri regionali all’interno del territorio nazionale, per individuare dove sono più apprezzati, riferisce Ansa.

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino e Friuli

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania, Molise e Calabria i prodotti del territorio locale restano preponderanti e sviluppano più vendite rispetto alla media nazionale.Ma ci sono anche regioni dove i prodotti locali non sono ai primi posti per incidenza sugli acquisti, come accade in Valle d’Aosta e Basilicata. Nel resto del paese il carrello della spesa è più interregionale. Ad esempio, in Liguria il consumo dei prodotti piemontesi è superiore del 69% alla media italiana e quello dei prodotti campani lo è del 12%, mentre in Piemonte l’indice di allocazione dei consumi è maggiore per i prodotti liguri e per quelli pugliesi.

Il Trentino-Alto Adige conferma la sua leadership

Ancora una volta il primo posto, per valore delle vendite, spetta al Trentino-Alto Adige, grazie a un ampio paniere di prodotti, in particolare vini e spumanti, speck, yogurt, mozzarelle e latte. Una leadership che nel 2020 si è ancor più consolidata, sostenuta in particolare dall’apporto positivo di speck e vini. Il secondo posto va alla Sicilia, il cui paniere di specialità regionali (tra cui spiccano il vino, i sughi pronti e le arance) ha visto aumentare le vendite soprattutto grazie all’apporto di birre, arance, sughi pronti, passate di pomodoro e bevande gassate.

L’exploit del Molise nel 2020

Al terzo posto per valore delle vendite si insedia il Piemonte, davanti a Sicilia e Toscana. Nel 2020 il paniere dei prodotti piemontesi, composto soprattutto da vini, formaggi freschi, carne, acqua minerale e latte, ha ottenuto un aumento delle vendite a cui ha contribuito soprattutto carne bovina, vini Docg, latte Uht, miele e mozzarelle. Confrontando l’andamento delle vendite realizzate nel 2020 con quelle dell’anno precedente, emerge che i panieri regionali più dinamici sono stati quelli di Puglia (+14,4%) e Calabria (+12,5%), seguiti da quelli di Veneto (+9,6%) Sardegna (+8,6%), Abruzzo (+8,5%) e Marche (+8,4%). Il fenomeno del 2020 è stato l’exploit del Molise, che continua a guadagnare spazio nel carrello della spesa degli italiani: l’anno scorso le vendite del paniere dei prodotti di questa regione sono cresciute del +24,8%, con la pasta di semola a fare da traino.

Le conseguenze economiche del Covid sulle famiglie, secondo l’Istat

A fine luglio 2021 l’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica, ha scattato una fotografia di quelle che sono le conseguenze economiche della pandemia. E il quadro che ne esce non è certo confortante, sia per quanto riguarda il calo dei consumi sia per quanto concerne l’aumento delle persone che si trovano a fare i conti con una nuova situazione di povertà.  Come ha ricordato lo stesso presidente dell’Istituto, Gian Carlo Blangiardo, nel 2020 si contano oltre 2 milioni di famiglie in povertà, con un’incidenza passata dal 6,4 del 2019 al 7,7%, e oltre 5,6 milioni di individui, in crescita dal 7,7 al 9,4%. Blangiardo ha anche sottolineato che “nel 2020, è aumentata la povertà fra coloro che posseggono un lavoro: a livello nazionale, rispetto al 2019, cresce l’incidenza per le famiglie con persona di riferimento occupata (dal 5,5 al 7,3%), sia dipendente che indipendente; per le famiglie con persona di riferimento inquadrata nei livelli più bassi, operai o assimilati, l’incidenza sale dal 10,2 al 13,2%; fra gli indipendenti di altra tipologia, ossia lavoratori in proprio, dal 5,2 al 7,6%”. “Sull’incidenza della povertà hanno anche inciso le misure messe in campo a sostegno dei cittadini, che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020 sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà”.

Nel Nord la crescita più marcata di famiglie in difficoltà

Imprevidente dell’Istat ha poi aggiunto: “Se nel Mezzogiorno l’incidenza di famiglie in povertà assoluta si conferma più alta (9,9% nel Sud e 8,4% nelle Isole), è nel Nord che si osserva la crescita più marcata, sia per le famiglie (dal 5,8 del 2019 al 7,6%) sia per gli individui (dal 6,8 al 9,3%); nel Nord-ovest e nel Nord-est l’incidenza familiare di povertà assoluta passa, rispettivamente, dal 5,8 al 7,9% e dal 6,0 al 7,1%”. Questo fenomeno è stato provocato da “il blocco improvviso di interi segmenti dell’economia, con gli effetti sulla produzione di valore aggiunto e sull’occupazione, che ha determinato nella primavera del 2020 una forte caduta del reddito disponibile, nonostante le misure pubbliche di sostegno introdotte dal governo”.

