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Italiani e auto, prezzo e consumi determinano la scelta

Si sa che gli italiani, fra le loro tante passioni, hanno anche quelle per le macchine. Se nei sogni molti vorrebbero una rombante quattroruote, nella realtà quali sono gli aspetti che guidano la scelta? A questa domanda ha risposto una recentissima indagine condotta da dagli istituti di ricerca mUp Research e Norstat per conto di Facile.it e MiaCar. In estrema sintesi, si scopre che il “motore” della scelta, per i nostri connazionali, si basa principalmente su due parametri: prezzo e consumi.

Attenti al prezzo

Disposti a spendere per l’auto preferita, ma entro i confini del budget prestabilito. L’indagine rivela che il prezzo d’acquisto è la principale discriminante. Quasi 1 automobilista su 2, infatti, ha detto di aver scelto l’auto in base al costo. Le donne si confermano maggiormente parsimoniose (51,4% contro 48,4% del campione maschile) insieme agli over 65 (56,4%), mentre risultano meno interessati i rispondenti nella fascia 45-54 anni (41,8%) e i giovani under 24 (44,4%). Il secondo criterio, anche in questo caso legato alle finanze, è rappresentato dai consumi di carburante: il 37,2% dei rispondenti ha dichiarato di aver cercato un’auto con consumi ridotti. Fanno più attenzione a questa caratteristica gli uomini (38,6% vs 35,6% del campione femminile) e gli under 24 (40,7%). A livello geografico, sono i residenti al Sud e nelle Isole gli italiani maggiormente attenti alla spesa legata ai consumi. 

Marca ed estetica

Al terzo e al quarto posto nella classifica delle priorità con cui si sceglie un’auto nuovo gli italiani mettono la marca e poi la “bellezza”. In base ai risultati della ricerca, il 32,7% ha comprato l’auto in base alla casa automobilistica, caratteristica che sembra interessare in modo particolare gli under 24, tra i quali la percentuale arriva addirittura al 40,7%. Invece l’estetica non è uno dei criteri sul podio, ma si piazza al quarto posto dato che 1 automobilista su 4 la ritiene importante; in questo caso sono più attenti all’aspetto del veicolo le donne (27,3%) e, ancora una volta, gli under 24 (37%).

Le donne le vogliono “mini”, gli uomini tech

Ancora, gli italiani tengono d’occhio pure i costi di gestione e di mantenimento quando devono scegliere un veicolo nuovo, tanto che il 18% del campione ha dichiarato di aver valutato con attenzione questo aspetto, con pari percentuali fra uomini e donne. Cambiano invece i gusti in base al genere: gli uomini sono più interessati alle dotazioni tecnologiche di sicurezza del veicolo (21% vs 15,3 del campione femminile) e alla potenza del motore (16,1% vs 9,2%), mentre le donne si orientano verso modelli dalle dimensioni ridotte, come le city car  (19,5% vs 11,1% del campione maschile).

I benefici del verde in città sulla salute e sul pianeta

I vantaggi degli spazi verdi e pubblici in città sono tanti, e favoriscono il benessere psico-fisico e la qualità della vita di chi vive nei grandi centri urbani. In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, il 5 giugno, Greenpeace ha lanciato il rapporto Greening the Cities, che oltre a evidenziare i benefici del verde in città, mette in risalto la necessità per gli amministratori e le amministratrici delle città italiane di investire di più nelle aree verdi e pubbliche ad accesso equo per tutte e tutti i cittadini. Il rapporto di Greenpeace mira quindi a promuovere una vera transizione ecologica nelle città, indispensabile per affrontare la crisi climatica e sanitaria.  

Vivere green fa bene al corpo e alla mente

Dalla riduzione del rischio di numerose malattie croniche in età adulta, come diabete e condizioni cardiovascolari, obesità e asma, all’accelerazione del recupero dopo un intervento chirurgico, alla riduzione dei ricoveri ospedalieri e alla mortalità prematura fino a migliori esiti della gravidanza sono questi i benefici di una città più green per tutti. Lo studio menziona però anche di un miglioramento delle funzioni cognitive e della salute mentale, legato a miglioramenti nello sviluppo comportamentale, come difficoltà ridotte, sintomi emotivi e problemi di relazione tra pari.

