Categoria: Curiosità

Matrimoni, feste e viaggi. I soldi persi dagli italiani a causa del Covid-19

I mesi primaverili per tradizione sono quelli in cui si celebrano matrimoni, comunioni, e cresime, o ci si concede un viaggio per le vacanze pasquali. La quarantena quest’anno ha però costretto più di 9,6 milioni di famiglie italiane a cancellare o rimandare impegni già programmati, e per i quali le spese erano già state sostenute. Da un’indagine di Facile.it commissionata all’istituto mUp Research, in collaborazione con Norstat, emerge che più di 5,1 milioni di famiglie, pari al 27,6% dei nuclei familiari italiani, hanno dovuto annullare i festeggiamenti, anche se avevano già sostenuto i costi legati alla ricorrenza.

Compleanni e matrimoni non rimborsati

Un caso particolare è quello legato alle feste di compleanno previste in sale prese in affitto. Il 13,7% delle famiglie è stato costretto ad annullarle, e più della metà (50,8%) non è riuscita a ottenere un rimborso. È andata meglio al 13,4% di coloro che hanno ottenuto un rimborso completo, o al 22,9% che almeno ha avuto la possibilità di riutilizzare, sia pure in un’altra data, quanto già pagato.

Oltre 1,1 milioni di famiglie, poi, erano coinvolte in matrimoni che gli sposi sono stati costretti ad annullare. Ma oltre al danno hanno subito anche la beffa, visto che il 29,1% di loro non ha ottenuto alcun rimborso per la cerimonia cancellata.

Il 34,8% di famiglie ha dovuto disdire un viaggio

Sono il 34,8% le famiglie italiane che sono state costrette ad annullare una vacanza in tutto o in parte già pagata. Tra queste, quasi una su tre (poco più di 2 milioni di nuclei) non è riuscita a ottenere alcun rimborso, e se si considerano anche coloro che hanno ottenuto solo un rimborso parziale si arriva a 3 milioni di famiglie. Il 20,8% dei nuclei familiari non ha potuto usufruire del biglietto aereo, navale o ferroviario. Come forma di rimborso, nel 35% dei casi è stato offerto un voucher da poter riutilizzare in un’altra data, ma una famiglia su 4 (25,5%), non ha ottenuto alcun rimborso, riporta Adnkronos.

Il 13,7% poi ha dovuto annullare prenotazioni fatte in hotel e B&B, e se il 35,5% dei nuclei familiari ha ottenuto dalla struttura un rimborso completo, al 32,6% è stata data la possibilità di cambiare la data di check-in.

Eventi e manifestazioni annullate

Tra gli impegni che gli italiani hanno dovuto annullare ci sono anche la partecipazione a eventi, manifestazioni, congressi, concerti, fiere e spettacoli. Questo riguarda il 25,2% delle famiglie italiane. Più in particolare, il 12,3% non ha potuto assistere a concerti o spettacoli teatrali, anche se nel 49,2% dei casi è stata data la possibilità di riutilizzare quanto già acquistato in un’altra data. Nel 33,6% dei casi però non si è ottenuto alcun rimborso.

Il 7,8% delle famiglie ha dovuto anche disdire la partecipazione a eventi sportivi, valore che raggiunge il 10,5% nei nuclei con 4 o più componenti, e sale fino al 10,8% nelle famiglie in cui sono presenti figli minorenni.

Vivere da ricchi o modestamente, la percezione cambia in base al reddito

La percezione della prosperità cambia in base al reddito, e gli standard da parte di chi ha quanto basta, chi ha molto e chi moltissimo cambiano parecchio. Lo studio Living on different income in London, condotto dalla Loughborough University e dalla University of Birmingham per l’associazione di beneficenza inglese Trust for London, ha stilato la lista dei beni e servizi essenziali per l’anno 2020 in base alle diverse tasche. Per i super ricchi, ad esempio, la lista comprende molte case (senza mutuo) in diversi Paesi, jet privati, supercar e yacht, mentre per chi vive con un reddito minimo cibo, vestiti e un riparo.

