Categoria: Curiosità

Raccolta differenziata, si ricicla di più, ma non è facile

Tra gli italiani la raccolta differenziata è sempre più diffusa. Per l’86% dei nostri connazionali si tratta di un’abitudine che indica senso civico, poiché va a beneficio di tutti pur in assenza di un ritorno economico diretto. Riciclare correttamente i propri rifiuti però non è sempre facile. Soprattutto per la difficoltà a interpretare i simboli per la raccolta differenziata che si trovano sui prodotti confezionati. Tanto che se il 38% degli italiani dichiara di capirli “più o meno bene”, il 18% afferma di non capirli bene, e il 7% non li capisce affatto. Al contrario, li capisce molto bene il 25%, ed estremamente bene, il 12%.

Il 90% degli italiani differenzia vetro e plastica

Lo rileva l’indagine sull’economia circolare elaborata da Ipsos per Conou, presentata durante EcoForum. Secondo la ricerca gli italiani differenziano sempre di più, in particolare il vetro e la plastica, che nel 2018 sono stati raccolti dal 90% degli italiani. Una percentuale in crescita  rispetto al 2005, quando venivano riciclati rispettivamente dal 71% (vetro) e dal 63% (plastica).

L’87% raccoglie invece con costanza carta e lattine, contro il 65% e il 42% del 2005, e sta crescendo molto anche l’abitudine a differenziare l’umido, raccolto dall’82% dei consumatori nel 2018 contro il 36% del 2005.

Il problema è il packaging

A preoccupare gli italiani, però, è il packaging, ovvero l’imballaggio dei prodotti. L’87% dei consumatori intervistati si dichiara infatti preoccupato per l’impatto che questo può avere sull’ambiente.

Ma chi deve farsi carico del problema? In particolare, chi dovrebbe preoccuparsi di ridurre la quantità di materiale utilizzato per le confezioni? Per il 30% degli italiani dovrebbero essere le aziende stesse, anche se il 39% afferma che dovrebbero occuparsene congiuntamente aziende, governo, e consumatori, riporta Adnkronos.

Aumentare la gamma dei prodotti riciclabili e introdurre sanzioni

Gli italiani però sono pronti ad agire in prima persona, non solo acquistando prodotti realizzati con materiali riciclati (53%) e riutilizzando gli articoli monouso (48%), ma anche smettendo di acquistare beni con imballaggi non riciclabili (41%), o smettendo di acquistare nei negozi che vendono molti prodotti con imballaggi non riciclabili (24%). Inoltre, sono anche disposti a pagare di più per prodotti con packaging green (9%). Per ridurre l’utilizzo della plastica e dei materiali non riciclabili, in molti poi sarebbero favorevoli alle sanzioni. Per il 46% degli intervistati le amministrazioni dovrebbero essere obbligate ad aumentare la gamma dei prodotti riciclabili, e per il 33% andrebbero tassati i negozi che utilizzano prodotti non sostenibili.

I big del tech contro il terrorismo sul web

Amazon, Facebook, Google, Microsoft e Twitter scendono in campo per confinare l’utilizzo di siti e social network da parte di terroristi ed estremisti violenti, e hanno sottoscritto un piano composto da nove punti per mettere al bando chi semina odio e morte sul web. Le misure già adottate non bastano infatti a fermare la diffusione di messaggi su Internet che istigano comportamenti violenti. L’impegno è stato confermato a Parigi in occasione dell’Appello di Christchurch contro la violenza online, durante un incontro all’Eliseo tra il presidente francese Emmanuel Macron, la premier neozelandese Jacinda Ardern, e altri capi di Stato.

