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PMI e manifattura italiana: resilienza, digitalizzazione e la sfida della competitività

Negli ultimi anni le piccole e medie imprese manifatturiere italiane hanno dimostrato una capacità di resilienza che ha sorpreso osservatori e policy maker. Tra shock globali, crisi energetiche e l’accelerazione della trasformazione digitale, il tessuto produttivo italiano — basato su cluster territoriali e competenze artigiane ad alto valore aggiunto — sta ridefinendo il proprio ruolo nell’economia nazionale. Questo articolo analizza lo stato attuale delle PMI manifatturiere in Italia, osserva dati recenti, porta esempi concreti e valuta le implicazioni per il medio periodo.

Contesto: la manifattura come cuore dell’economia italiana

La produzione manifatturiera continua a rappresentare una quota significativa del valore aggiunto italiano, con concentrazioni forti in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Marche. Le esportazioni, tradizionalmente motore della crescita, hanno registrato fasi alterne: dopo il calo immediatamente successivo alla pandemia, si è osservata una ripresa trainata da beni di fascia alta — macchinari, componentistica, moda-lusso e alimentare di qualità. Al tempo stesso, le imprese hanno dovuto fare i conti con rincari energetici, interruzioni nelle catene di fornitura e una domanda globale più volatile.

Analisi con dati ed esempi

Resilienza economica. Studi settoriali e indagini di settore evidenziano che molte PMI hanno contenuto le perdite convertendo ordini, diversificando clienti e puntando sulla qualità. Per esempio, settori come la meccanica strumentale e la componentistica auto hanno recuperato quote di mercato grazie all’export verso Paesi non UE, mentre il comparto agroalimentare ha beneficiato della domanda premium per prodotti tipici italiani.

Digitalizzazione e Industria 4.0. L’adozione di tecnologie digitali è stata centrale: l’adozione di ERP avanzati, sensori IoT per monitorare impianti e l’introduzione di macchine a controllo numerico hanno aumentato efficienza e tracciabilità. Le misure legate al Piano Transizione 4.0 e agevolazioni fiscali hanno accelerato investimenti in automazione. Un caso tipico: un’officina meccanica nelle Marche che ha integrato un sistema di monitoraggio remoto per ridurre i fermi macchina, portando a una riduzione dei tempi di fermo del 20-30% e a un aumento dell’occupazione specializzata locale.

Accesso al credito e innovazione. Nonostante segnali positivi, molte PMI segnalano difficoltà nell’accesso a capitali per scale-up e innovazione di prodotto. Le banche tradizionali restano selettive e i fondi di venture o private equity sono ancora concentrati su startup digitali piuttosto che su imprese manifatturiere tradizionali. Questo crea un paradosso: imprese con potenziale di internazionalizzazione e innovazione di processo faticano a reperire risorse per crescere su scala internazionale.

Formazione e capitale umano. La carenza di figure tecniche specializzate (operatori CNC, tecnici di manutenzione 4.0, ingegneri di processo) è un limite ricorrente. Alcune realtà hanno stretto partnership con istituti tecnici locali e università per programmi di tirocinio che trasformano giovani talenti in lavoratori qualificati. Esempi virtuosi in Emilia-Romagna dimostrano che la collaborazione scuola-impresa può ridurre il mismatch formativo e contribuire a stabilizzare l’occupazione giovanile.

Implicazioni future

Per i prossimi 3–5 anni emergono alcune direttrici chiare. Primo, la digitalizzazione non è più un’opzione ma un requisito per rimanere competitivi: chi non investe in automazione e data analytics rischia di perdere margini. Secondo, la politica industriale deve facilitare l’accesso a capitali pazienti per le PMI manifatturiere, attraverso strumenti pubblici di co-investimento e la valorizzazione degli aggregatori territoriali che possono portare a economie di scala. Terzo, la formazione tecnica va potenziata con percorsi che combinino competenze digitali e know-how manifatturiero tradizionale.

Infine, la sostenibilità e l’efficienza energetica saranno fattori decisivi. Investimenti in efficienza e in fonti rinnovabili possono ridurre la vulnerabilità rispetto ai prezzi energetici e migliorare l’attrattività sui mercati esteri, dove i buyer sempre più richiedono tracciabilità e minore impronta ambientale.