Solo poche città soddisfano lo standard Oms sulla quantità di spazio verde pro capite

“Aumentare le aree verdi e pubbliche significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e garantire un tessuto sociale sano e attivo – dichiara Chiara Campione, coordinatrice del progetto Hack Your City di Greenpeace -. Rendere più verde lo spazio pubblico aiuta a combattere la disuguaglianza, promuove l’inclusione della comunità e rende le città più sicure e più resilienti ai cambiamenti climatici in corso”.Sebbene la disponibilità e l’accessibilità di spazi verdi urbani nelle grandi città del mondo sia aumentata rispettivamente del 4,11% e del 7,1% negli ultimi 15 anni, solo una manciata di città ha soddisfatto pienamente lo standard dell’Oms sulla disponibilità che stabilisce un minimo di 9 metri quadri di spazi verdi per abitante, per non parlare del valore ideale di 50 m² pro capite. 

Un investimento per la salute pubblica e sociale

Anche nelle città che soddisfano alcuni di questi standard, riferisce Adnkronos, ciò non si traduce necessariamente in parità di accesso allo spazio verde per tutta la cittadinanza. Più della metà della popolazione mondiale, 4,2 miliardi di persone, vive nelle città. Questo numero è destinato ad aumentare al 70% entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica, e rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra. Per l’organizzazione ambientalista gli spazi verdi devono essere considerati non solo un investimento per la salute pubblica e sociale, ma un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura, rallentare la crisi climatica e proteggerci da future pandemie.

Gli arredi luxury per valorizzare il tuo living

Il lusso è certamente una continua ricerca del bello e della qualità per quel che riguarda gli arredi. Sicuramente esso rappresenta un tipo di raffinatezza e ricercatezza che altri elementi di arredo non sono in grado di regalare.

Quello del lusso infatti non è esclusivamente da intendere come una necessità di mostrare agli altri sfarzo ed eccessi, ma soprattutto bellezza coniugata a praticità d’uso e materiali resistenti.

Qualità dei materiali e durata nel tempo

Dunque possiamo dire che un arredo di lusso non deve unicamente essere accattivante alla vista ma rispondere anche a determinate capacità di utilizzo e resistenza. Parliamo dunque di armonia delle forme, creatività e funzionalità che possono essere adoperate solo da artigiani veramente capaci e che trovano applicazione in arredi di ogni tipo, dunque destinati ad arricchire ogni ambiente di casa.

Puoi trovare alcuni esempi di arredo luxury sul sito di baudesign.it e scoprire In che modo puoi andare a valorizzare con creatività il tuo living, trasformandolo in un ambiente perfetto per ricevere gli amici o vivere dei piacevoli momenti di benessere in famiglia.

Qui puoi trovare inoltre complementi e idee per l’illuminazione della camera da letto, soluzioni in grado di conferire un aspetto decisamente più originale sin dal momento in cui vengono inseriti.

I complementi di Bau Design sono un inno alla bellezza e alla ricercatezza, in grado di rendere la tua casa un luogo molto più elegante ed in grado di richiamare gli stili più belli ed importanti esistenti.

 I suoi bravissimi artigiani si occupano infatti di realizzare ogni singolo pezzo di questi bellissimi elementi d’arredo mantenendo sempre alta la qualità dei prodotti e della lavorazione, così da fare in modo che ogni singolo pezzo sia destinato a durare nel tempo.

Quarto trimestre 2020, massiccio aumento di attacchi RDP

La pandemia ha inciso sul panorama della criminalità informatica: con il passaggio al lavoro da remoto si è creata una nuova superficie di attacco, che ha provocato un’ulteriore crescita delle minacce Remote Desktop Protocol (RDP). Tra il primo e il quarto trimestre 2020 i sistemi telemetrici di ESET hanno registrato infatti un aumento del 768% di tentativi di attacco RDP.

Il report di ESET evidenzia i dati più significativi ottenuti dai sistemi di rilevamento e i progressi nella ricerca sulla cybersecurity. Poiché si tratta della sintesi finale sulle minacce del 2020, il report contiene commenti sulle tendenze osservate e le relative previsioni.