Consumi in caduta 

“I consumi finali delle famiglie hanno così subito un crollo di dimensioni mai registrate dal dopoguerra, con una diminuzione del 10,9% che ne ha portato il valore a un livello di poco superiore a quello del 2009 – e a quello del 1997 se considerato al netto dell’effetto della variazione dei prezzi. Dall’indagine sulle Spese per consumi, la stima della spesa media mensile familiare per il 2020 è di 2.328 euro mensili in valori correnti, in calo del 9,0% rispetto al 2019″.

Italiani e auto, prezzo e consumi determinano la scelta

Si sa che gli italiani, fra le loro tante passioni, hanno anche quelle per le macchine. Se nei sogni molti vorrebbero una rombante quattroruote, nella realtà quali sono gli aspetti che guidano la scelta? A questa domanda ha risposto una recentissima indagine condotta da dagli istituti di ricerca mUp Research e Norstat per conto di Facile.it e MiaCar. In estrema sintesi, si scopre che il “motore” della scelta, per i nostri connazionali, si basa principalmente su due parametri: prezzo e consumi.

Attenti al prezzo

Disposti a spendere per l’auto preferita, ma entro i confini del budget prestabilito. L’indagine rivela che il prezzo d’acquisto è la principale discriminante. Quasi 1 automobilista su 2, infatti, ha detto di aver scelto l’auto in base al costo. Le donne si confermano maggiormente parsimoniose (51,4% contro 48,4% del campione maschile) insieme agli over 65 (56,4%), mentre risultano meno interessati i rispondenti nella fascia 45-54 anni (41,8%) e i giovani under 24 (44,4%). Il secondo criterio, anche in questo caso legato alle finanze, è rappresentato dai consumi di carburante: il 37,2% dei rispondenti ha dichiarato di aver cercato un’auto con consumi ridotti. Fanno più attenzione a questa caratteristica gli uomini (38,6% vs 35,6% del campione femminile) e gli under 24 (40,7%). A livello geografico, sono i residenti al Sud e nelle Isole gli italiani maggiormente attenti alla spesa legata ai consumi. 

Marca ed estetica

Al terzo e al quarto posto nella classifica delle priorità con cui si sceglie un’auto nuovo gli italiani mettono la marca e poi la “bellezza”. In base ai risultati della ricerca, il 32,7% ha comprato l’auto in base alla casa automobilistica, caratteristica che sembra interessare in modo particolare gli under 24, tra i quali la percentuale arriva addirittura al 40,7%. Invece l’estetica non è uno dei criteri sul podio, ma si piazza al quarto posto dato che 1 automobilista su 4 la ritiene importante; in questo caso sono più attenti all’aspetto del veicolo le donne (27,3%) e, ancora una volta, gli under 24 (37%).

Le donne le vogliono “mini”, gli uomini tech

Ancora, gli italiani tengono d’occhio pure i costi di gestione e di mantenimento quando devono scegliere un veicolo nuovo, tanto che il 18% del campione ha dichiarato di aver valutato con attenzione questo aspetto, con pari percentuali fra uomini e donne. Cambiano invece i gusti in base al genere: gli uomini sono più interessati alle dotazioni tecnologiche di sicurezza del veicolo (21% vs 15,3 del campione femminile) e alla potenza del motore (16,1% vs 9,2%), mentre le donne si orientano verso modelli dalle dimensioni ridotte, come le city car  (19,5% vs 11,1% del campione maschile).

Appuntamenti amorosi? Solo con chi è vaccinato per il 48% degli italiani

Isolamento e restrizioni imposte dalla pandemia hanno aumentato il livello di attenzione che gli utenti prestano a salute e sicurezza personale, anche durante gli appuntamenti amorosi. Secondo l’indagine di Kaspersky dall’inizio della pandemia gli utenti sono più ansiosi a incontrare qualcuno di persona, tanto che il numero di utenti che preferisce non organizzare incontri offline è raddoppiato, passando dal 22% al 41%. Il 48% degli italiani, la percentuale più alta in Europa, preferisce organizzare incontri offline solo con persone che possiedono un certificato di vaccinazione, mentre i meno preoccupati sono gli olandesi (13%) e i tedeschi (15%).