Conclusione: l’Italia conserva un patrimonio competitivo unico basato su PMI capaci di innovare nella tradizione. Per trasformare questa potenzialità in crescita diffusa servono politiche che favoriscano investimenti, formazione mirata e infrastrutture digitali. Se questi elementi si allineano, il sistema manifatturiero italiano può non solo recuperare terreno, ma anche guidare una nuova fase di sviluppo sostenibile ed export-led.

In base a quali fattori è possibile scegliere i pannelli fotovoltaici giusti?

La scelta dei pannelli fotovoltaici giusti è fondamentale, dato che può avere un impatto significativo sulla tua vita e sull’economia familiare.

I pannelli fotovoltaici adatti infatti, possono aiutarti concretamente a risparmiare denaro sulla bolletta della luce, a patto che tu scelga qualcosa di appropriato in base alla zona in cui vivi e agli spazi a disposizione per l’installazione dei pannelli.

Tra l’altro, scegliere bene ti consente anche di ridurre le tue emissioni di carbonio e rendere la tua casa più sostenibile. Dunque c’è anche un importante aspetto ambientale da considerare e per questo diventa ancora più rilevante fare la scelta giusta sin dal primo momento.

Ci concentreremo allora adesso su quelli che sono i fattori più importanti da considerare nella scelta dei pannelli fotovoltaici, allo scopo di aiutarti a prendere una decisione informata.

Fattore 1: La potenza

La potenza è la quantità di energia che un pannello fotovoltaico è in grado di generare, e viene misurata in watt (W).

La potenza necessaria per produrre energia per una unità abitativa dipende da diversi fattori, tra cui:

  • Le esigenze energetiche
  • La superficie disponibile per l’installazione dei pannelli
  • La quantità di ore di luce nella zona in cui si vive

Se ad esempio hai un consumo energetico elevato, avrai bisogno di pannelli fotovoltaici più potenti o potresti pensare direttamente ad un impianto con accumulo (l’energia prodotta non viene utilizzata in maniera diretta ma appunto accumulata all’interno di apposite batterie e utilizzata all’occorrenza).

Se invece hai una superficie limitata per l’installazione, come avviene in condominio, o se vivi in una zona con un basso irraggiamento solare, dovrai scegliere pannelli fotovoltaici più efficienti per ottimizzare lo spazio e le ore di luce a disposizione.

Fattore 2: L’efficienza

L’efficienza di un pannello fotovoltaico è la percentuale di energia solare che questo è in grado di convertire in energia elettrica. L’efficienza dei pannelli fotovoltaici viene misurata secondo il rapporto tra la quantità di energia elettrica che viene prodotta e i 1.000 watt.

Più i pannelli fotovoltaici sono efficienti dunque, maggiore è la loro capacità di convertire energia solare in energia elettrica. Questo significa che esistono pannelli in grado di generare più energia rispetto ad altri, a parità di superficie.

Come regola generale, è importante per te sapere che i pannelli fotovoltaici monocristallini sono generalmente più efficienti dei pannelli fotovoltaici policristallini.

Fattore 3: Le dimensioni

Le dimensioni dei pannelli fotovoltaici variano a seconda della potenza e dell’efficienza.

I pannelli fotovoltaici più potenti sono generalmente più grandi, mentre i pannelli fotovoltaici più efficienti sono generalmente più piccoli.

Le dimensioni dei pannelli fotovoltaici possono influire sull’estetica finale e sulla loro facilità di installazione.

Qui entra in gioco lo spazio a disposizione: c’è infatti grande differenza tra il tetto di una abitazione privata (interamente a disposizione per questo scopo) ed un condominio in cui ciascun condomino può occupare soltanto una piccola parte della superficie del tetto.

Tra l’altro più sono grandi i pannelli fotovoltaici, maggiore sarà il peso da considerare e dunque bisognerà calcolare la capacità del tetto di resistere ai carichi.

Fattore 4: Il costo

Il costo dei pannelli fotovoltaici varia a seconda della potenza, dell’efficienza, delle dimensioni e della marca. In generale, i pannelli fotovoltaici più potenti, efficienti e di marca sono più costosi.

È importante confrontare i prezzi di diversi produttori prima di prendere una decisione d’acquisto.