Un grande rischio per il settore privato e per quello pubblico

“La difesa dagli attacchi RDP non deve essere sottovalutata, soprattutto a causa del ransomware comunemente diffuso attraverso exploit RDP, che con tattiche sempre più aggressive rappresenta un grande rischio sia per il settore privato sia per quello pubblico”, sottolinea Roman Kováč, cro ESET. Secondo l’esperto, però, man mano che la sicurezza del lavoro a distanza migliora, il boom degli exploit RDP dovrebbe rallentare, come rilevato nel corso del quarto trimestre 2020. Un altro trend riscontrato nel periodo è l’aumento delle minacce che colpiscono il traffico email a tema Covid-19, collegate alle campagne vaccinali di fine anno, che hanno offerto agli hacker l’opportunità di ampliare la gamma delle armi utilizzate. Una tendenza che proseguirà anche nel 2021.

Eliminato il 94% dei server TrickBot in una sola settimana

In primo piano nel report gli eventi dello scorso ottobre, quando ESET ha partecipato all’operazione globale per fermare TrickBot, una delle botnet più grandi e longeve. Questi sforzi congiunti hanno portato all’eliminazione del 94% dei server TrickBot in una sola settimana. “C’è stato un netto calo delle attività di TrickBot in seguito agli interventi di fine anno – aggiunge Jean-Ian Boutin, Head of Threat Research di ESET -. Monitoriamo costantemente la botnet TrickBot e il livello di attività a oggi è decisamente basso”.

Individuato un nuovo gruppo APT, XDSpy

Il report evidenzia come i ricercatori di ESET abbiano individuato un gruppo APT precedentemente sconosciuto, chiamato XDSpy, che ha preso di mira Balcani ed Europa Orientale, oltre a un notevole numero di attacchi alla supply chain, come quello di Lazarus in Corea del Sud o quello denominato Operazione StealthyTrident in Mongolia. O, ancora, l’Operazione SignSight rivolta contro le autorità di certificazione in Vietnam. Il report fornisce aggiornamenti anche sull’operazione In(ter)ception di Lazarus, sulla backdoor PipeMon del gruppo Winnti, e sulle modifiche ai tool utilizzati da InvisiMole.

Second Hand Economy, in Italia un business che vale 24 miliardi di euro (grazie all’ecommerce)

L’usato si sta rivelando un’autentica miniera d’oro: questo specifico settore, la cosiddetta second hand economy, nel 2019 ha prodotto nel nostro paese un valore di ben 24 miliardi di euro. Una cifra ragguardevole – pari a circa l’1,3% del Pil nazionale – movimentata soprattutto dagli scambi online. Ma ci sono altri elementi che evidenziano quanto questa tendenza sia in ascesa: negli ultimi 5 anni è stata registrata una crescita del 33%, trainata soprattutto dall’ecommerce, che l’anno scorso ha generato valore per 10,5 miliardi (circa il 45% del totale).

Perché piace l’usato

Sono diverse le motivazioni che spingono gli italiani a fare shopping di oggetti di seconda mano, spiega una ricerca condotta da BVA Doxa per Subito.it: in particolare, piacciono velocità, accessibilità, semplicità e convenienza nella compravendita online, insieme a una più generale attenzione alla sostenibilità, al riuso e al risparmio. Se le giovani famiglie (75%) e la Gen Z (69%) si rivolgono sempre più spesso al mercato dell’economia dell’usato, i Baby Boomers non sono da meno, con oltre 6 italiani su 10 nella fascia di età 55-64 anni che comprano e vendono oggetti di seconda mano. La richiesta di oggetti di seconda mano, poi, ha avuto un ulteriore rilancio dopo il periodo di emergenza sanitaria degli ultimi mesi: molti nostri connazionali hanno deciso di optare per comportamenti virtuosi, per un’economia circolare sempre più rilevante e capace di generare valore reale in modo sostenibile.

Cosa e perché si compra di seconda mano?