Un Appello siglato da 26 rappresentanti politici e industriali

L’Appello è stato siglato anche da 26 rappresentanti politici e industriali. Non però da quelli degli Usa: la Casa Bianca ha fatto sapere di non aderire alla sottoscrizione per rispetto delle libertà d’espressione e di stampa. In ogni caso, l’iniziativa prende le mosse dalla strage di Christchurch (Nuova Zelanda) del 15 marzo scorso, quando un terrorista australiano fece irruzione in due moschee uccidendo 51 persone, e mostrando tutto in diretta Facebook. Il video della carneficina, lungo 17 minuti, rimbalzò da una piattaforma all’altra, e da un capo all’altro del pianeta, senza che se ne riuscisse a fermare la circolazione.

Investire in tecnologie per bloccare la diffusione di contenuti estremisti

“L’attacco terroristico a Christchurch è stato una tragedia terribile. È quindi giusto che ci riuniamo, risoluti nell’impegno a garantire che stiamo facendo tutto il possibile per combattere l’odio e l’estremismo che portano alla violenza terroristica”, si legge nel testo di assunzione di responsabilità firmato da Amazon, Facebook, Google, Microsoft e Twitter. Attraverso la sottoscrizione le cinque aziende hi-tech si impegnano a investire in tecnologie per individuare e bloccare la diffusione di contenuti estremisti, anche se avvengono in diretta, a fornire report periodici, e a fornire gli utenti di maggiori strumenti per segnalare i contenuti d’odio.

Rafforzare la partnership tra governi, società e industria tecnologica

Si tratta di uno sforzo congiunto per condividere lo sviluppo tecnologico, creare un protocollo di crisi, ed educare e sensibilizzare gli utenti contro l’odio e il bigottismo, riporta Ansa. “Il terrorismo e l’estremismo violento sono problemi sociali complessi che richiedono una risposta da parte di tutta la società – rilevano le cinque compagnie -. Gli impegni che ci stiamo assumendo oggi rafforzeranno la partnership tra governi, società e industria tecnologica per affrontare questa minaccia”.

L’accordo parigino è stato preceduto di alcune ore dalla limitazione delle dirette video annunciata da Facebook, finito nell’occhio del ciclone per non essere riuscito a fermare la proliferazione del video sul massacro neozelandese. Il social di Mark Zuckerberg ha reso noto che impedirà di trasmettere filmati in diretta a chiunque violi alcuni termini d’uso, come quelli appunto che vietano di propugnare azioni violente.

 

Che aria tira in Italia? Peggiora la qualità, ma aumenta la mobilità sostenibile

Nel 2018 in alcune città italiane la qualità dell’aria è migliorata, ma altre segnalano record negativi. Per le concentrazioni di PM10, ad esempio, la maglia nera spetta a Torino, che “conquista” il primo posto della classifica delle città italiane per superamento dei limiti giornalieri. Si sono ridotti invece i livelli di NO2 (diossido di azoto) a Messina (-23%), Cagliari (-21%), Roma (-12%), Torino (-12%) e Bologna (-11%), mentre Reggio Calabria e Catania segnalano un aumento. Rispetto ai limiti normativi le diminuzioni registrate però non bastano, e Milano, Roma e Torino restano fuori legge.

Concentrazioni medie di PM10, diverse città superano i limiti giornalieri

Lo rileva il rapporto MobilitAria 2019, realizzato da Kyoto Club, istituto Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IIA) in collaborazione con Opmus Isfort, su 14 città e aree metropolitane italiane nel periodo 2017-2018.

Secondo il rapporto, per le concentrazioni medie di PM10 per diverse città è avvenuto il superamento dei limiti giornalieri, che non dovrebbero superare i 35 giorni di superamento annuo. Tra queste la peggiore del 2018 è Torino (89 giorni), seguita da Milano (79), Venezia (63), Cagliari (49) e Napoli (40).

Più spostamenti a basso impatto nelle aree urbane

Il rapporto MobilitAria contiene anche i dati inediti dell’Osservatorio Opmus-Isfort sulla mobilità in 14 aree metropolitane relativi agli anni 2016-2017, messi a confronto con gli anni 2012-13. L’Osservatorio introduce quindi il tasso di mobilità sostenibile, costruito sommando gli spostamenti a basso impatto (piedi, bici e Tpl) nelle aree urbane.