Esistono ad ogni modo anche interessanti incentivi fiscali e detrazioni che rendono ancora più conveniente l’acquisto di questi pannelli.

Tale aspetto è particolarmente importante perché consente di accorciare notevolmente i tempi entro i quali un impianto di questo tipo è in grado di ripagarsi.

Per approfondire puoi richiedere consulenza ed eventuale sopralluogo a Sungroup, azienda che realizza impianti fotovoltaici Torino, la quale offre anche assistenza per le varie pratiche di detrazione fiscale e che può rispondere a tutte le tue domande in merito.

Fattore 5: La garanzia

La garanzia è un’importante fattore da considerare quando si acquistano dei pannelli fotovoltaici, in quanto essa copre l’acquirente da eventuali difetti di fabbrica.

È importante a tal proposito distinguere tra la garanzia sull’installazione (che riguarda ad esempio la struttura che sorregge l’impianto) e quella sui componenti dei pannelli. La prima è solitamente più breve, la seconda può andare anche oltre i 20 anni.

È importante per questo scegliere una azienda i cui pannelli fotovoltaici abbiano una garanzia di lunga durata, così da poter stare tranquillo anche per gli anni a venire.

Conclusione

Come appare evidente, la scelta dei pannelli fotovoltaici adatti è importante in quanto può avere un impatto significativo sia sulla qualità della tua vita che sulle tue finanze.

Considerando i cinque fattori sopra elencati, ti sarà possibile prendere una decisione informata con la certezza di aver fatto un ottimo acquisto, anche per gli anni a venire.

Linee vita e ponteggi

I ponteggi rappresentano una risorsa irrinunciabile per qualsiasi azienda che opera nel campo dell’edilizia.

Essi consentono infatti agli operatori di riuscire a raggiungere le zone più alte del palazzo o edificio oggetto di cantiere e di poter lavorare in facilità su tutta la superficie da ristrutturare o costruire.

Bisogna però considerare che durante le fasi di montaggio e smontaggio del ponteggio si è più esposti al pericolo maggiore per un lavoratore che presta il proprio servizio ad alta quota: la caduta verso il basso.

Tale pericolo in realtà a è presente anche quando il ponteggio è montato ed i lavoratori si muovono su di esso per svolgere le mansioni quotidiane.

Dunque i lavoratori sono soggetti ad un potenziale rischio di caduta durante tutta la loro permanenza sul ponteggio, ed è per questo che si cerca di individuare soluzioni che possano garantire la tutela dell’integrità fisica dei lavoratori.

Il lavoro ad alta quota

È importante specificare che il Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro individua in 2 metri l’altezza a partire dalla quale si può parlare di lavoro ad alta quota, oltre la quale diventa dunque necessario adottare tutte le misure di sicurezza prevista dalla legge stessa.

Ciò vale per quanti lavorano con e sui ponteggi ma anche per coloro i quali salgono direttamente sul tetto o lavorano sulle piattaforme, le quali possono raggiungere anche i diversi metri di altezza.

Dunque chiunque, a qualsiasi titolo, sia chiamato a lavorare ad una quota superiore ai 2 metri di altezza, per legge deve poter usufruire di tutti i dispositivi di protezione individuale o collettivi idonei a tutelarne la salute e la sicurezza.

Le linee vita per i ponteggi

Le linee vita rappresentano dunque una risorsa preziosa ed offrono la soluzione sicura e facile da installare, per questo considerate il dispositivo perfetto per quanti in cantiere gestiscono la sicurezza dei lavoratori in alta quota.

Si tratta di un punto sicuro di ancoraggio, in particolar modo una fune d’acciaio tesa tra due fissaggi, il cui scopo è proprio quello di consentire ai lavoratori di poter ancorare qui la propria imbracatura di sicurezza.

In questa maniera, anche se dovesse verificarsi una caduta improvvisa, questa verrebbe immediatamente arrestata dal dispositivo di protezione individuale indossato dal lavoratore, che è a sua volta agganciato alla linea vita.

Le linee vita hanno bisogno di manutenzione?

Le linee vita, così come qualsiasi altro tipo di dispositivo di sicurezza, hanno bisogno di una manutenzione ordinaria nel corso del tempo per verificare che esse funzionino perfettamente e consentano dunque ai lavoratori di poter operare in sicurezza.