Rispetto a cosa gli italiani hanno comprato di più online nel 2019, la classifica è guidata dal settore Casa&Persona (73%), seguito da Sports&Hobby (63%), Elettronica (57%) Motori (42%), Arredamento e casalinghi (36%), Libri e riviste e Informatica (pari merito al 30%) e Abbigliamento e accessori (26%). Comprare e vendere usato si conferma al quarto posto tra i comportamenti sostenibili più diffusi tra gli italiani (49%), subito dopo la raccolta differenziata (95%), l’acquisto di lampadine a LED (77%) e di prodotti a chilometro zero (56%). In linea con quanto rilevato nel 2018, continua a crescere l’importanza che viene data all’aspetto valoriale nella decisione di puntare sull’economia dell’usato, perché porta vantaggi non solo a livello personale, ma anche all’ambiente e alla società. La second hand economy è quindi sempre più una scelta sostenibile (44%), intelligente e attuale (40%), ma anche un modo per dare valore alle cose (37%). E il fatto che sempre di più gli acquisti di seconda mano siano una scelta, e non una necessità, è confermato da un dato importante: nel 2019 cala la quota di chi acquista second hand per risparmiare (59%). Ancora, oltre 7 intervistati su 10 (71%) ritengono che la second hand economy sia destinata a crescere ancora nei prossimi cinque anni, diventando sempre più una scelta consapevole e green (48%), un ottimo strumento per risparmiare (47%) e per rendere i consumi accessibili a più persone (30%).

Covid-19, turismo e rimborsi: la scelta spetta all’organizzatore

Il decreto legislativo del 2 marzo 2020 prevede misure finalizzate a evitare di porre in difficoltà le imprese del Turismo che, a causa delle cessazione di ogni forma di viaggio per la crisi Covid-19, hanno azzerato la loro produzione. Allo stesso tempo, il Dl ha disposto anche misure relative al rimborso di titoli di viaggio e pacchetti turistici ai consumatori. All’art. 28, comma 5, il Dl stabilisce infatti che in caso di recesso, l’organizzatore può offrire al viaggiatore un pacchetto sostitutivo di qualità equivalente o superiore, e può procedere al rimborso, oppure può emettere un voucher da utilizzare entro un anno dalla sua emissione, di importo pari al rimborso spettante. Le associazioni del comparto del turismo organizzato, Astoi Confindustria viaggi, Aidit, Assoviaggi e Fto, fanno perciò chiarezza sull’utilizzo dei voucher, e la scelta di rimborsare o meno, spiegano, è solo in capo all’organizzatore

Il testo normativo non lascia adito a dubbio

Il tenore letterale del testo normativo, spiegano le Associazioni, non lascia adito a dubbio alcuno circa il fatto che la scelta in merito alle gestione delle conseguenze del recesso dal pacchetto turistico, con l’adozione di una tra le opzioni indicate, è rimessa esclusivamente all’organizzatore (tour operator o agenzia di viaggio) e non al viaggiatore. Questo, contrariamente a quanto affermato da alcune Associazioni di Consumatori, riporta Askanews. L’intento perseguito dal Legislatore italiano risponde infatti all’esigenza precisa e prioritaria di evitare di porre le aziende in default finanziario, consentendo loro di emettere un voucher di valore corrispondente alle somme versate dai viaggiatori in alternativa al rimborso del prezzo.

Si richiama l’attenzione sul valore di tutela dell’interesse generale

Pertanto, appare strumentale e fuorviante l’informazione che spetti al consumatore scegliere se usufruire del voucher ovvero ottenere il rimborso, o che la scelta operata dall’organizzatore sia soggetta a forme di accordo o di accettazione da parte del consumatore. A fugare ogni eventuale dubbio residuo, ammesso che di dubbi si voglia parlare poiché il dettato normativo non necessita di interpretazione stante la sua chiarezza, si richiama l’attenzione sul valore di tutela dell’interesse generale sotteso alle norme emanate in situazione di contingenza. Le misure sopra richiamate infatti assumono valore, come espressamente si legge nel decreto, di norme di applicazione necessaria.

Disposizioni straordinarie che prevalgono su tutte le altre norme

Le norme di applicazione necessaria sono disposizioni il cui rispetto è ritenuto cruciale da un Paese per la salvaguardia dei suoi interessi pubblici, quali la sua organizzazione politica, sociale o economica. Al punto da esigerne l’applicazione a tutte le situazioni che rientrino nel loro campo d’applicazione, qualunque sia la legge applicabile ai contratti.

Si tratta quindi di disposizioni straordinarie, emanate in situazioni di emergenza, come nel caso di specie, che prevalgono su tutte le altre norme, applicabili in situazioni di normalità. Ne discende che se valessero le disposizioni ordinarie, che prevedono la restituzione al viaggiatore delle somme versate, non ci sarebbe stata alcuna necessità di indicare le disposizioni dell’art.28 quali norme di applicazione necessaria.