Super ricchi e ricchi

Imprenditori, celebrities, manager-inventori di alto profilo, calciatori di serie A e proprietari di squadre di calcio sono i super ricchi di oggi, mentre fra i ricchi rientrano banchieri di fascia alta, avvocati, persone con proprie attività commerciali, proprietari di più immobili in affitto, azioni e dividendi, investimenti offshore e cospicue eredità. I ricchi possiedono case grandi, con camere extra, oltre a una casa per le vacanze, al mare o in un altro Paese. Hanno un auto in più e fanno almeno 5 vacanze all’anno. I bambini vanno in scuole private di prestigio.  Rientra invece nella categoria di coloro che vivono comodamente chi possiede una casa (anche con mutuo) con camere da letto sufficienti per ogni componente della famiglia e servizio di portineria.

Vivere comodamente

Chi vive comodamente si rivolge a consulenti finanziari per la gestione dei propri soldi e spende soprattutto in beni di consumo, come abbigliamento e accessori, a volte, di lusso. Hanno la tv on demand, tablet e cellulari delle marche più prestigiose e li sostituiscono appena escono i nuovi modelli. A casa ordinano spesso il cibo a domicilio, e vanno al ristorante una volta alla settimana. Fanno una vacanza estiva di due settimane in un luogo da raggiungere con un volo di lungo raggio, e una vacanza invernale di 7-10 giorni. Hanno un’assicurazione privata per le spese sanitarie e pagano servizi extra per il benessere, riporta Ansa.

Sopravvivere comodamente o con un reddito minimo

Possedere una piccola casa in periferia pagando il mutuo basta a rientrare nella categoria di chi sopravvive comodamente. A questo si somma qualche risparmio per le emergenze. Mangiare qualche volta fuori casa si può, così come andare al cinema una volta alla settimana, avere un abbonamento in palestra e uno alle piattaforme tv. La spesa però si fa nelle grandi catene di supermarket, e l’auto si compra ogni 5-10 anni a rate.

Per chi invece vive con il livello minimo di reddito si tratta di avere ciò di cui si ha bisogno. Come abitare in cohousing o in monolocali in affitto, comprare smartphone con contratti a basso costo, e avere accesso ai canali tv free. Non si possiede un’auto. A cena fuori si va per le occasioni speciali, e si fa una settimana di vacanza l’anno affittando appartamenti sulle piattaforme online.

Tripadvisor, arriva il Centro Recensioni per i ristoratori

Tripadvisor lancia il Centro Recensioni, il nuovo portale interattivo che dà la possibilità ai proprietari di ristoranti di rispondere alle recensioni. Non solo di Tripadvisor, ma anche di TheFork, Google, Facebook e altri ancora. Il tutto da un’unica piattaforma. Il 90% dei consumatori afferma infatti che le recensioni contano nella scelta del posto dove mangiare, ed è importante per i ristoranti prestare attenzione ai feedback online dei clienti. Quando i proprietari rispondono, il 63% dei consumatori è più propenso a prenotare. E con il nuovo servizio Tripadvisor intende aiutare i ristoranti a gestire meglio il proprio business, e a prendere il controllo della reputazione online.

Una panoramica dei punteggi da diverse piattaforme 

“Pochi ristoratori hanno tempo di entrare in ognuno dei vari siti di ristoranti per rispondere alle recensioni dei loro clienti – ha commentato Bertrand Jelensperger, senior vice president of Restaurants, Tripadvisor – e il Centro Recensioni è l’ultimo esempio degli sforzi di Tripadvisor per rendere più semplice la gestione e il marketing online dei ristoranti per i proprietari”. Ma come funziona Centro Recensioni? Centro Recensioni mostra una panoramica dei punteggi e delle recensioni di diverse piattaforme e dà la possibilità ai proprietari di esplorare in modo approfondito l’andamento delle recensioni, permettendo così di vedere cosa funziona, e dove si può migliorare l’esperienza dei clienti. Questo, grazie a una gamma completa di recensioni di diversi siti.

Gestire la reputazione online è più facile

I proprietari dei ristoranti possono quindi rispondere velocemente a ogni recensione con una risposta ponderata della direzione, ringraziare gli ospiti per i loro feedback e condividere la loro versione dei fatti. La risposta della direzione che condivideranno viene quindi automaticamente postata sul sito, o sull’app, su cui la recensione originariamente è stata pubblicata dal cliente, rendendo la gestione della reputazione online più facile e veloce. Centro Recensioni è un servizio in abbonamento, disponibile per i proprietari di ristoranti, operatori e team di digital marketing. L’iscrizione può essere mensile o annuale, ed è disponibile in tutti i mercati in cui opera Tripadvisor. 