In generale, secondo lì’Osservatorio, in Italia nel 2016-2017 rispetto al 2012-2013 l’indice è cresciuto di quasi 8 punti a livello nazionale, e di circa 5,5 punti nelle aree metropolitane. Dai dati dell’Osservatorio emergono poi il balzo della mobilità a piedi e in bicicletta, la tenuta del trasporto pubblico e il calo dell’uso dell’auto, che tuttavia resta ampiamente il mezzo preferito dai cittadini metropolitani con oltre il 50% di spostamenti.

Se il tasso risulta inferiore al 40% sia nella media delle città metropolitane sia in quella nazionale, l’area metropolitana di Milano mette a segno un tasso di mobilità sostenibile di poco inferiore al 50% (48,3%).

Nella classifica delle città virtuose, subito dopo Milano, vengono Genova (46,7%), Venezia (46,4%) e Bari (44,1%). In fondo alla classifica Catania, Reggio Calabria e Messina.

Le auto tornano ad aumentare nelle città

Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, dopo anni in costante diminuzione nel biennio 2017-2018 torna a salire l’indice di motorizzazione di automobili sia nelle città che nelle aree metropolitane. E Torino è la peggiore (+5%, 674 veicoli/1000 abitanti), seguita da Bologna (+3%, 531veicoli/1000 abitanti).

Per quanto riguarda invece l’uso del Trasporto Pubblico Urbano aumentano gli utenti a Bologna (+18%), Torino (+12%) e Cagliari (+9%), mentre la maglia nera spetta a Catania, che registra un -10%. Secondo lo studio, poi, la sharing mobility cresce a Milano, Torino, Firenze, Roma, Palermo e Cagliari, sbarca a Bologna per la prima volta, ma nelle altre città non decolla

Per un’impresa su 3 il personale deve aggiornare le competenze

Quasi un terzo delle imprese con almeno un dipendente, oltre 550.000 imprese italiane, avverte l’esigenza di disporre di personale più aggiornato, e più in linea con i cambiamenti tecnologici in atto di processo e di prodotto. Secondo quanto rilevato dall’indagine Inapp dal titolo Professioni e Competenze nelle imprese, il 35,2% delle imprese con almeno un dipendente dichiara infatti di avere “almeno una figura per cui si registra un fabbisogno da soddisfare con attività di aggiornamento”. Un dato medio nazionale in crescita del 2,4% rispetto al 2014, anno della precedente edizione dell’indagine.

I settori che registrano il maggiore fabbisogno di formazione e aggiornamento

L’indagine Inapp mostra poi come i fabbisogni più elevati di formazione e aggiornamento vengano registrati nei servizi e nei segmenti della manifattura a più alta intensità tecnologica, come Chimica (37,7%), Elettronica (36,9%), Energia, acqua e rifiuti (35,3%) e Metalmeccanica (34,4%). Queste necessità sono particolarmente rilevanti però anche nell’ambito dei servizi che riguardano le attività di Istruzione, nella Sanità e nei servizi alle persone (47,8%), e nei settori Comunicazione, Attività finanziarie e altri servizi alle imprese (38,6%).

Una necessità che riguarda più le skills che le conoscenze disciplinari

Secondo l’indagine, le professioni che registrano le esigenze più forti di aggiornamento sono quelle qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (29,2%), degli Artigiani, operai specializzati e agricoltori (20,9%), delle Professioni esecutive nel lavoro di ufficio (20,8%) e delle Professioni tecniche (14,9%). In ogni caso, la necessità di aggiornamento maggiore, riporta Adnkronos, riguarda le competenze (skills) più che le conoscenze disciplinari. In particolar modo quelle relative al problem solving, alla capacità di pianificare l’utilizzo delle risorse e le abilità di tipo tecnico e competenze di tipo comunicativo e relazionale.