Dunque per quel che riguarda la manutenzione di una linea vita si procede con una ispezione periodica, volta a determinare l’effettiva funzionalità del dispositivo, e controllare al tempo stesso che la struttura non abbia in alcun modo subito eventuali danni o manomissioni.

È proprio il  Decreto Legislativo 81/08, ovvero il Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, a prevedere l’obbligo di revisione delle linee vita e l’integrità di tutti gli altri dispositivi di sicurezza presenti.

Inoltre, c’è un aspetto legale non indifferente e che riguarda proprio i responsabili della sicurezza in cantiere o il datore di lavoro direttamente: nel momento in cui viene effettuata anche la revisione periodica delle linee vita infatti, essi sono sollevati da qualsiasi tipo di responsabilità, civile e penale, in caso di caduta.

Dunque un motivo in più per far effettuare non soltanto l’installazione delle linee vita tetto, ma anche la loro periodica manutenzione al fine di garantire sempre il massimo della sicurezza ai lavoratori e tutta la tutela necessaria ai responsabili di cantiere.

Lavare in lavatrice è ancora poco ‘eco’ per due terzi degli europei

Alcune abitudini sono dure morire, e non al passo con i problemi climatici e le possibilità offerte dalle apparecchiature moderne. Eppure, riducendo la temperatura di lavaggio da 40°C a 30°C, si risparmierebbe in un anno l’equivalente di 27 kg di CO2 per elettrodomestico. In Europa questo equivarrebbe al risparmio di 4,9 milioni di tonnellate di CO2 e sarebbe come togliere dalle strade più di un milione di auto. Se poi il 15% di coloro che in Europa lavano regolarmente i loro capi a 50°C o più cambiasse le proprie abitudini, il risparmio totale di CO2 corrisponderebbe a 6 milioni di tonnellate all’anno. È quanto emerge da The Truth About Laundry – La Verità sul Lavaggio, lo studio europeo sulle abitudini di lavaggio realizzato da Electrolux.

Due terzi degli europei lava ancora a 40°C o più

Quasi 6 persone su 10 (59%) fanno il bucato in modo automatico, senza pensarci sopra, e dichiarano di farlo come gli è stato insegnato dalle precedenti generazioni, mentre circa due terzi degli europei (63%) lava ancora a 40°C o più, nonostante da più di 10 anni si incoraggi a lavare a 30°C o meno. Dallo studio emerge poi che le donne preferiscono lavare a 40°C rispetto agli uomini (50% vs 45%), mentre gli uomini preferiscono lavare a 60°C (13% vs 8%).

In Europa, se il 45% delle persone tra i 18 e i 34 anni lava i propri capi a 30°C questa percentuale scende al 31% tra i 45 e i 54 anni, e al 28% oltre i 55 anni.

Come cambiare le abitudini di lavaggio

In merito alle ragioni per cui si sceglie di non lavare a temperature più basse, il 47% degli intervistati dichiara di non essere sicuro che il bucato venga pulito, il 39% esprime dubbi sul fatto che l’acqua fredda possa rimuovere le macchie e il 21% dice di farlo per abitudine. Le consuetudini nel fare il bucato potrebbero essere anche la spiegazione del perché il 53% degli intervistati non sia a conoscenza del collegamento tra lavare ad alte temperature e far durare più a lungo i capi. Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, sarebbe proprio questo l’elemento chiave per far cambiare le abitudini di lavaggio.

Con il bucato eco tutti risparmiano

“Quello che il nostro report mostra è che le persone si prendono cura dei propri capi e la maggior parte di loro riconosce che ci sono benefici ambientali nel farli durare più a lungo – spiega Vanessa Butani, director of Sustainability, Electrolux Europe -. Se possiamo educare e incoraggiare le persone a fare un piccolo, ma significativo passo avanti aggiornando il modo di fare il bucato, i risparmi sarebbero significativi. Risparmi per le persone in quanto utilizzerebbero di più i loro capi e avrebbero più denaro per acquistarli. Risparmi per quanto riguarda la loro impronta ambientale. E ancora più importante – aggiunge Butani – i milioni di tonnellate di CO2 risparmiati al pianeta”.