L’importanza di rispondere al cliente

Uno Studio IPSOS Mori, dal titolo Il potere delle recensioni, mostra che oltre il 90% dei clienti sostiene che le recensioni dei ristoranti siano importanti nella scelta di un posto in cui mangiare. Un dato che mostra quanto sia importante prestare attenzione a cosa dicono i consumatori online. Anche perché le recensioni online non solo mostrano le esperienze dei clienti passati, ma danno anche ai proprietari la possibilità di mostrare il meglio della loro attività a possibili clienti futuri. Dallo studio emerge poi che 6 su 10 intervistati (63%) affermano di essere più propensi a prenotare se i proprietari rispondono alla maggior parte delle recensioni. E quando un proprietario lascia una risposta personalizzata alle recensioni, sono oltre tre quarti dei rispondenti (77%) a sostenere di essere più propensi a prenotare.

Record per il Made in Italy sulle tavole di tutto il mondo, 3,5 miliardi di euro

Il Made in Italy vola sulle tavole delle feste di tutto il mondo. L’export dei prodotti tipici del nostro comparto agroalimentare hanno segnato un vero e proprio record. In tutto il mondo l’export italiano di vini, spumanti, panettoni, formaggi, salumi, ma anche caviale nostrano, nel periodo di Natale e Capodanno 2019 ha raggiunto infatti complessivamente i 3,5 miliardi di euro. Un aumento del 7% rispetto alle festività del 2018. Tra i grandi protagonisti del cibo Made in Italy sulle tavole delle feste straniere si conferma lo spumante, che grazie a un aumento in valore del 4% fa segnare un nuovo record, in linea con la crescita dell’intero settore vitivinicolo, anch’esso in aumento del 4%.

Tutti pazzi per panettoni, tortellini, formaggi e cotechini

Non solo spumante, ma anche dolci, salumi, e pasta ripiena. Da quanto emerge da un’analisi della Coldiretti, sulla base delle proiezioni relative al mese di dicembre 2019 effettuate sui dati Istat del commercio estero, a essere richiesti all’estero sono infatti anche i nostri dolci nazionali, come i panettoni e gli altri prodotti della pasticceria tipica delle feste, complessivamente in aumento dell’11% in valore. Sempre più gettonata poi anche la pasta farcita tradizionale del periodo invernale, come i tortellini e i cappelletti, che hanno segnato una crescita del +8%. Ma è in salita anche la domanda dei formaggi italiani, che hanno fatto registrare un aumento in valore delle esportazioni pari al 12%, così come quella di prosciutti, cotechini e altri salumi, cresciuti del +3%.

Boom per il caviale italiano, all’estero +18%

La vera sorpresa però è il successo del caviale Made in Italy, che a dicembre 2019 ha fatto segnare una crescita boom sui mercati internazionali, con un +18% nelle esportazioni, riporta Askanews.

“Il record fatto segnare sulle tavole delle feste è significativo delle grandi potenzialità che ha l’agroalimentare italiano, che traina la ripresa dell’intero Made in Italy, peraltro in una situazione resa difficile a causa delle tensioni internazionali, ha affermato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Tutelarsi dai prodotti taroccati della “agropirateria”

Ma secondo il presidente della Coldiretti “l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare da una più efficace tutela nei confronti della agropirateria internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati – sottolinea Ettore Prandini – che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale”.

Saper leggere e scrivere protegge il cervello

Gli analfabeti, coloro che non hanno mai imparato a leggere e scrivere, presentano un rischio quasi tre volte maggiore di sviluppare una demenza rispetto chi è in grado di farlo. Leggere e scrivere infatti si rivelano un vero e proprio “scudo” contro la demenza. Almeno, secondo uno studio americano pubblicato su Neurology.

“Essere in grado di leggere e scrivere consente alle persone di impegnarsi in più attività – spiega Jennifer J. Manly, della Columbia University Vagelos College of Physicians di New York e autrice dello studio – come leggere giornali e aiutare figli e nipoti a fare i compiti”. E se precedenti ricerche dimostrano che queste attività possono ridurre il rischio di demenza “il nostro nuovo studio – aggiunge Manly – fornisce ulteriori prove del fatto che leggere e scrivere possono essere fattori importanti per mantenere un cervello sano”.