A manifestare un fabbisogno di aggiornamento di conoscenze e skills sono soprattutto le imprese con oltre 250 dipendenti (l’87,8%), seguite da quelle con un numero di dipendenti che varia da 50 a 249 dipendenti (il 76,5%).

A livello territoriale il Nord-Est è l’area più “esigente”

A livello territoriale le imprese che segnalano maggiori esigenze di aggiornamento sono al Nord-Est, con il 36,5%, seguite da quelle del Nord-Ovest, con il 36,3%, mentre per il 34,5% si trovano al Sud e nel 33,5% dei casi al Centro. E sono le piccole imprese quelle che manifestano una maggiore debolezza nel prefigurare i fabbisogni ed elaborare strategie di medio-lungo periodo. Mentre le aziende medio-grandi mostrano di percepire con maggiore facilità il fabbisogno di aggiornamento delle competenze, da soddisfare con nuove attività formative.

Automazione, sfida imprescindibile per il Paese. Ma serve più formazione

L’Italia è al primo posto nella classifica dei Paesi che a causa di robot e intelligenza artificiale subiranno un calo del numero di occupati nei prossimi anni. L’automazione avrà un impatto significativo sull’occupazione italiana, e i più colpiti dall’avvento dell’automazione saranno gli operai non specializzati, i bancari e i commercianti. I settori produttivi che saranno più coinvolti dalla trasformazione tecnologica nei prossimi 10-12 anni, ovvero che subiranno una riduzione di posti di lavoro, saranno il settore bancario, l’automotive e il manifatturiero tradizionale. Aumenteranno, invece, gli occupati nel settore Ict, in quello della consulenza e in quello ambientale. Almeno, secondo i 512 manager italiani intervistati nel rapporto Intelligenza artificiale, innovazione, lavoro, curato da Federmanager Academy in collaborazione con Mit technology review.

Il data scientist è la figura professionale del futuro

Secondo i manager intervistati la figura professionale del futuro è il data scientist, indicata dal 13% del campione, seguita da E-commerce manager e analista di sistemi informatici, indicate rispettivamente, dal 12% e il 10% del totale.

“Oltre all’Ict i manager indicano la consulenza e l’ambiente come settori di sviluppo. Questo è significativo perché si tratta di ambiti che portano innovazione e che richiedono forti competenze tecniche e trasversali”, commenta Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager.

Industria e manifatturiero devono quindi rivedere il proprio ruolo nel rapporto con robot e automazione. “La sfida è imprescindibile – aggiunge Cuzzilla – se vogliamo mantenerci competitivi come Paese”.

Il 95% dei manager conosce l’AI, ma solo il 60% ha esperienza di machine learning

Quanto alla conoscenza di robot e AI, se la consapevolezza dei manager verso gli effetti della trasformazione in atto sta crescendo, ma non è ancora adeguata. Per questo è necessario investire in formazione, e diffondere le competenze digitali nelle organizzazioni aziendali innovando i modelli di business. Nel rapporto infatti, riferisce Adnkronos, emerge che il 95% dei manager dichiara di conoscere l’AI, ma solo il 60% ha avuto esperienze di machine learning. Inoltre, il 65% è favorevole a cobot o a robot che programmino altri robot, ma la maggioranza (53%) non pone lo sviluppo della driverless car e di altre declinazioni della AI fra le priorità per il nostro Paese.

Sviluppare e-leadership per Industria 4.0

L’Industria 4.0, poi, per la quasi totalità (96%) è una conoscenza necessaria, ma l’83% non ha consapevolezza della funzione degli “architetti di sistema”, ovvero coloro che devono decidere gli algoritmi da porre alla base della progettazione/implementazione dei processi o dei prodotti.