La rumorosità di un condizionatore d’aria

Quando ci accingiamo ad acquistare un nuovo condizionatore d’aria, siamo soliti valutare parametri quali la potenza, la possibilità di connettersi al Wi-Fi ed il design.

In realtà c’è un altro parametro che merita di essere preso in considerazione, dato che da esso dipende buona parte del comfort domestico. Parliamo proprio del livello di rumore del modello specifico che stiamo valutando, soprattutto in relazione all’ambiente di casa in cui andremo ad inserirlo.

Un aspetto molto importante per la zona notte

La quantità di rumore che produce un condizionatore d’aria viene misurata in decibel: più questo livello è basso, meno rumore sentiremo quando questo sarà in funzione. Soprattutto per quel che riguarda le camere da letto, è indispensabile che il climatizzatore d’aria sia il più possibile silenzioso.

Quando andiamo ad acquistare un nuovo climatizzatore d’aria dunque, dobbiamo assicurarci di controllare per bene quale sia il suo livello di rumorosità, e genericamente possiamo trovarlo all’interno delle specifiche tecniche del prodotto.

Di norma, livello di rumorosità di un condizionatore va di pari passo con la sua capacità di raffreddamento ed il motore, ovvero la macchina esterna, è solitamente più rumorosa dell’unità interna.

Sotto quale soglia di decibel un condizionatore viene considerato “silenzioso”?

In linea di massima, i dispositivi più silenziosi hanno un indice di rumorosità inferiore ai 35 decibel, e i condizionatori Daikin sono tra i più silenziosi al momento presenti sul mercato. In dettaglio, i condizionatori con la tecnologia inverter sono più silenziosi di quelli di tipo “on-off”.

Bisogna considerare che tra quelli di maggior qualità esistono addirittura condizionatori d’aria il cui livello di rumorosità scende sotto la soglia dei 20 decibel. Si tratta di ottime performance considerando che l’orecchio umano non è in grado di percepire dei rumori che scendono al di sotto dei 10 decibel.

Tieni conto di queste indicazioni dunque per la scelta del tuo nuovo condizionatore, soprattutto per quel che riguarda le camere da letto che necessitano di maggiore silenzio.

Aziende più attrattive, Ferrero, Ferrari, Intesa Sanpaolo sul podio

Tra le aziende più ambite e attrattive del 2019 i professionisti scelgono soprattutto quelle italiane, come Ferrero, Ferrari, Intesa Sanpaolo, Luxottica, UniCredit, Eni, Enel, Ferrovie dello Stato Italiane e Lamborghini. In particolare Ferrero, Luxottica, Intesa Sanpaolo e FSI sono tra le 5 più ambite dalle giovani manager, e Ferrero è la prima per gradimento per tutte le donne, indipendentemente dal profilo accademico, che sia business o stem.

È quanto emerge dalla ricerca Universum Most Attractive Employers Italy 2019 Professionisti: le aziende dei desideri dei giovani professionisti italiani, realizzata da Universum Global, la società svedese di progetti di ricerca e consulenza in campo employer branding.

Google è il datore di lavoro che meglio parla ai giovani

La ricerca, giunta alla quarta edizione, ha coinvolto più di 8.000 tra giovani professionisti provenienti da 35 settori sparsi su tutto il territorio nazionale, e quasi 4.000 professionisti senior. Per i professionisti di curriculum economico, 6 delle prime 10 aziende più attrattive sono italiane. Tra le prime cinque, a eccezione del colosso di Mountain View, che conquista il primo posto, si piazzano in testa Ferrero, seguita da Intesa Sanpaolo, Luxottica e UniCredit. A livello generazionale, Google è il datore di lavoro che meglio parla ai giovani professionisti, mentre le figure senior si identificano maggiormente con Ferrero.

Lamborghini e LVMH fanno per la prima volta il loro ingresso tra le TOP 10 della classifica.