Uno studio americano su 983 persone con bassi livelli di istruzione

Lo studio ha coinvolto 983 persone con età media di 77 anni e bassi livelli di istruzione. I ricercatori hanno chiesto loro se avessero mai imparato a leggere o scrivere, dividendoli poi in due gruppi, 237 analfabeti e 746 alfabetizzati.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a esami medici e hanno sostenuto test di memoria e cognitivi, sia all’inizio dello studio sia nel corso di follow-up fissati ogni 18-24 mesi. I test includevano la capacità di ricordare il maggior numero di parole relative a determinate categorie, dalla frutta agli abiti.

Dopo quattro anni il 48% degli analfabeti si è ammalato di demenza

I ricercatori hanno scoperto che fra gli analfabeti 83 persone su 237 (il 35%) soffrivano di demenza all’inizio dello studio. Nell’altro gruppo il dato era di 134 persone su 746, ovvero il 18%. Dopo aver adattato i dati tenendo conto di età, stato socioeconomico e malattie cardiovascolari, è risultato che gli anziani che non sapevano leggere e scrivere avevano una probabilità quasi tre volte maggiore di demenza. Tra i partecipanti cognitivamente sani all’inizio dello studio, infatti, dopo quattro anni il 48% degli analfabeti si era ammalato di demenza, contro il 27% dell’altro gruppo.

L’alfabetizzazione è legata a punteggi più alti anche su memoria e test cognitivi

I ricercatori hanno concluso quindi che chi non era in grado di leggere e scrivere aveva il doppio delle probabilità di sviluppare una demenza, riporta Adnkronos. E fin dall’inizio del monitoraggio anche la capacità di linguaggio e ragionamento sono risultate ridotte negli anziani analfabeti.

“L’alfabetizzazione era legata a punteggi più alti sulla memoria e nei test cognitivi in generale, non solo ai punteggi di lettura e linguaggio – commenta Manly -. Anche se hanno solo pochi anni di istruzione alle spalle, le persone che imparano a leggere e scrivere possono beneficiare di vantaggi per tutta la vita rispetto a chi non ha imparato mai”.

Fornitura idrica, nuove regole e standard sulla morosità

Lo annuncia l’Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambiente (Arera): dal 1° gennaio 2020 saranno introdotte regole certe e uguali in tutta Italia nel caso di mancati pagamenti da parte degli utenti per la fornitura dell’acqua. Con la delibera 311/2019/R/idr vengono infatti definiti i tempi e le modalità standard per la costituzione in mora, la rateizzazione degli importi, la sospensione della fornitura dell’acqua e la risoluzione del contratto. Il tutto salvaguardando le utenze vulnerabili in documentato stato di disagio economico sociale, e quelle pubbliche non disalimentabili, come scuole e ospedali.

Cosa cambia nel caso di mancato pagamento per le utenze domestiche residenti

Dopo un’ampia consultazione la delibera 311/2019/R/idr introduce quindi misure idonee ad assicurare all’utente l’adeguatezza e la trasparenza dell’informazione in merito alle azioni messe in atto dal gestore a tutela del proprio credito, ma anche la certezza delle modalità e delle tempistiche per il loro svolgimento. Più in dettaglio, nei casi di morosità delle utenze domestiche residenti non vulnerabili la fornitura potrà essere sospesa soltanto dopo il mancato pagamento di fatture per importi superiori al corrispettivo annuo dovuto per la fascia di consumo agevolato. O quando tecnicamente fattibile, solo successivamente alla limitazione del flusso dell’acqua, assicurando soltanto il quantitativo minimo vitale, che equivale a 50 litri per abitante al giorno.

Quando in mora è il condominio

Per la medesima categoria di utenza, la disattivazione della fornitura, con la risoluzione del contratto, potrà essere effettuata dal gestore solo nel caso in cui, a seguito della limitazione o sospensione e nel proseguirsi della mora, venga manomesso il misuratore, o nel caso in cui le stesse utenze non abbiano provveduto a pagare i relativi oneri per il recupero della morosità pregressa.

Nel caso di utenze condominiali invece il gestore non potrà limitare/sospendere/disattivare la fornitura idrica se entro la scadenza dei termini previsti nella comunicazione di messa in mora, sia stato pagato almeno metà dell’importo dovuto in un’unica soluzione. Potrà invece procedere con le azioni sulla fornitura se l’utenza condominiale non effettui il saldo entro i successivi sei mesi, riporta Askanews.