Continua la crescita del valore aggiunto delle imprese italiane

Da quanto emerge dai dati di un report dell’Istat nel 2017, per il quarto anno consecutivo, continua a crescere il valore aggiunto delle imprese. In particolare nel 2017 l’aumento è del 3,9% sul 2016, arrivando a 779,468 milioni di euro. Alla crescita del valore aggiunto si associa una domanda di lavoro positiva, che ha generato circa 419 mila addetti aggiuntivi, di cui oltre il 60% nelle imprese appartenenti a gruppi, con incrementi in tutte le classi dimensionali, ma più intensi nelle imprese con 10 addetti e oltre. I costi del personale invece aumentano del 5,5% per le imprese appartenenti a gruppi e del 2,2% per le imprese indipendenti.

Margine operativo lordo +3,5%

Marcata la performance in termini di redditività, con il margine operativo lordo, che a seguito di una crescita del costo del lavoro (+4,2%) nel 2017 segna un aumento del 3,5%, un impatto significativo sulla crescita del sistema produttivo è determinato dalle imprese organizzate in gruppi, che generano il 56,7% del totale del valore aggiunto. Nelle imprese organizzate in gruppi l’aumento del valore aggiunto è del 5,8%, e quello del margine operativo lordo è del 6,2%, contro +1,4% e +0,7% registrato dalle imprese che non appartengono a gruppi.

Le imprese appartenenti a gruppi sono più produttive di quelle indipendenti

I costi del personale aumentano del 5,5% per le imprese appartenenti a gruppi e del 2,2% per le imprese indipendenti. Il 19,9% dei gruppi di impresa, con almeno un’impresa residente nel territorio nazionale, ha natura multinazionale, e il 10,1% è controllato da un soggetto residente all’estero. I gruppi domestici (80,1%) controllano il 79,8% delle imprese appartenenti a gruppi e assorbono il 41,4% degli addetti. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti: il valore aggiunto per addetto ammonta a 77 mila 350 euro ed è 1,5 volte maggiore di quello delle imprese nel complesso (47 mila 150 euro).

Il 5% delle imprese è organizzato in strutture di gruppo

Le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,4 milioni e occupano 16,5 milioni di addetti, di cui 11,7 milioni dipendenti. La dimensione media è di 3,8 addetti. Il 5% delle imprese è organizzato in strutture di gruppo che occupano circa un terzo degli addetti. Sono infatti 219.769 le imprese organizzate in gruppi d’impresa (99.268 gruppi), con 5,7 milioni di addetti, 5,6 milioni di dipendenti e una dimensione media di 26 addetti, che raggiunge i 75,2 addetti nel caso dei gruppi multinazionali.

Formazione, troppo costosa per 1 piccola impresa su 4

Tutti riconoscono il ruolo della formazione aziendale, ma per alcune piccole realtà è eccessivamente costosa, elitaria e troppo complicata da gestire all’interno delle microimprese. A dirlo è l’indagine dell’Osservatorio Statistico Consulenti del Lavoro in collaborazione con FonARCom, Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua.

Le piccole imprese sono il 93,3% delle aziende italiane

Pur riconoscendo il ruolo e il valore della formazione per restare competitivi sul mercato, questa è difficile per gran parte delle microimprese. Realtà produttive piccole e piccolissime che rappresentano il 93,3% delle aziende italiane, pari ad oltre 1 milione e mezzo di realtà, e che occupano 5,1 milioni di addetti (il 36,1% del totale dei dipendenti del settore privato extra agricolo).  In base ai risultati dell’indagine, emerge che l’attività formativa in Italia è essenzialmente di tipo “obbligatorio”, come quella su sicurezza sul lavoro e ambiente, e riguarda principalmente i giovani da poco entrati nel mondo del lavoro (il 65,5% dei partecipanti a iniziative di formazione ha meno di 34 anni, gli ultracinquantenni sono appena il 10,9%). L’attività formativa non obbligatoria, invece, interessa soprattutto i dirigenti e i quadri aziendali (64,6%), fra cui rientrano maggiormente i lavoratori anziani. Ne consegue che i giovani sono sostanzialmente esclusi dalla formazione non obbligatoria, poiché nella gran parte dei casi non ricoprono ruoli di management. Un altro dato messo in luce dalla ricerca è che “la propensione a svolgere corsi formativi aumenta al crescere delle dimensioni dell’impresa: in un’azienda con più di 50 dipendenti è oltre 6 volte maggiore (81,3%) rispetto ad un’impresa con meno di 10 dipendenti (13,4%)”.