Cresce il numero di utenti sulle piattaforme di incontri online

Gli eventi causati dalla pandemia hanno cambiato radicalmente molte attività quotidiane, e gli appuntamenti romantici non fanno eccezione. Nei mesi in cui è stato imposto l’autoisolamento, le persone hanno trascorso più tempo sulle app di incontri e il numero di utenti di queste piattaforme è cresciuto. La necessità di chiedere a un potenziale partner il certificato di vaccinazione è un’ovvia conseguenza della pandemia, ma le preoccupazioni che nascono quando arriva il momento di incontrare il proprio match offline non si limitano al solo fatto di ammalarsi. Il 39% degli italiani ha dichiarato che quando arriva il momento del primo incontro dal vivo si sente agitato, mentre il 28% prova insicurezza.

Essere consapevoli dei dati che si condividono con il potenziale partner

Per alleviare alcune di queste preoccupazioni, il 71% degli utenti italiani di queste app preferisce iniziare da un approccio telefonico o da una videochiamata prima di accettare un incontro offline.“Le politiche e le restrizioni vigenti in tutto il mondo hanno dato agli appuntamenti online un ruolo importante nella vita delle persone. Tuttavia, il passaggio da ‘online’ a ‘offline’ è per molti un ‘atto di fede’ – commenta David Jacoby, security expert di Kaspersky -. Per continuare a godersi gli appuntamenti online e offline in tutta sicurezza, è importante essere consapevoli dei dati che si condividono con il potenziale partner perché nel caso in cui si cambi idea sull’incontro è sempre possibile avere il controllo della situazione, sapendo quante informazioni personali sono state condivise e come possono essere utilizzate”.

Incontrarsi di persona dopo mesi di isolamento è un bisogno intrinseco

“In fondo, incontrarsi di persona dopo mesi di isolamento è un bisogno intrinseco negli esseri umani – commenta la terapista Birgitt Hölzel dello studio Liebling + Schatz di Monaco -. Certo, le app di incontri hanno permesso di entrare in contatto con nuove persone durante la pandemia, ma solo virtualmente. Un incontro fisico è tutta un’altra cosa”.Un’alternativa che può essere d’aiuto per tutelarsi fino a quando non ci si sente sicuri a incontrare qualcuno che non abbia ancora fatto il vaccino, è quello di organizzare una videochiamata un po’ più “intima” ma sicura.

Mercato del libro in Italia, +44% nei primi 5 mesi del 2021

Secondo le ultime rilevazioni GfK nei primi cinque mesi del 2021 il mercato italiano del libro ha registrato una crescita a valore del +44% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per un giro d’affari di oltre 564,2 milioni di euro. Ma il trend è positivo anche nel confronto con le vendite registrate durante lo stesso periodo del 2019. In questo caso la crescita a valore è del +23%. Dopo un 2020 positivo anche quest’anno quindi è iniziato con una forte crescita, in particolare, GfK evidenzia le performance del Fumetto, che ha segnato una crescita del +182% a valore. Quanto alle copie vendute, complessivamente, nel periodo compreso tra i mesi di gennaio e maggio 2021 nel nostro Paese ne sono state vendute 39,7 milioni. 

Un trend positivo anche nel confronto con le vendite registrate nel 2019

La positività del mercato non è solo un effetto del confronto con il periodo del primo lockdown, che era coinciso con le chiusure di librerie e negozi. Infatti, analizzando l’andamento delle prime dieci settimane del 2021 si registra una crescita del +30% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020, ovvero prima dell’inizio dell’emergenza Covid-19. Ma il trend è positivo anche se si confrontano le vendite registrate tra gennaio e maggio 2021 con quelle dello stesso periodo del 2019, e in questo caso la crescita a valore è del +23%.

La Top 10 dei libri più venduti registra una crescita del +47%

Analizzando nel dettaglio i dati relativi al primo quadrimestre 2021, crescono del +13% le nuove pubblicazioni, le nuove referenze uscite nell’anno, che includono sia i titoli nuovi sia le nuove edizioni di titoli già pubblicati in passato. La Top 10 dei prodotti più venduti registra invece una crescita del +47%. Per quanto riguarda il prezzo medio di vendita è stato pari a 14,20 euro, con una crescita del +1,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un effetto, questo, dell’entrata in vigore a marzo 2020 della nuova legge per la promozione e il sostegno alla lettura, che ha ridotto lo sconto ordinario massimo applicabile dal 15% al 5% del prezzo di copertina.