I gestori dovranno garantire la rateizzazione degli importi su 12 mesi

I gestori dovranno garantire, quando previsto, la rateizzazione degli importi oggetto di costituzione in mora su 12 mesi, informando in modo chiaro l’utente dei tempi e delle modalità per ottenerla. Il gestore dovrà poi inviare la costituzione in mora almeno 25 giorni solari dopo la scadenza della fattura, ma non prima di aver inviato un sollecito bonario con allegato il bollettino per il pagamento.

Obbligo di riattivazione della fornitura limitata, sospesa o disattivata per morosità, entro due giorni feriali dall’attestazione dell’avvenuto saldo da parte dell’utente finale. Previsti poi indennizzi automatici da 10 a 30 euro nel caso in cui non vengano rispettate, in tutto o in parte, tali modalità.

Raccolta differenziata, si ricicla di più, ma non è facile

Tra gli italiani la raccolta differenziata è sempre più diffusa. Per l’86% dei nostri connazionali si tratta di un’abitudine che indica senso civico, poiché va a beneficio di tutti pur in assenza di un ritorno economico diretto. Riciclare correttamente i propri rifiuti però non è sempre facile. Soprattutto per la difficoltà a interpretare i simboli per la raccolta differenziata che si trovano sui prodotti confezionati. Tanto che se il 38% degli italiani dichiara di capirli “più o meno bene”, il 18% afferma di non capirli bene, e il 7% non li capisce affatto. Al contrario, li capisce molto bene il 25%, ed estremamente bene, il 12%.

Il 90% degli italiani differenzia vetro e plastica

Lo rileva l’indagine sull’economia circolare elaborata da Ipsos per Conou, presentata durante EcoForum. Secondo la ricerca gli italiani differenziano sempre di più, in particolare il vetro e la plastica, che nel 2018 sono stati raccolti dal 90% degli italiani. Una percentuale in crescita  rispetto al 2005, quando venivano riciclati rispettivamente dal 71% (vetro) e dal 63% (plastica).

L’87% raccoglie invece con costanza carta e lattine, contro il 65% e il 42% del 2005, e sta crescendo molto anche l’abitudine a differenziare l’umido, raccolto dall’82% dei consumatori nel 2018 contro il 36% del 2005.

Il problema è il packaging

A preoccupare gli italiani, però, è il packaging, ovvero l’imballaggio dei prodotti. L’87% dei consumatori intervistati si dichiara infatti preoccupato per l’impatto che questo può avere sull’ambiente.

Ma chi deve farsi carico del problema? In particolare, chi dovrebbe preoccuparsi di ridurre la quantità di materiale utilizzato per le confezioni? Per il 30% degli italiani dovrebbero essere le aziende stesse, anche se il 39% afferma che dovrebbero occuparsene congiuntamente aziende, governo, e consumatori, riporta Adnkronos.

Aumentare la gamma dei prodotti riciclabili e introdurre sanzioni

Gli italiani però sono pronti ad agire in prima persona, non solo acquistando prodotti realizzati con materiali riciclati (53%) e riutilizzando gli articoli monouso (48%), ma anche smettendo di acquistare beni con imballaggi non riciclabili (41%), o smettendo di acquistare nei negozi che vendono molti prodotti con imballaggi non riciclabili (24%). Inoltre, sono anche disposti a pagare di più per prodotti con packaging green (9%). Per ridurre l’utilizzo della plastica e dei materiali non riciclabili, in molti poi sarebbero favorevoli alle sanzioni. Per il 46% degli intervistati le amministrazioni dovrebbero essere obbligate ad aumentare la gamma dei prodotti riciclabili, e per il 33% andrebbero tassati i negozi che utilizzano prodotti non sostenibili.

I big del tech contro il terrorismo sul web

Amazon, Facebook, Google, Microsoft e Twitter scendono in campo per confinare l’utilizzo di siti e social network da parte di terroristi ed estremisti violenti, e hanno sottoscritto un piano composto da nove punti per mettere al bando chi semina odio e morte sul web. Le misure già adottate non bastano infatti a fermare la diffusione di messaggi su Internet che istigano comportamenti violenti. L’impegno è stato confermato a Parigi in occasione dell’Appello di Christchurch contro la violenza online, durante un incontro all’Eliseo tra il presidente francese Emmanuel Macron, la premier neozelandese Jacinda Ardern, e altri capi di Stato.