I principali ostacoli

Il rapporto spiega che, sulle risposte ottenute dal questionario, siano emerse diverse difficoltà. In particolare, i maggiori blocchi alla volontà di fare formazione sono di carattere economico e procedurali: gli imprenditori titolari di micro e piccolissime imprese non sono affatto convinti dell’utilità della formazione, le poche esperienze avute non sono state particolarmente “esaltanti”, la formazione non viene vista come un investimento, ma come un costo e gli sforzi economici vengono indirizzati più sul binomio produzione/vendita.

Più formazione se fosse meno costosa

Con questi presupposti, non stupisce che il il 78,6% degli intervistati farebbe più formazione se costasse meno farla, se non fosse scollegata dalle reali esigenze produttive dell’azienda (74,1%) e, ancora, se vi fossero più finanziamenti mirati (69,6%). Fra le imprese che fanno formazione, invece, prevale l’approccio pratico al training on the job (28,3%), la formazione sul campo e le attività sono realizzate essenzialmente ricorrendo a fondi interprofessionali (45,2%) o a società private di consulenza (42,1%). L’impresa che destina risorse ad un fondo paritetico interprofessionale, infatti, ha la garanzia che il suo investimento possa tornare utile alla qualificazione professionale dei propri dipendenti, ottenendo un costante miglioramento della loro competenza e preparazione.

Il ruolo dei Consulenti del Lavoro

“Dall’indagine emerge l’esigenza di proseguire nell’importante percorso di diffusione della cultura della formazione continua, soprattutto nelle piccole e medie imprese” dice Andrea Cafà, Presidente di FonARCom.“Mai come oggi, ciò appare indispensabile in ragione dei grandi cambiamenti determinati dall’innovazione tecnologica e dall’introduzione di nuovi modelli organizzativi aziendali. La formazione intesa, quindi, come valore qualitativo per accrescere le competenze dei lavoratori e la competitività delle aziende. In quest’ottica è auspicabile una stretta e concreta sinergia anche con il mondo delle professioni, affinché supportino tale processo all’interno delle imprese, nell’ambito di un moderno modello di relazioni industriali, capace di rispondere in modo efficace alle grandi trasformazioni del mondo del lavoro”.

 

Tutelare la privacy su Facebook o cancellarsi definitivamente?

Ridurre il rischio di violazioni della propria privacy su Facebook si può, basta impostare un alto profilo di sicurezza dell’account. Ma se si vuole evitare del tutto di essere oggetto di qualche violazione, o si teme che i contenuti pubblicati o le informazioni personali vengano manipolate è sempre possibile disattivare l’account. Nel primo caso basta seguire alcune semplici accortezze, e modificare le impostazioni riguardanti le informazioni personali a partire dal ‘controllo della privacy’. In questo modo i propri contenuti e i dati sensibili è vengono condivisi solo con le persone desiderate.

Avviare il controllo della sicurezza ed eliminare le app che possono avere accesso ai dati personali

Facebook consente di avviare il ‘controllo della sicurezza’, una funzione che permette di ricevere gli avvisi di accesso al proprio account da un dispositivo non riconosciuto. Per difendere il proprio account è inoltre consigliabile evitare di cliccare su link sospetti, anche se sembrano provenire da un amico o da un’azienda che si conosce. Per rendere il proprio profilo ancora più blindato è poi consigliabile eliminare le app che possono avere accesso ai propri dati personali. Basta cliccare sulla ‘X’ che appare accanto al nome dell’applicazione. Tuttavia, i dati ai quali l’app ha avuto accesso potrebbero restare condivisi. In questo caso, per rimuovere i dati a rischio, Facebook invita a contattare direttamente l’applicazione in questione.