L’andamento positivo coinvolge un po’ tutti i comparti

In termini di contenuto, si evidenzia una crescita generalizzata che coinvolge un po’ tutti i comparti, dall’editoria per Bambini, che segna un +33%, alla Narrativa (+42%), la Saggistica (+52%) e la Manualistica (+37%). Particolarmente significativa risulta la crescita del Fumetto, che registra un trend a valore pari al +182% rispetto al 2020.

I benefici del verde in città sulla salute e sul pianeta

I vantaggi degli spazi verdi e pubblici in città sono tanti, e favoriscono il benessere psico-fisico e la qualità della vita di chi vive nei grandi centri urbani. In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, il 5 giugno, Greenpeace ha lanciato il rapporto Greening the Cities, che oltre a evidenziare i benefici del verde in città, mette in risalto la necessità per gli amministratori e le amministratrici delle città italiane di investire di più nelle aree verdi e pubbliche ad accesso equo per tutte e tutti i cittadini. Il rapporto di Greenpeace mira quindi a promuovere una vera transizione ecologica nelle città, indispensabile per affrontare la crisi climatica e sanitaria.  

Vivere green fa bene al corpo e alla mente

Dalla riduzione del rischio di numerose malattie croniche in età adulta, come diabete e condizioni cardiovascolari, obesità e asma, all’accelerazione del recupero dopo un intervento chirurgico, alla riduzione dei ricoveri ospedalieri e alla mortalità prematura fino a migliori esiti della gravidanza sono questi i benefici di una città più green per tutti. Lo studio menziona però anche di un miglioramento delle funzioni cognitive e della salute mentale, legato a miglioramenti nello sviluppo comportamentale, come difficoltà ridotte, sintomi emotivi e problemi di relazione tra pari.

Solo poche città soddisfano lo standard Oms sulla quantità di spazio verde pro capite

“Aumentare le aree verdi e pubbliche significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e garantire un tessuto sociale sano e attivo – dichiara Chiara Campione, coordinatrice del progetto Hack Your City di Greenpeace -. Rendere più verde lo spazio pubblico aiuta a combattere la disuguaglianza, promuove l’inclusione della comunità e rende le città più sicure e più resilienti ai cambiamenti climatici in corso”.Sebbene la disponibilità e l’accessibilità di spazi verdi urbani nelle grandi città del mondo sia aumentata rispettivamente del 4,11% e del 7,1% negli ultimi 15 anni, solo una manciata di città ha soddisfatto pienamente lo standard dell’Oms sulla disponibilità che stabilisce un minimo di 9 metri quadri di spazi verdi per abitante, per non parlare del valore ideale di 50 m² pro capite. 

Un investimento per la salute pubblica e sociale

Anche nelle città che soddisfano alcuni di questi standard, riferisce Adnkronos, ciò non si traduce necessariamente in parità di accesso allo spazio verde per tutta la cittadinanza. Più della metà della popolazione mondiale, 4,2 miliardi di persone, vive nelle città. Questo numero è destinato ad aumentare al 70% entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica, e rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra. Per l’organizzazione ambientalista gli spazi verdi devono essere considerati non solo un investimento per la salute pubblica e sociale, ma un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura, rallentare la crisi climatica e proteggerci da future pandemie.

Lombardia, il manifatturiero pronto a ripartire

Un anno dopo, uno studio per “fare il punto” sullo stato di salute delle imprese in Lombardia, su cosa è cambiato e su quali sono le principali criticità delle aziende.  La Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e Unioncamere Lombardia hanno indagato le conseguenze della pandemia e le strategie di reazione adottate dalle imprese nell’ambito delle attività trimestrali di monitoraggio del manifatturiero, a distanza di un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Le interviste sono state realizzate nella prima metà di aprile 2021, quando le imprese si sono trovate in zona rossa e arancione. 

Clienti e ordinativi le criticità prevalenti

Nel manifatturiero le criticità prevalenti sono legate a problemi con i clienti e gli ordinativi (problema segnalato dal 32,4% delle imprese industriali di Milano, il 28,6% di Monza Brianza, il 25% di Lodi). A Lodi il dato più importante sono i problemi di approvvigionamento/organizzazione col 29,5%, che per Milano e Monza Brianza sono rispettivamente il 22,8% e 26,4%. Con la ripresa della domanda mondiale stanno inoltre emergendo anche difficoltà di reperimento dei materiali e significativi rincari delle materie prime e semilavorati. 