Rimane molto importante il fattore umano, e solo il 5% dei manager dichiara che le soft skills nella produzione 4.0 non siano fondamentali. Inoltre, per un terzo del campione la formazione alla leadership è ancora vista in modo tradizionale, mentre la maggioranza (67%) propende per lo sviluppo di e-leadership, con la connessa capacità di introdurre, utilizzare e sfruttare al meglio l’innovazione e le tecnologie digitali in azienda.

Fashion week 2019, a Milano 13mila imprese e oltre 20 miliardi di giro d’affari

Dal 19 al 25 febbraio si tiene la consueta Milan Fashion Week, la settimana della moda. Un momento importante per le 13.196 imprese del settore del territorio milanese, rimaste stabili per numero rispetto allo scorso anno, e che danno lavoro a 91mila addetti sui 192mila presenti in Lombardia, e gli 846mila a livello nazionale. Il tutto per un giro d’affari che supera i 20 miliardi di euro.

La città delle sfilate, inoltre, pesa per il 6% del settore italiano in termini di imprese, e l’11% per addetti, ma per oltre il 20% dei ricavi. Cresce inoltre l’export di tessili del capoluogo, che nei primi nove mesi del 2018 supera i 5 miliardi, segnando un +6% in un anno.

Il design traina la moda. Milano domina con 2000 imprese

Da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del Registro delle Imprese, Aida – Bureau van Dijk, e Istat, emerge che nella moda italiana traina il design, con 18mila imprese (+2,3% in un anno), di cui oltre 4000 (+ 1%) in Lombardia. E Milano, con 2000 imprese (+4%), è prima a livello nazionale.

Complessivamente le imprese della moda in Italia sono 221mila, di cui 34mila in Lombardia, seguita da Campania (32mila) e Toscana (28mila). Per numero di imprese lombarde a Milano segue Brescia (quasi 4000), e Bergamo e Varese, con oltre 3000 aziende, mentre superano le 2000 Como, e Monza e Brianza. E sono 362 a Lodi.

Tra le province invece prima è Napoli con 21mila (+0,5% in un anno), seguita da Roma (15mila) e Milano (13mila). Vengono poi Firenze, Prato, Bari e Torino.

L’Export lombardo sfiora i 10 miliardi nei primi nove mesi del 2018

L’Export lombardo di moda nel mondo sfiora i 10 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2018, +3,6% rispetto all’anno precedente, una crescita superiore a quella italiana (+2,3%). L’Export lombardo rappresenta inoltre un quarto del totale italiano, pari a 39 miliardi, e Milano è leader sia in Lombardia sia in Italia, con un valore di 5,2 miliardi nei primi nove mesi (+6,4% rispetto allo scorso anno).

In Lombardia a Milano seguono Como, con 1,1 miliardi, Bergamo, con quasi 756 milioni, Varese, con 704 milioni (+3%), e Mantova, con 665 milioni. In forte crescita Lodi, che passa da 40 a 59 milioni (+47,1%), e Pavia, che da 147 milioni passa a 178 milioni (+21,1%). Ma è in crescita anche Cremona (+5,1%).

Gli Usa partner numero uno per l’export lombardo

Gli Stati Uniti diventano nel 2018 il maggior partner per l’export lombardo, con 979 milioni, +11,2% rispetto all’anno precedente. Seguono la Francia, con 911 milioni, Hong Kong, con 818, la Cina, con 713 (+13,6%), e la Germania, con 652. Crescita a due cifre anche per Austria (+21,9%), Croazia (+21,4%), Canada (+17,3%), Emirati Arabi Uniti (+16,7%) e Giappone (+14,1%).