Come cancellarsi definitivamente

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica sempre più persone stanno diventando diffidenti nei confronti di Facebook tanto da decidere di cancellarsi. Per seguire il loro esempio ed eliminare il proprio account ci sono due modi: la prima opzione prevede la rimozione temporanea dell’account fino a quando non si decida di riattivarlo, ma è anche possibile completare la cancellazione. In questo caso si deve cliccare su Impostazioni, poi Generali, e infine Gestisci il tuo Account. Qui si trova l’opzione  ‘Scopri di più’: cliccandoci sopra Facebook darà la possibilità di salvare messaggi e foto prima di procedere, e in seguito guiderà l’utente nell’eliminazione definitiva del profilo.

Italiani, un popolo di internauti

Nonostante la diffidenza verso Facebook il web ormai è parte integrante della vita di molti italiani. Sono 33,9 milioni, pari al 61,8% della popolazione dai 2 anni in su, i connazionali che nel mese di gennaio hanno navigato almeno una volta in internet da pc, smartphone e tablet. Secondo Audiweb, gli internauti nostrani si sono collegati complessivamente per 53 ore e 12 minuti, e quelli online almeno una volta al giorno sono stati 24,5 milioni, in media per 2 ore e 22 minuti. A livello demografico, nel giorno medio sono risultati online 12,6 milioni di donne e circa 12 milioni di uomini. Il 61,4% dei 18-24enni (2,6 milioni), il 62,1% dei 25-34enni (4,2 milioni), il 60,9% dei 35-54enni (11,1 milioni), e il 40,5% dei 55-74enni (5,9 milioni).

Su base geografica, poi, risultano online nel giorno medio il 48,7% degli italiani del Nord Est (4,6 milioni), il 47,5% del Nord Ovest (6,7 milioni), il 43,1% del Centro (4 milioni) e il 41,5% dell’area Sud e Isole (9 milioni).

Twitter, parte la battaglia ai profili fake

Si fa sempre più severa e aggressiva la guerra di Twitter nei confronti dei profili fake. Come già annunciato dal social, infatti, di recente sono stati cancellati migliaia di fake account. Una mossa pesante, che ha fatto sì che sul social dei “cinguettii” diverse star ‘pro Trump’ abbiano alzato la voce per l’eliminazione di migliaia di follower, in un colpo solo.

Le stelle social che hanno perso follower

Tra le tante celebrità del social che hanno protestato contro l’azione ci sono nomi noti come quelli di  Bill Mitchell e Richard Spencer. “Ho perso molti follower, ora stanno tornando. A quanto pare, c’è stata una massiccia richiesta di verificare gli account attraverso i numeri di telefono. Non proprio una purga”, ha scritto Spencer, editori del sito altright.com, fornendo un quadro dell’azione compiuta da Twitter. Come riporta in Italia l’agenzia di stampa Adnkronos, il social network ha confermato che sta appurando se gli account appartengano a utenti reali e non siano gestiti da bot. “Ecco perché qualcuno potrebbe trovarsi alle prese con sospensioni o blocchi”, ha spiegato Emily Horne, portavoce di Twitter.

Account bloccato e rimosso dalla lista dei follower

“Tenete presente che quando un account viene bloccato e invitato a fornire un numero di telefono, viene rimosso dalla lista dei follower” di altri utenti “fino a quando non rende noto il numero di telefono” ha aggiunto Emily Horne. “Questo fa parte del nostro sforzo complessivo per rendere Twitter più sicuro e sano per tutti”, ha precisato.

E c’è chi grida al complotto

Dai vertici del social network con l’uccellino confermano che non vi sia in atto nessun tipo di complotto, come invece hanno suggerito gli hashtag #twitterlockout e #twitterpurge lanciati da chi ha visto un’improvvisa riduzione dei propri seguaci.

I risvolti politici della vicenda

La vicenda è però decisamente spinosa. In questo periodo, infatti, negli Stati Uniti “il dibattito politico ruota anche attorno al Russiagate e alle accuse di interferenze, attraverso i social network, nel percorso politico di avvicinamento alle elezioni presidenziali 2016. Il procuratore Robert Mueller, che indaga sui rapporti tra la campagna di Trump e la Russia, ha indicato in Twitter uno dei principali bersagli dell’azione avviata nel 2014 dalla ‘troll farm’ con base a San Pietroburgo” riporta l’agenzia Adnkronos. Non resta che stare a vedere l’evoluzione che prenderà, non solo su Twitter ma sulla gran parte dei social, la guerra ai profili fake. E siamo solo all’inizio.