Un Appello siglato da 26 rappresentanti politici e industriali

L’Appello è stato siglato anche da 26 rappresentanti politici e industriali. Non però da quelli degli Usa: la Casa Bianca ha fatto sapere di non aderire alla sottoscrizione per rispetto delle libertà d’espressione e di stampa. In ogni caso, l’iniziativa prende le mosse dalla strage di Christchurch (Nuova Zelanda) del 15 marzo scorso, quando un terrorista australiano fece irruzione in due moschee uccidendo 51 persone, e mostrando tutto in diretta Facebook. Il video della carneficina, lungo 17 minuti, rimbalzò da una piattaforma all’altra, e da un capo all’altro del pianeta, senza che se ne riuscisse a fermare la circolazione.

Investire in tecnologie per bloccare la diffusione di contenuti estremisti

“L’attacco terroristico a Christchurch è stato una tragedia terribile. È quindi giusto che ci riuniamo, risoluti nell’impegno a garantire che stiamo facendo tutto il possibile per combattere l’odio e l’estremismo che portano alla violenza terroristica”, si legge nel testo di assunzione di responsabilità firmato da Amazon, Facebook, Google, Microsoft e Twitter. Attraverso la sottoscrizione le cinque aziende hi-tech si impegnano a investire in tecnologie per individuare e bloccare la diffusione di contenuti estremisti, anche se avvengono in diretta, a fornire report periodici, e a fornire gli utenti di maggiori strumenti per segnalare i contenuti d’odio.

Rafforzare la partnership tra governi, società e industria tecnologica

Si tratta di uno sforzo congiunto per condividere lo sviluppo tecnologico, creare un protocollo di crisi, ed educare e sensibilizzare gli utenti contro l’odio e il bigottismo, riporta Ansa. “Il terrorismo e l’estremismo violento sono problemi sociali complessi che richiedono una risposta da parte di tutta la società – rilevano le cinque compagnie -. Gli impegni che ci stiamo assumendo oggi rafforzeranno la partnership tra governi, società e industria tecnologica per affrontare questa minaccia”.

L’accordo parigino è stato preceduto di alcune ore dalla limitazione delle dirette video annunciata da Facebook, finito nell’occhio del ciclone per non essere riuscito a fermare la proliferazione del video sul massacro neozelandese. Il social di Mark Zuckerberg ha reso noto che impedirà di trasmettere filmati in diretta a chiunque violi alcuni termini d’uso, come quelli appunto che vietano di propugnare azioni violente.

 

Che aria tira in Italia? Peggiora la qualità, ma aumenta la mobilità sostenibile

Nel 2018 in alcune città italiane la qualità dell’aria è migliorata, ma altre segnalano record negativi. Per le concentrazioni di PM10, ad esempio, la maglia nera spetta a Torino, che “conquista” il primo posto della classifica delle città italiane per superamento dei limiti giornalieri. Si sono ridotti invece i livelli di NO2 (diossido di azoto) a Messina (-23%), Cagliari (-21%), Roma (-12%), Torino (-12%) e Bologna (-11%), mentre Reggio Calabria e Catania segnalano un aumento. Rispetto ai limiti normativi le diminuzioni registrate però non bastano, e Milano, Roma e Torino restano fuori legge.

Concentrazioni medie di PM10, diverse città superano i limiti giornalieri

Lo rileva il rapporto MobilitAria 2019, realizzato da Kyoto Club, istituto Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IIA) in collaborazione con Opmus Isfort, su 14 città e aree metropolitane italiane nel periodo 2017-2018.

Secondo il rapporto, per le concentrazioni medie di PM10 per diverse città è avvenuto il superamento dei limiti giornalieri, che non dovrebbero superare i 35 giorni di superamento annuo. Tra queste la peggiore del 2018 è Torino (89 giorni), seguita da Milano (79), Venezia (63), Cagliari (49) e Napoli (40).

Più spostamenti a basso impatto nelle aree urbane

Il rapporto MobilitAria contiene anche i dati inediti dell’Osservatorio Opmus-Isfort sulla mobilità in 14 aree metropolitane relativi agli anni 2016-2017, messi a confronto con gli anni 2012-13. L’Osservatorio introduce quindi il tasso di mobilità sostenibile, costruito sommando gli spostamenti a basso impatto (piedi, bici e Tpl) nelle aree urbane.

In generale, secondo lì’Osservatorio, in Italia nel 2016-2017 rispetto al 2012-2013 l’indice è cresciuto di quasi 8 punti a livello nazionale, e di circa 5,5 punti nelle aree metropolitane. Dai dati dell’Osservatorio emergono poi il balzo della mobilità a piedi e in bicicletta, la tenuta del trasporto pubblico e il calo dell’uso dell’auto, che tuttavia resta ampiamente il mezzo preferito dai cittadini metropolitani con oltre il 50% di spostamenti.