Anno nuovo carriera nuova, con l’aiuto della master coach

I buoni propositi sono un ottimo viatico per raggiungere i propri obiettivi. E se anno nuovo è sinonimo di buoni propositi per qualcuno l’obiettivo potrebbe essere quello di conquistare una buona posizione in ambito lavorativo. Ma routine, sovraccarico e stress a volte ne ostacolano il conseguimento. Ecco quindi venire in aiuto i consigli della master coach. Perché, come scriveva Seneca nella lettera a Lucilio, “è necessario perseverare e aumentare la forza d’animo con assiduo impegno, fino al momento in cui il buon pensiero diventi buona volontà”.

Esempi di buona volontà: da Jonathan Swift alla scienza

Trasformare i buoni propositi in buona volontà è un consiglio che dall’antichità è stato tramandato fino a oggi, influenzando anche alcuni dei più autorevoli personaggi della contemporaneità: da Jonathan Swift, autore dei Viaggi di Gulliver, che nel 1699 compilò un elenco di buoni propositi, al visionario imprenditore Richard Branson, che nel 1972 stilò una lista di 8 consigli che lo portarono al successo. La volontà di rinnovamento è avvalorata anche dalla scienza, come dimostra il professore di Psicologia dell’Università del Texas, Cedric Wood, che suggerisce di essere determinati e precisi perché una spinta proveniente da una scarsa convinzione tende a esaurirsi in breve tempo.

Lasciarsi guidare da un’emozione pura e genuina

La regola fondamentale per perseguire i propri obiettivi, riporta Adnkronos, consiste nel non lasciarsi guidare da un impulso razionale, ma da un’emozione pura e genuina. “Ogni proposito è importante per agire a livello mentale e motivazionale, a patto che sia gratificante e non legato al senso del dovere”, spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia, che ha affiancato imprenditori e professionisti nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Un po’ come quando ai tempi della scuola si affrontava lo studio in maniera passiva mentre, carichi di energia, si andava a giocare con i propri compagni. “La stessa situazione si presenta in ambito lavorativo – prosegue Osnaghi – quando si tende più volte a rimandare un incarico ritenuto troppo pesante e all’apparenza impossibile”.

“Le relazioni personali sono determinanti per la riuscita dei propri obiettivi”

“Le relazioni personali – aggiunge Osnaghi – rappresentano un fattore determinante per la riuscita dei propri obiettivi, ma tutto dipende dalla dinamica che si è instaurata. Molto spesso nei rapporti con i colleghi, amici e familiari, si tendono ad assumere atteggiamenti negativi, che finiscono per diventare un copione comportamentale. Bisogna saper parlare, ascoltare e domandare, cercando di far incontrare i punti di vista reciproci”.

Per questo motivo, tra i buoni propositi che i professionisti e imprenditori solitamente si pongono, rientrano quelli di “comunicare meglio e gestire riunioni efficaci, motivare e far crescere il gruppo”, sottolinea la master coach. Magari allentando la morsa della preoccupazione e risolvendo le sensazioni interiori negative generate dalla vita quotidiana.

Dalla Finlandia arriva il kalsarikänni, l’arte di sbracarsi sul divano

In un mondo che non dorme mai il kalsarikänni è la via finlandese per lo zen, una pratica e una filosofia per rilassare il corpo e rigenerare lo spirito. Nelle classifiche della felicità, la Finlandia è sempre ai primissimi posti. Molte caratteristiche dello stile di vita finlandese contribuiscono al raggiungimento di questo traguardo, basato sulla capacità di mantenersi calmi e in salute anche nell’occhio del ciclone.

Secondo Miska Rantanen, autore di Kalsarikänni, l’arte di stravaccarsi, questa capacità deriva dall’esercizio del kalsarikänni, ovvero stravaccarsi su un divano, possibilmente da soli, smettere di pensare, e farsi una bevuta.

In Svezia e Norvegia si pratica il lagom…

Questa forma di abbandono fisico e mentale, molto vecchio stile e per niente new age, è un percorso di rilassamento personale, recupero energetico e potenziamento dello spirito che prepara ad affrontare gli impegni. Come farlo? Basta spogliarsi degli abiti da lavoro fino a restare in mutande, tenere a portata di mano qualche dolcetto, preparare un letto o un comodo divano, una bevanda e lasciarsi andare.