Ferrero la più desiderata dalle giovani manager italiane

Per i professionisti formatisi nell’area ingegneristica sono 6 le italiane a occupare le prime dieci posizioni, Ferrari, ENI, Ferrero, ENEL, Ferrovie dello Stato Italiane e Lamborghini. Ferrero rimane stabile in prima posizione per il pubblico femminile, ed è l’azienda più desiderata dalle giovani manager italiane. Luxottica, che recupera 3 posizioni, e Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato Italiane le altre italiane nella top 5 di gradimento, rispettivamente per profili economici e scientifici. Forte rappresentanza del settore Moda per le giovani manager che hanno studiato business: oltre a Luxottica, anche LVMH, Giorgio Armani, Calzedonia e Valentino tra le 15 aziende più desiderate. Rimangono salde ai primi posti Intesa Sanpaolo e UniCredit Group, separate da pochi punti percentuali.

Eni, Enel e Fincantieri aumentano la propria attrattività

Per le giovani donne stem il farmaceutico continua ad aumentare la propria attrattività, ma sono sempre più desiderate dalle donne anche le italiane Eni, Enel e Fincantieri. In generale, sia i professionisti più giovani sia i senior, indipendentemente dal proprio percorso accademico, vogliono essere coinvolti e dare un proprio contributo in un posto di lavoro stimolante, prima caratteristica da loro ricercata, mentre i professionisti di profilo business collocano al primo posto l’avere opportunità di essere un leader, e i profili Stem danno maggiore importanza alla meritocrazia. Le tendenze, riporta Adnkronos, continuano su direzioni diverse per fasce di esperienza. I giovani professionisti riconoscono l’importanza di avere un obiettivo a cui ispirarsi. Le figure senior, invece, premiano un ambiente di lavoro creativo e dinamico.

Realizzare siti web professionali

Già… qualsiasi web agency si riempe la bocca di grandi parole e grandi progetti web: siti web impeccabili, responsive, perfetti, posizionati nella top 10 di Google. Già … peccato che almeno il 95% di esse non sarà in grado di farvi realizzare nulla attraverso il canale web. Perchè? Perchè se l’utente non si fida di voi, se non ha ben chiaro cosa fare quando naviga il vostro sito, se non ha la chiara percezione di un sito web professionale … beh, andrà altrove.

Cosa intendiamo per sito web professionale? Parecchie cose. Intanto un sito privo di evidenti lacune, difetti, problemi di navigazione e bug tecnici, che possano essere facilmente notati dall’utente finale e quindi penalizzare l’esperienza di navigazione. Poi preciso, completo, ricco di informazioni o, comunque, di contenuti di qualità: originali, ben scritti, strutturati nel modo giusto. Un sito che consenta una facile interazione con l’utente, una ricerca precisa all’interno delle pagine, una navigazione veloce ed esaustiva. Potremmo andare avanti ancora molto, le caratteristiche possono comunque essere riassunte in: un sito che genera conversioni.

Non è assolutamente semplice generare conversioni, ecco perchè WebSenior rappresenta un pò un’eccezione nel panorama delle web agency di Monza e Brianza. Realizza e posiziona siti web professionali in grado di generare contatti profilati, e di trattenere il visitatore per tutto il tempo necessario a massimizzare le possibilità che generi una richiesta. Team professionale, polivalente, molto disponibile e soprattutto continuamente aggiornato su SEO, SEM e web marketing in generale. Provate ad affidarvi a loro, e tornate su queste pagine per farci sapere com’è andata!

Le vacanze degli italiani: due settimane lontano da casa. Ma meno stanziali e un po’ più “ricche”

Vacanze meno stanziali e con qualche euro in più a budget. Ecco, in sintesi, il profilo del vacanziero italiano 2019 secondo l’Osservatorio mensile Findomestic realizzato con Doxa. In particolare, evidenzia il report, aumenta leggermente  il numero di quanti faranno un viaggio in un Paese Ue, l’80% non prevede di fare più di due settimane lontano da casa e il 63% non spenderà più di 1.000 euro a persona.