Il miglioramento (e le perdite non recuperabili) secondo gli imprenditori

Dalle dichiarazioni degli imprenditori emerge una situazione difficile, anche se in lento miglioramento. La percentuale che dichiara di non avere alcun problema è abbastanza elevata (16,2% per Milano, 14,3% per Monza e Brianza, ancora più alta, con il 22,7%, per Lodi). Le imprese che sostengono di aver subito perdite difficilmente recuperabili sono il 10,1% per Milano, 14,3% per Monza Brianza, 9,1% per Lodi. Le imprese in questo periodo di difficoltà hanno fatto largo impiego degli ammortizzatori sociali: il 37,3% per Milano, il 29,3% per Monza Brianza, il 27,3% per Lodi dichiara di aver utilizzato recentemente la Cassa Integrazione. Questo strumento ha permesso di limitare il ricorso a provvedimenti con impatti maggiormente negativi sull’occupazione come la riduzione dell’organico e il mancato rinnovo dei contratti in scadenza.

Bene l’industria e lo smart working

Nell’industria il 26,3% delle imprese di Milano, il 32,1% di Monza Brianza, il 36,4% a Lodi ha dichiarato di non aver avuto ripercussioni o di avere aumentato l’organico, con imprese in espansione (22,8% a Milano, 20% a Monza Brianza, 18,2% a Lodi).
Interessanti i dati sullo smart working: oltre la metà delle imprese lo ha adottato durante la pandemia nell’industria (62,1% a Milano, 59% a Monza Brianza e 55% a Lodi). Non tutte le imprese sembrano comunque intenzionate a rendere strutturale questa modalità di lavoro: non lo sono il 52% a Milano, il 64,6% a Monza Brianza, il 54,2% a Lodi.

Pasta, i consumi tornano a livelli pre Covid

Alla pasta non si rinuncia, e per noi italiani è sicuramente un must della dieta. Anche nei mesi più duri del primo lockdown e poi durante le limitazioni imposte dalla pandemia, che hanno rallentato l’attività di locali e ristoranti, il consumo di pasta e prodotti a base di grano ha comunque tenuto. L’analisi di questo specifico comparto è stato messo sotto la lente nel corso dei Durum Days 2021, l’evento che ogni anno riunisce tutti i partecipanti della filiera.

Livelli di produzione antecedenti al Covid

Dopo aver vissuto la forte turbolenza causata dalla prima ondata di pandemia, la filiera del grano duro e della pasta sembra essere tornata ai livelli antecedenti l’epidemia, e l’andamento relativo sia alla produzione sia al consumo è perfettamente in linea con il 2019. Anche il mercato sta tornando alla piena normalizzazione, grazie anche al sensibile allentamento della pressioni sui prezzi che invece aveva caratterizzato le ultime due campagne. Durante l’evento, un rapporto di ricerca elaborato dall’istituto di ricerca Areté ha mostrato che nonostante il lungo lockdown del settore ho.re.ca, la produzione di pasta della filiera italiana nel 2020 è aumentata dell’11% rispetto al 2019. In alcuni periodi dell’anno si sono addirittura raggiunti picchi superiori al 40%. Si prevede che ritorni ai livelli pre-pandemia nel 2021, con una produzione superiore dell’1% rispetto al 2019. 

I consumi si stanno normalizzando

Anche per quanto i consumi si sta tornando a livelli pre epidemia. La domanda, infatti, si sta normalizzando: nel primo trimestre del 2021 il consumo di pasta ha registrato valori inferiori del 15,1% rispetto allo stesso periodo del 2020 (probabilmente nel primo lockdown i nostri connazionali hanno scelto la pasta proprio come comfort food, per “scacciare” le preoccupazioni). Rispetto al 2020, la stima per il 2021 è di -3,4%, che porterà il livello dei consumi a dati del tutto analoghi a quelli del 2019 (anche se è prevista una crescita stimata a +1%). Per quanto riguarda le scelte di acquisto dei consumatori, queste continueranno a essere orientate verso prodotti di qualità e soprattutto totalmente Made in Italy. E proprio questo è uno dei principali trend del mercato, che vedrà anche nei prossimi mesi la forte ascesa dei piccoli brand di nicchia. Insomma, anche per quanto riguarda la scelta di un “semplice” piatto di pasta gli italiani privilegiano la bontà del prodotto piuttosto che il prezzo.