In Svezia e Norvegia questa filosofia di vita è racchiusa nella parola lagom, che significa “la giusta quantità”, “niente di eccessivo”, “abbastanza. Il lagom è uno stile di vita improntato alla moderazione, alla consapevolezza sociale e alla sostenibilità, è democratico ed ecologico e, per molti versi, rappresenta la quintessenza del pensiero nordico.

…e in Danimarca l’hygge

Accanto al lagom c’è la celebre arte danese dell’hygge. Uno stile di vita hygge si ottiene creando un’atmosfera accogliente e intima, immergendosi in un tempo rallentato e assaporando i piaceri della vita momento per momento, circondati dall’affetto delle persone care. Hygge è una tazza di cioccolata calda sorseggiata sul divano, alla luce soffusa delle candele mentre fuori imperversa una bufera di neve. Se il lagom è una condizione mentale e una condotta di vita, all’hygge possiamo accedere creando o plasmando lo spazio fisico circostante. In pratica l’hygge è riassunto nell’immagine patinata che spopola sui blog di lifestyle e sulle riviste d’arredamento.

La meta finale: sollievo, relax e pace interiore

Nella gamma dei kit di sopravvivenza dei paesi nordici il finlandese medio preferisce affidarsi alla pratica primordiale, mondana e versatile del kalsarikänni. Una pratica attuabile in qualunque angolo del mondo, in qualunque situazione, contesto e soprattutto stato mentale. Un kalsarikänni ben fatto richiede però apertura mentale e disponibilità a vivere il presente, e in tal senso è affine alla meditazione consapevole, o mindfullness. Tuttavia, mentre la pratica della meditazione consapevole si sviluppa grazie all’aiuto di vari esercizi, ad esempio di respirazione, l’arte finlandese dello sbracarsi si aiuta con l’alcol, fornendo così una sorta di scorciatoia verso la meta finale: sollievo, relax e pace interiore.

Pagare con l’impronta del dito

Pagare sarà sempre più comodo, e soprattutto sicuro in ogni angolo del mondo, grazie a tecnologie che fino a poco tempo fa sembravano essere appannaggio esclusivamente dei film di fantascienza. Invece è realtà: arriva in Italia la prima carta di pagamento contactless che autorizza l’acquisto attraverso il riconoscimento dell’impronta digitale, eliminando così la necessità di apporre pin e firma. Per pagare è sufficiente avvicinarla al terminale Pos tenendo il pollice sul sensore della carta. A presentarla sono Intesa Sanpaolo e Mastercard, che hanno promosso in Italia una nuova carta di credito biometrica.

Il progetto pilota nelle grandi città

La fase di test, 16 settimane, messa a punto da Intesa Sanpaolo e Mastercard a Torino, Milano e  Roma  consente di sperimentare per la prima volta in Europa l’utilizzo di una carta biometrica contemporaneamente dotata anche di tecnologia contactless. La nuova card consente di combinare i vantaggi della tecnologia con chip a quelli della biometria, sistema informatico di identificazione tramite una caratteristica biologica. In questo caso la tecnologia biometrica si basa sul riconoscimento delle impronte digitali, come già avviene per alcuni sistemi di pagamento con il cellulare.

Velocità e facile utilizzo i must

“In Mastercard, in qualità di abilitatori di nuove tecnologie, lavoriamo costantemente con i nostri partner, per abilitare tecnologie all’avanguardia perché possano migliorare la vita quotidiana dei consumatori, garantendo semplicità e sicurezza ad ogni transazione”, ha detto Antonio Di Meo, Vice President Account Leader di Mastercard. I dati biometrici del titolare vengono rilevati in filiale tramite un’apposita apparecchiatura in grado di memorizzare e conservare in sicurezza l’impronta digitale sulla carta, che può essere utilizzata in tutto il mondo con le stesse modalità.