Piacciono le città e i viaggi itineranti

Sono in aumento gli italiani che decidono  di trascorrere le vacanze fuori dai confini nazionali soprattutto in un Paese europeo, così come scelgono meno le località di mare a beneficio di città d’arte e viaggi itineranti. Si scopre anche che per questa estate il 65% degli intervistati ha programmato una vacanza, mentre il 15% dovrà rinunciare soprattutto per problemi economici (53%). L’80% di coloro che partiranno non si concederà più di due settimane di ferie. Ancora, il report mette in luce che negli ultimi tre anni è diminuito progressivamente il numero di italiani che scelgono di trascorrere le ferie entro i confini nazionali: erano il 58% nel 2017 e quest’anno sono il 50%. Un fenomeno a vantaggio dei Paesi Ue apprezzati ormai da quasi un quarto degli italiani (23%). Le vacanze dei nostro connazionali, poi, sono sempre meno stanziali: il mare pur rimanendo la meta preferita, vede calare le preferenze dal 65% dell’anno scorso al 59%. Parallelamente chi sceglie un viaggio itinerante aumenta dal 10% del 2017 al 14% di quest’anno, mentre le città d’arte sfiorano il 10% dei consensi. Il 16% del campione, esattamente come l’anno scorso, non sa ancora dove andrà.

Mille euro la spesa media

La sensazione prevalente degli intervistati è che si spenderà tanto quanto l’anno precedente (53%). E se il 14% è convinto di abbassare la propria soglia di spesa (nel 2018 quanti pensavano di spendere meno erano il 19%), più di un quarto dei vacanzieri italiani (26,5%) prevede, invece, di spendere più dell’anno passato. Tra questi, quasi il 70% si dichiara pronto a spendere dal 10% (24,4% delle risposte) al 30%  (45,3% dei rispondenti) in più rispetto al 2018. Il 16,4% è disposto ad alzare il budget fino al 50%. C’è, infine, un 9% del campione che mette in preventivo per le vacanze un esborso tra il 70% e il 100% superiore a quello dell’anno scorso. La maggioranza (63%) di chi si concederà una vacanza mette a budget una spesa non superiore ai 1.000 euro a persona e la metà non vorrebbe andare oltre i 500 euro (33%). Il 17,3% spenderà, invece, fino a 1.500 euro, mentre solo il 13,6% si spingerà oltre la soglia dei 2.000 euro. La rateizzazione del costo di una vacanza rimane una pratica poco diffusa: solo il 4,1% degli italiani ha già acquistato a rate una vacanza e il 2,4% ha intenzione di farlo in futuro, dato in linea con quanto rilevato a partire dal 2014.

Prenotazioni online in ascesa

Quello di prenotare le vacanze online è un trend in costante ascesa. Sette italiani su dieci scelgono Internet per prenotare: il 42% lo fa attraverso siti dedicati, una buona parte attraverso il sito della struttura ricettiva (dal 13% del 2018 al 17% di quest’anno) mentre registrano un calo le agenzie di viaggio online (dal 13 al 10% di quest’anno).  Sempre in merito alle prenotazioni, gli italiani dimostrano di apprezzare gli sconti (il 38% cerca gli sconti per prenotazioni anticipate e il 23% per quelle last minute) e i servizi extra inclusi nel prezzo (30,6%).

Hackathon, ecco perché professionisti e manager dovrebbero parteciparvi 

Da evento di nicchia e vero e proprio must per le aziende: gli hackathon stanno guadagnando sempre più popolarità tra le imprese di tutti i settori e non solo in quelle It. In base a quanto dichiarato dai consulenti Hays It Services – divisione del gruppo Hays dedicata allo sviluppo dell’It contracting – “per i professionisti in ambito digital, gli studenti o coloro che sono in cerca di un impiego nel settore, partecipare a un hackathon può rivelarsi fondamentale per migliorare le proprie abilità e incrementare la propria spendibilità professionale”.

Hackathon, cosa è?

In estrema sintesi, gli hackathon sono l’incontro fra professionisti It e digital che insieme devono trovare soluzioni innovative o creare una novità per rispondere a un’esigenza. Questo si applica sia a prodotti hi-tech, come app o tecnologie robotiche, ma anche ai modelli di business più smart. E questi eventi attraggono tanti “cervelli”, dai professionisti esperti ai giovani desiderosi di costruirsi una carriera.