Se il tasso risulta inferiore al 40% sia nella media delle città metropolitane sia in quella nazionale, l’area metropolitana di Milano mette a segno un tasso di mobilità sostenibile di poco inferiore al 50% (48,3%).

Nella classifica delle città virtuose, subito dopo Milano, vengono Genova (46,7%), Venezia (46,4%) e Bari (44,1%). In fondo alla classifica Catania, Reggio Calabria e Messina.

Le auto tornano ad aumentare nelle città

Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, dopo anni in costante diminuzione nel biennio 2017-2018 torna a salire l’indice di motorizzazione di automobili sia nelle città che nelle aree metropolitane. E Torino è la peggiore (+5%, 674 veicoli/1000 abitanti), seguita da Bologna (+3%, 531veicoli/1000 abitanti).

Per quanto riguarda invece l’uso del Trasporto Pubblico Urbano aumentano gli utenti a Bologna (+18%), Torino (+12%) e Cagliari (+9%), mentre la maglia nera spetta a Catania, che registra un -10%. Secondo lo studio, poi, la sharing mobility cresce a Milano, Torino, Firenze, Roma, Palermo e Cagliari, sbarca a Bologna per la prima volta, ma nelle altre città non decolla

Per un’impresa su 3 il personale deve aggiornare le competenze

Quasi un terzo delle imprese con almeno un dipendente, oltre 550.000 imprese italiane, avverte l’esigenza di disporre di personale più aggiornato, e più in linea con i cambiamenti tecnologici in atto di processo e di prodotto. Secondo quanto rilevato dall’indagine Inapp dal titolo Professioni e Competenze nelle imprese, il 35,2% delle imprese con almeno un dipendente dichiara infatti di avere “almeno una figura per cui si registra un fabbisogno da soddisfare con attività di aggiornamento”. Un dato medio nazionale in crescita del 2,4% rispetto al 2014, anno della precedente edizione dell’indagine.

I settori che registrano il maggiore fabbisogno di formazione e aggiornamento

L’indagine Inapp mostra poi come i fabbisogni più elevati di formazione e aggiornamento vengano registrati nei servizi e nei segmenti della manifattura a più alta intensità tecnologica, come Chimica (37,7%), Elettronica (36,9%), Energia, acqua e rifiuti (35,3%) e Metalmeccanica (34,4%). Queste necessità sono particolarmente rilevanti però anche nell’ambito dei servizi che riguardano le attività di Istruzione, nella Sanità e nei servizi alle persone (47,8%), e nei settori Comunicazione, Attività finanziarie e altri servizi alle imprese (38,6%).

Una necessità che riguarda più le skills che le conoscenze disciplinari

Secondo l’indagine, le professioni che registrano le esigenze più forti di aggiornamento sono quelle qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (29,2%), degli Artigiani, operai specializzati e agricoltori (20,9%), delle Professioni esecutive nel lavoro di ufficio (20,8%) e delle Professioni tecniche (14,9%). In ogni caso, la necessità di aggiornamento maggiore, riporta Adnkronos, riguarda le competenze (skills) più che le conoscenze disciplinari. In particolar modo quelle relative al problem solving, alla capacità di pianificare l’utilizzo delle risorse e le abilità di tipo tecnico e competenze di tipo comunicativo e relazionale.

A manifestare un fabbisogno di aggiornamento di conoscenze e skills sono soprattutto le imprese con oltre 250 dipendenti (l’87,8%), seguite da quelle con un numero di dipendenti che varia da 50 a 249 dipendenti (il 76,5%).

A livello territoriale il Nord-Est è l’area più “esigente”

A livello territoriale le imprese che segnalano maggiori esigenze di aggiornamento sono al Nord-Est, con il 36,5%, seguite da quelle del Nord-Ovest, con il 36,3%, mentre per il 34,5% si trovano al Sud e nel 33,5% dei casi al Centro. E sono le piccole imprese quelle che manifestano una maggiore debolezza nel prefigurare i fabbisogni ed elaborare strategie di medio-lungo periodo. Mentre le aziende medio-grandi mostrano di percepire con maggiore facilità il fabbisogno di aggiornamento delle competenze, da soddisfare con nuove attività formative.