Quando la tecnologia è funzionale alla quotidianità

Dal canto suo, Intesa Sanpaolo si dice fiera di aver compiuto il primo passo per introdurre in Italia una carta “la cui tecnologia offre all’utilizzatore evidenti vantaggi concreti, in linea con la nostra scelta di anticipare e agevolare la diffusione di innovazioni davvero funzionali all’everyday banking delle persone”, ha spiegato la responsabile Retail della banca, Cinzia Bruzzone. Il progetto pilota, realizzato con il supporto di Mercury Payment System, si avvale anche del contributo di Gemalto, operatore mondiale che ha fornito la tecnologia per la realizzazione delle nuove carte biometriche e gli strumenti necessari per la memorizzazione dell’impronta digitale sul chip. Insomma, per pagare – e metterci al riparo da potenziali frodi – ci servirà soltanto.. un dito.

Carburanti, arrivano le nuove sigle

Carburanti, si cambia. Addio alle vecchie abitudini: quando faremo rifornimento dal benzinaio dovremo fare amicizia con nuovi segnali, che saranno gli stessi in ben 28 paesi del Vecchio Continente. Per identificare gasolio, verde, gpl e metano in tutta Europa verranno infatti utilizzate nuove etichette e sigle contrassegnate da una forma geometrica contenente lettere e numeri conformi allo standard definito nella norma EN 16942. La direttiva è già valida e applicata, anche in Italia.

Cosa prevede la direttiva Europea in merito

L’Unione Europea ha incaricato il Comitato Europeo di Normazione (CEN) di sviluppare etichettature da ora in vigore in tutti i 28 Stati membri dell’Unione, nei Paesi dello Spazio Economico Europeo (Islanda, Lichtenstein, Norvegia), e ancora in Serbia, Macedonia, Svizzera e Turchia. Anche sui nuovi veicoli prodotti in UE e destinati al mercato britannico continueranno ad essere presenti le etichette, indipendentemente dalle decisioni di questo Paese sull’applicazione delle regole UE dopo la Brexit.

Come sono le nuove etichette

La benzina viene indicata con una sagoma circolare, per il gasolio l’etichetta è quadrata mentre per i carburanti gassosi è a forma di rombo. All’interno di tali forme compariranno lettere e numeri: la ‘B’ per il gasolio (più un eventuale numero che indica la percentuale di biocarburante) oppure ‘XTL’ per il gasolio sintetico; ‘H2’ per l’idrogeno; ‘CNG’ per il gas naturale compresso; ‘LPG’ per il Gpl; ‘LNG’ per il gas naturale liquefatto. Per quanto riguarda la benzina, è utilizzata la sigla ‘E’ affiancata da un numero che indicherà la percentuale di etanolo contenuta. Una serie di etichette simili è prevista anche per i veicoli elettrici o ibridi plug-in e relative stazioni di ricarica.

Dove trovare le sigle

La direttiva Ue richiede che le etichette vengano applicate su tutte le stazioni di rifornimento dell’UE (sia sul distributore di carburante sia sulla pistola della pompa per l’erogazione). Non solo: le sigle dovranno essere ben visibili anche sui veicoli immessi sul mercato per la prima volta o immatricolati da oggi. Le tipologie di veicoli interessati dalla norma sono praticamente tutti: ciclomotori, motocicli, tricicli e quadricicli; autovetture; veicoli commerciali leggeri e pesanti; autobus. Sui veicoli le etichette si troveranno in prossimità del tappo o dello sportello del serbatoio e sul manuale d’uso e manutenzione fornito insieme alla vettura. Sui modelli più recenti si possono trovare nel manuale elettronico incluso nel sistema di infotainment del veicolo. Insomma, ci toccherà studiare per imparare a familiarizzare con i nuovi codici esposti dal benzinaio.