I benefici per le aziende

“Un tempo dominio della cosiddetta cultura startup, gli hackathon stanno ormai diventando uno strumento mainstream, utilizzato dalle aziende per trovare idee innovative, creare nuovi accattivanti prodotti e reclutare talenti in ambito It”, spiegano gli esperti di Hays It Services. “Gli hackathon apportano numerosi benefici alle aziende, grandi e piccole, in tutti i settori. La varietà di professionisti che vi partecipano porta diversità di pensiero e, di conseguenza, vengono generati prototipi e idee innovative. Senza gli hackathon il tasto ‘like’ e la chat di Facebook non esisterebbero, così come alcune note app di messaggistica istantanea”. Ancora, gli hackathon si rivelano uno strumento utili anche per i professionisti e non solo per le aziende.

Perché partecipare

Gli esperti hanno anche indicato i principali motivi per cui aziende e professionisti dovrebbero prendere parte a un hackathon, come riporta AdnKronos. Eccoli: si impara in un ambiente ‘a basso rischio’. Durante un hackathon, infatti, non si mette a rischio la propria carriera e, nella maggior parte dei casi, vi è la possibilità di vincere premi allettanti in caso di successo. Si acquisiscono nuove abilità tecniche e si migliorano le proprie soft skills grazie alla presenza di esperti e guru del settore con i quali confrontarsi. Si acquisisce esperienza trasformando i concetti in azioni. Si costruisce il proprio network perché in questi eventi si entra in contatto con molti professionisti del settore It e si viene a conoscenza delle opportunità di lavoro nelle aziende partner dell’evento. Si acquisisce esperienza in differenti settori. Si migliora la propria capacità di problem solving. Si può ottenere riconoscimento dall’esterno.

Quanto vale il business dei matrimoni in Italia?

In Italia pronunciare il fatidico “si” vale 15 miliardi di euro. Con circa 83 mila imprese dei settori legati alla celebrazione delle nozze, di cui quasi 11 mila in Lombardia, è boom di wedding planner e organizzatori di cerimonie. Che crescono del 9,6%, e dei servizi di catering (+9,1%). Napoli, Roma, Milano, Prato, Torino sono prime per attività, con 203 mila matrimoni celebrati nel 2016, di cui 19 mila quelli misti. Dove ci si sposa di più? In Calabria, Campania e Sicilia. Meno in Lombardia.

Il settore del wedding cresce del 2% circa in un anno.

Aumentano i matrimoni in Italia (+4,6% tra 2015 e 2016), e di conseguenza crescono anche le attività e business legate alle nozze. Secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, tra organizzazione di feste e cerimonie (wedding planner), confezionamento e vendita di abiti da sposa e da cerimonia, bomboniere, fiori, riprese fotografiche, catering per gli eventi e agenzie di incontri, si contano circa 83 mila imprese attive in Italia e quasi 11 mila in Lombardia, con un giro d’affari che ammonta a circa 15 miliardi di euro a livello nazionale e 6 miliardi in regione. E il settore del wedding cresce del 2% circa in un anno.

L’indotto del matrimonio

Crescono di più l’organizzazione di feste e cerimonie, tra cui i wedding planner, (+9,6% in un anno, 1.655 imprese attive), e i catering per eventi (+9,1%, 1.255 attività). Ruotano attorno alla celebrazione della cerimonia anche più di 22 mila imprese di confezione di “altro abbigliamento esterno”, tra cui abiti da sposa e cerimonia, (+2,1%), 30.564 attività di commercio al dettaglio di confezioni per adulti (+4,3%), oltre 14 mila negozi al dettaglio di fiori e piante e 1.318 di bomboniere, 11 mila attività di riprese fotografiche e 235 agenzie matrimoniali e d’incontro.

Dove ci sposa di più?

Nel 2016 in Italia sono stati celebrati oltre 203 mila matrimoni. Prima la Calabria (4,4 il quoziente di nuzialità ogni mille residenti), seguita da Campania (4,3) e Sicilia (4,2), mentre la Lombardia è fanalino di coda (2,8). Ci si sposa di meno a Milano, Rovigo e Belluno. Crescono anche i matrimoni misti tra italiani e stranieri, +6,7% in un anno (circa 19 mila nel 2016, 1 su 10 tra tutti i matrimoni celebrati in Italia). Se per numero assoluto di matrimoni misti prime sono Roma (1.530), Torino (741) e Milano (684), le province dove i matrimoni misti pesano di più sul totale sono Terni (circa 1 matrimonio su 5), Rimini, Ravenna e Reggio Emilia.